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mercoledì 21 settembre 2011

Il presidente di tutti gli staliniani Sandro Pertini commemora l'immensa grandezza di Giuseppe Stalin





Il 5 marzo 1953 veniva a mancare Giuseppe Stalin. Così parlò di lui - tra gli altri - Sandro Pertini in lacrime, invitando anche le generazioni future a riconoscerne l’immensa grandezza: “Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto” (Sandro Pertini, Orazione funebre in onore di Stalin pronunciata in qualità di capogruppo socialista in Senato).

D'altronde, se Riccardo Lombardi, suo importante collega di partito nel PSI, definiva il Pertini "Cuore di leone, cervello di gallina", ci sarà stato anche un perchè...

giovedì 21 aprile 2011

"Corriere della sera": Obama «Necessari tagli, ma con lo scalpello e non con il machete". Qualcuno glie lo dice che "scalpel" è bisturi?





"We've taken a scalpel to the discretionary budget rather than a machete," dice Obama. E il "Corriere della sera" traduce «Necessari tagli, ma con lo scalpello e non con il machete». Peccato che "scalpel" è bisturi... ma quelli del "Corriere" non erano quelli tutti brunch e endorsement e "Un italiano in America" alla Severgnini, come se avessero scoperto l'America per primi (mi sembra però un po' dopo Colombo e le casalinghe di Voghera).

sabato 2 aprile 2011

Sabina Guzzanti truffata: io fare "la barista"? A bello, machestaddì?!?


Il massimo del gauche caviar, il minimo della (lotta di)classe: l'antirazzista, antifascista, anticapitalista, antiberlusconiana e paladina dei terremotati diseredati Sabina Guzzanti getta la maschera: eh, la barista valla a fare tu, bello; mica sono una volgare plebea... E poi i blog, i blogger e la rete "la democrazia passa attraverso il web"... ridotti a "sui blog scrivono i più ossessionati"... XD


I 400 mila euro? Non confermo. Uno è arrivato a dire che dovevo investire in un bar. Io barista? LA TRUFFA DEI PARIOLI Sabina Guzzanti: «Le accuse sul blog? Poverini gasati . Io in crisi di nervi [ce n'eravamo accorti, NdMinitrue]»


I 400 mila euro? Non confermo. Uno è arrivato a dire che dovevo investire in un bar. Io barista? Sabina Guzzanti (Lapresse) ROMA - (Sabina Guzzanti risponde al telefonino. Voce nervosa, rauca, inizialmente tremante). «Io... non... ca-pi-sco...». Cosa, signora Guzzanti? «No, dico: come s'è permesso di chiamarmi sul cellulare? Eh? Lei non deve...». Mi spiace se... «Non me ne frega niente se le dispiace, capitooo? Ho un ufficio stampa, chiami il mio ufficio stampa!». Non credevo che... «Non credeva? Non credevaaa? Che vuole da me?». Se mi lasciasse spiegare... Non ho neppure potuto dirle buongiorno... «Ecco, buongiorno. Fatto. Allora?». Allora c'è questa storia della truffa e... «E voi, sui giornali, la state raccontando male, malissimo... Uff!». Prosegua. «No, non proseguo». Su... «Allora. Mi ascolti bene: la notizia è che io sono stata truffata. Punto e basta. Invece, per assurdo, qui sta passando il concetto che io debba giustificarmi di aver fatto qualche investimento... Pazzesco, non trova?». Senta: non sarà che a lei sembrano pazzesche e anche seccanti, molto seccanti, le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata, e rimproverata, di aver cercato guadagno facile con i trucchi della finanza... «Ma lo sa bene anche lei, lo sa bene che sui blog scrivono quelli più ossessionati...». Non offenda quelli che scrivono sui blog. «Io non li offendo, ma è esattamente così. Si sono gasati, poverini, hanno letto certi articoli e si sono messi a pontificare, a dirmi quello che avrei dovuto fare e non fare, con i miei soldi». Lei li ha anche definiti «svitatelli», «persone poco strutturate», «esaltati che non hanno capito una cippa». «Senta: uno è arrivato a scrivere che i miei soldi avrei dovuto investirli aprendo un bar... Io? La barista? No, dico: si rende conto di qual è il livello della polemica? E però la colpa è vostra, di voi che sui giornali avete parlato solo di me e di Massimo Ranieri, mentre ad essere truffati siamo stati a decine. Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri? È giornalismo, questo?». Signora Guzzanti, è molto gentile a fornirci una lezione di giornalismo: ma non negherà che dovendo scegliere tra una sua foto e quella di uno sconosciuto, forse è più utilizzabile la sua... «Ehm... sì sì, certo... ha ragione. Però gli articoli sono stati scorretti! Alcuni, anzi, particolarmente scorretti». Lei, sul suo blog, ha scritto una severa lettera aperta al direttore di «Repubblica», Ezio Mauro. «Sì, severa...». Lo accusa di aver condotto una «campagna di disinformazione», gli chiede a «cosa devo tanto scorrettezza? Tanta vigliaccheria? Tanta spudoratezza?». «Va bene, okay, lo ammetto: ho esagerato. Ho scritto in preda a una crisi nervosa, oggi non userei certi toni... però è andata, la lettera l'ho pubblicata, e va bene così». Ripensandoci: questi truffatori che l'hanno... «No, aspetti, piano con le parole: c'è un'inchiesta, in corso. Ci sono alcune denunce. Aspettiamo». Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro? «E chi lo dice?». L'ho letto. «È una cifra che non confermo». È vero o no che lei avrebbe già recuperato parte del denaro? «No... no... è una sciocchezza...». (Sabina Guzzanti, attrice e regista, 47 anni, è figlia di Paolo, deputato dei «Responsabili» berlusconiani, e sorella di altri due attori, Caterina e Corrado. Secondo il parere di numerosi esperti, il vero fuoriclasse del palcoscenico sarebbe Corrado).


Fabrizio Roncone 31 marzo 2011

Corriere della sera

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_marzo_31/sabina-guzzanti-truffata-roncone-190345496145.shtml

sabato 5 febbraio 2011

La sinistra sul palco a Milano con Libertà e Giustizia, Saviano, Eco e Lerner per dire «dimettiti» a Berlusconi


Nella foto, intellettuali di sinistra anelanti di comunicare alti messaggi politico-intellettuali ai media stranieri.

La manifestazione al Palasharp in diretta dalle 15 su Corriere.tv
La sinistra sul palco a Milanoper dire «dimettiti» a Berlusconi
All'idea di Libertà & Giustizia aderiscono Pd, Idv e Sel, e anche Saviano, Eco, Lerner, Scalfaro, Camusso
MILANO - «Dimettiti. Per un'Italia libera e giusta». È la linea guida della manifestazione di sabato pomeriggio a Milano (che Corriere.tv trasmetterà in diretta) del movimento Libertà & Giustizia, presieduta da Sandra Bonsanti, ex deputata dei Progressisti ed ex direttrice del quotidiano livornese Il Tirreno. Il «dimettiti» è l'invito rivolto a Silvio Berlusconi. Alla manifestazione - a cui ha aderito anche il Partito democratico - sono previsti interventi di Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Umberto Eco. E inoltre Moni Ovadia, Salvatore Veca, Nando dalla Chiesa, Concita De Gregorio, Gad Lerner, Susanna Camusso, Daria Bonfietti, Maurizio Landini, Oscar Luigi Scalfaro, Maurizio Pollini, Irene Grandi, Milva, Dario Franceschini. I cancelli del Palasharp si apriranno alle 13,30 - fa sapere l'associazione in una nota - Dalle 15 alle 18 la società civile si mobilita su due temi fondamentali: le dimissioni di Berlusconi e la solidarietà alla magistratura italiana e alla procura milanese in particolare.
Il popolo del Palasharp
IDV - Alla manifestazione di sarà anche l'Italia dei valori. «L'Idv sarà con i suoi militanti e parlamentari al Palasharp di Milano, saremo presenti senza simboli e bandiere di partito per ribadire la richiesta di dimissioni a Berlusconi», afferma in una nota Antonio Di Pietro. «Grideremo la nostra indignazione e continueremo a batterci in tutte le piazze e in tutte le sedi per liberare il nostro Paese da questo governo che lavora per se stesso e non nell'interesse generale».
VENDOLA - «C'è bisogno di un sussulto perché questa povera nazione oggi è tramortita, è un Paese in ginocchio dal punto di vista sociale», dice il governatore della Puglia e leaer di Sinistra ecologia libertà, Nichi Vendola, nel messaggio inviato alla manifestazione. «Un sussulto perché questa povera nazione ha un governo che assomiglia sempre più ad altri governi del Mediterraneo, con un premier che esprime sempre più apertamente il proprio disprezzo verso il potere giudiziario e il potere legislativo. Sono convinto che ciò che condannerà Berlusconi non sarà la triste e squallida vicenda di Ruby e delle altre ragazze ai festini, chi lo condannerà saranno i coetanei di Ruby, quei ragazzi e ragazze che oggi non hanno un futuro».
SAVIANO - Bisogna «ribellarsi al ritratto di un Paese piegato e corrotto, accomunato da una specie di complicità collettiva» e di tornare ad affermare «il diritto di sognare un'Italia più pulita», sono alcuni passaggi dell'intervento che terrà Roberto Saviano.
Redazione online Corriere della Sera


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Ma questi ultralegalitari dall'appello facile (vedi il documento rivoluzionario-radical chic contro Calabresi, firmato ad es. dall'Eco) sanno che tra i fondatori di Libertà e Giustizia c'è De Benedetti? O lo sanno, ma come al solito "ci sono animali più uguali degli altri?".


Da Wiki:

Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, Carlo De Benedetti venne arrestato. Presentò al pool di Mani Pulite un memoriale in cui ammetteva il pagamento di 10 miliardi di lire in tangenti ai Partiti di governo e funzionale all'ottenimento di una commessa dalle Poste Italiane, consistente in telescriventi e computer obsoleti. Nel maggio dello stesso anno, viene iscritto all'albo degli indagati; De Benedetti non andrà mai a processo per questa tangente per sopraggiunta prescrizione.[1][2][3]


(approposito, che originaloni, a ricicciare i GL dell'azionismo torinese, più fanaticamente intolleranti -ma molto più intellò- che gli stalinisti...)

mercoledì 22 dicembre 2010

Sgarbi litiga con gli studenti dell'Accademia

CARRARA. Vittorio Sgarbi aveva appena iniziato a parlare, per la sua prolusione “Il ri(s)catto delle Accademie delle Belle Arti”, quando un gruppo di studenti ha mostrato due striscioni di protesta “Giocate con i nostri diritti”, e ha iniziato ad applaudire polemicamente. Vittorio Sgarbi si è subito interrotto, ha aspettato che finisse l’applauso, e poi ha attaccato, alzando sempre più i toni della voce: «Potevate far meglio, e guardate, il vittimismo è degli impiegati, non degli artisti. È tutta retrorica questa. E qui nessuno gioca, siete voi che giocate e non fate un c...». Ha poi interrotto la conferenza, ha fatto il giro dell’affollata sala dei marmi, ma poi ha ripreso, con un tono più calmo. E ancora: «Il disagio non si esprime con quel cartello, c’era disagio in Van Gogh e Modigliani, e per quello sono diventati artisti. Insomma, contro che cosa protestate?» «Contro i tuoi amici...», ha detto uno studente dalla sala. «Amici non ce ne sono». «Il diritto allo studio è come il diritto alla salute...», ha aggiunto un altro studente. E un’altra: «Non siamo in vendita...». Ha ribattuto Sgarbi: «A parte che nessuno ti vuole comprare e non sei stata obbligata ad iscriverti all’Accademia. Qui il problema è complesso, è un problema di risorse. Avrei capito se aveste fatto un attacco alla Biennale di Cavallucci, più di un milione di euro buttati via per fare una biennale del marmo senza il marmo»



Il personaggio è quello che è, ma la parte in grassetto è da ore di applausi; se gli "studenti " ovvero braccia rubate all'agricoltura (con tutto il rispetto per chi lavora la terra, che è bassa e quindi scomoda, al contrario dei tavoli dei locali cioè, alternativi, cioè dove facccciamo cultura, arte cioè) erano gli elementi in foto, credo che nessuno li possa volere neanche regalati, altro che "non siamo in vendita".


martedì 14 dicembre 2010

Aldo Cazzullo piccola vedetta piemontese difende il "Colonnello Paglia" del presidio di Giarabub



Vedere dei cattocomunisti come Cazzullo giocare ai Patrioti non ha prezzo.
E anche più tardi...
12:55, Paglia il "traditore" in carrozzina vota la sfiducia. E non ha bisogno di sfoggiare cravatte tricolori
Commovente... ricacciando indietro le lacrimucce, che il filopartigiano Aldo Cazzullo comunichi a noi lo strazio del suo cuoricino di sincero democratico per il parà della Folgore MOVM Colonnello Paglia (ma non era la Folgore formata da fascisti razzisti stupratori, v. il razzo, la Somala, etc... come definita dai media su cui scrive Cazzullo? Mah...) non ha veramente prezzo.

sabato 19 giugno 2010

Gli intellettuali ci salveranno!


Per chi ancora pensa che gli intellettuali possano avere un ruolo salvifico "à la Saviano" e di guida del popolo bove, questa massa di lemming che cerca sempre di cacciarsi tra le braccia del primo dittatore nazifascista o berlusconianoavantpop di turno... un breve florilegio delle voltagabbanate di alcuni Nostri intellò:


CAMERATA SALVATORE QVASIMODO PRESENTE!

LA DEFLORAZIONE DI QVASIMODO


Per i littoriali della cultura, edizione 1939, era stata scelta come sede Trieste, tra l’entusiasmo dei goliardi ancora ingenuamente infatuati del mito delle “mule” triestine. Ricordo che, durante l’organizzazione, una sera salì all’ultimo piano di Palazzo Vidoni, dove avevamo gli uffici centrali dei GUF, Asvero Gravelli sempre esuberante e capelluto. Veniva a proporci alcuni nomi di commis-sari per la manifestazione triestina. Ci parlò, per il teatro, di Nicola De Pirro, direttore generale dello spettacolo; naturalmente lo ave-vamo già in nota, essendo egli nelle alte sfere di allora (e anche del dopo-guerra). Ci segnalò Luigi Chiarini, e c’era anche lui, per i meriti acquisiti con l’apologetico libro del 1936 intitolato Fasci-smo e letteratura, per il suo passato di squadrista, per il suo pre-sente di direttore fascistissimo del Centro sperimentale di cinema-tografia, anche se, in onore a cotesti suoi precedenti, dopo la guer-ra finirà socialista e demagogicamente populista, come le vicende della ventisettesima mostra cinematografica di Venezia, nel 1966, dimostreranno. Gravelli ci diede un terzo nome, quello del poeta Quasimodo. Qualcuno fece una smorfia. Gravelli scattò afferman-do che ne rispondeva, e che Quasimodo si era allineato col regime tanto da averne accettato persino i canoni di Starace per il perfetto stile fascista. Ora non ricordo bene se, a comprova, ci disse di ave-re in corso di pubblicazione un numero speciale, dal titolo Antilei, supplemento al suo periodico oltranzista Anti-Europa. In esso la differenza tra il “voi” e il “lei”, era illustrata e sviscerata da perso-nalità di rilievo della cultura italiana. Ho voluto controllare questo ricordo. In effetti, il futuro “Premio Nobel” della poesia, tanto e-logiato per l’integrità del suo stagionato imene antifascista (1), in-serì, a pagina 36 di quel volumetto di Asvero Gravelli, un articolo col quale dichiarava risolta, come questione di storia del costume, la fine del “lei”, e dava ragione a Starace, giacché, diceva, i sici-liani da secoli usavano il “voi”. Concordavano con Quasimodo, in difesa del “voi” fascista, e in quello stesso volumetto, autorevoli personaggi rappresentativi della cultura italiana come gli attuali comunisti Elsa Morante, Fidia Gambetti e Vasco Pratolini. A cer-care, c’é pericolo di compromettere di più la verginità del navigato poeta: se fosse stato del tutto alieno da compromessi col regime, non avremmo goduto tanta sua ligia mole collaborativa al Broletto e a Circoli, a Corrente di vita giovanile e a Meridiano di Roma, a Occidente e a Primato, a La Ruota e a Maestrale, e persino ad Au-gustea del vecchio Dinale e a Libro e Moschetto del GUF di Mila-no (a parte la stampa non controllata, come questa, dal PNF); né allora egli avrebbe trovato così serie e laudative presentazioni e recensioni pubblicistiche, persino della sua antologia sui lirici mi-nori del XIII e del XIV secolo, nelle pagine di Bibliografia fasci-sta, organo mensile di controllo della stampa italiana, edito dalla Confederazione fascista dei professionisti e degli artisti, anno 1942. Non so perché Quasimodo non sia stato poi incluso tra i commissari dei temi letterari che, a Trieste, furono invece Paolo Buzzi e Giuseppe Ravegnani (2). (1) Spiace che un poeta così sensibile, autore d’indimenticabili liriche stigmatizzanti l’imperversare della ferocia e della barbarie nazifascista: “E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento”, non abbia dedicato tali alte espressione di sdegno civile, magari appena un po’ stereotipe, ad avvenimenti come l’eccidio di Porzûs, alle tante Mari-lena Grill e Norma Cossetto uccise dai partigiani, ai ben 36.000 italiani vittime dei bombardamenti angloamericani, in maggior parte effettuati quando già eravamo cobelligeranti, alle centinaia di italiane violate dai Goumiers in Ciociaria, o ai 23 palermitani che chiedevano pane uccisi dalle truppe badogliane il 19 ottobre 1944. (2) N. Tripodi, op. cit., p. 188-189


CAMERATA GIORGIO BOCCA PRESENTE!

DI CHI LA GVERRA


[…] E Giorgio Bocca, oggi così mangiafascisti? Leggetelo il 14 agosto 1942 sul giornale della federazione fascista di Cuneo: “...sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavi-tù” (1). E, per restare tra i giovani di allora leggete di Gianni Granzotto, dal 1940 al ‘43, gli articoli sul Lavoro di Genova e su Critica fascista e imparerete perché la guerra nazifascista poneva “per noi non soltanto un’alternativa di vittoria, ma una ragione di vita o di morte”. All’appello bellico non mancava di rispondere l’ex direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini, che nel gennaio 1942 vaticinava su Augustea: “Sarà, sotto l’egida dell’Asse invincibile, la nuova Europa del Diritto, della Giustizia, della Libertà, dell’Amore. L’Europa dell’Avvenire... Solo con la solidarietà e la fraternità fra i diversi popoli si può realizzare un ordine duraturo e fecondo; che è poi l’obiettivo di quel blocco di Paesi che fa capo al Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappo-ne”. Proficuo lavoro quello di chi raccoglierà in volume le centi-naia e centinaia di articoli apologetici del conflitto, scritti da quan-ti lo hanno poi dissacrato e bestemmiato soltanto perché non con-cluso con quella vittoria che avrebbe avvantaggiato la loro buona sorte pubblica e privata. Di nomi ne abbiamo una bisaccia. Ma valga in questa sede uno ancora, e di taluno che oggi rumina popu-lismo, antifascismo, filocomunismo in ogni ora del giorno, cioè del democristiano ministro del lavoro onorevole Carlo Donat Cat-tin, che allora prestava servizio permanente presso il GUF di Tori-no, e che, in un numero speciale intitolato Giovinezza e datato 18 dicembre 1942, scriveva: “La vena del nostro destino batte più for-te. Prima di affrontarlo, ci confessiamo. [...] In ciascuno di noi vi-bra una salda coscienza, e plasmato il senso del dovere e del co-mando, è vivo l’entusiasmo per uno scopo chiaro e netto: la Patria fascista. Con questo spirito le imperfezioni contingenti non conta-no più, sono superate in partenza. Per la guerra siamo maturi, e il suo invito ci trova con la baionetta in canna... La guerra non ci ha traditi... La guerra è incominciata da poco, ed è nostra. Il cuore te-so al Sovrano, sotto la guida del Duce, noi siamo pronti a combat-tere, noi abbiamo la certezza della Vittoria”. Anche Donat Cattin, anche Giovanni Spadolini, anche Giorgio Bocca, anche Vittorio Gorresio, anche Ricciardetto, anche tutti gli altri hanno vinto la guerra. Soltanto gli iscritti al MSI l’hanno perduta. (2) (1) L’articolo citato, apparso su “La Provincia Granda”, proseguiva così: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli e-brei?”. Bocca si distinse anche nel 1943, accusando di disfattismo un in-dustriale, Paolo Berardi, il quale aveva incautamente espresso l’opinione che l’Italia stesse ormai perdendo la guerra, e, dopo averlo aggredito fisi-camente e denunciato, riportò tronfiamente l’accaduto nell’articolo La sberla... e la bestia, pubblicato su “la Provincia Granda” dell’8 gennaio 1943. A poco vale la giustificazione addotta da Bocca, chiamante in cau-sa la sua tenera età di ventitré anni. Già da anni vi erano coetanei di Boc-ca che sfidavano l’altrui piombo da una parte o dall’altra della barricata. (2) N. Tripodi, op. cit., p. 188-189


CAMERATA GIVSEPPE VNGARETTI PRESENTE!


[…] Giuseppe Ungaretti fin dal 23 marzo 1919 aveva inviato a Mussolini la sua adesione scritta per la adunata milanese di San Sepolcro, nella quale erano stati fondati i fasci di combattimento, tant’é che si premurò poi sempre di qualificarsi “sansepolcrista”. Nel 1924, mentre l’Italia era scombussolata dall’uccisione di Gia-como Matteotti e a carico del fascismo era sollevata la famosa “quistione morale”, Ungaretti sottoscrisse il Manifesto di Giovanni Gentile e degli intellettuali fedeli al Duce contro quello antifasci-sta di Benedetto Croce. Da allora non fece altro che girare la peni-sola e i Paesi stranieri come conferenziere privilegiato dell’Istituto nazionale di cultura fascista. Quale poeta del regime, tutti ricorda-vamo e ricordiamo una sua poesia intitolata Popolo e dedicata a Benito Mussolini. Era, sì, del 1914, ma quando Ungaretti la ripub-blicò nel 1931 scrisse nella prefazione alla raccolta lirica edita da Mondadori: “Sono lieto e fiero, dopo tanti anni, di vedere che in un punto il mio animo non muta, né potrà mutare; suggerita nel 1914 dall’Uomo che si affacciava allora per la prima volta al mio cuore, nell’edizione del 1919 e in questa d’oggi intitolata a Lui, pure essendo così futile davanti alla grandezza delle sue fatiche, Popolo é per me l’immagine della fedeltà, e, per questo, fra tutte le mie poesie, la più cara”. Col medesimo zelo dedicatorio questo brano sarà ripetuto e firmato da Ungaretti nell’edizione del 1942. E la lirica Epigrafe per un caduto della Rivoluzione? Vi è cantato un martire fascista, assassinato dai rossi, immortalato da “la mano materna della Patria”. E l’esaltazione della “pietà romana” del Du-ce, che “insorse in mezzo ai forsennati calma” e “mutò in giorni audaci un fatto triste”? I giovani a Bologna ricordavano certo che, quando la guerra d’Etiopia urgeva alle porte, Ungaretti aveva scritto sulla rivista Circoli un articolo patrocinante “l’urgenza per gli italiani di riconquistare la propria potenza autoctona universale per la quale il popolo d’Italia è corso al fuoco nel ‘15 e nel ‘19 sicché oggi il Fascismo è uno dei grandi fattori della nuova civiltà fondata sul lavoro e sul popolo”. Era tale il suo impegno che quando, su L’Italia letteraria, ebbe una polemica con un altro let-terato del regime, Guido Piovene, lo subissò con un possessivo grido finale: “Il mio Duce, il Duce mio!”. […] L’apporto di Unga-retti alla cultura impegnata restò con debito conto, sino agli ultimi tempi del fascismo. In una rassegna letteraria dell’ottobre 1942 l’autorevole critico Goffredo Bellonci lo aveva appunto citato e lodato sul Giornale d’Italia per avere “dedicato odi alla Rivoluzio-ne e al suo capo”. L’anno stesso Mussolini premiò Ungaretti no-minandolo per meriti speciali ordinario di storia della letteratura all’Università di Roma. […] Ma appena qualche tempo dopo gli angloamericani travolgono il fascismo. Cotesti scrittori hanno po-co da fare: o restano coerenti alle loro idee, e rischiano la disav-ventura; o le mutano in quattro e quattr’otto, e possono rifarsi una fortuna Ungaretti, Baldini, Monelli non tengono granché in conto l’invettiva di Gambetta contro Emilio Ollievier, in altre epoche di trasformismo politico: “Vi è qualche cosa che voi non potete mai spiegare alla moralità popolare, ed è che il cambiamento della vo-stra opinione coincida col cambiamento della vostra fortuna”. I tre badano soltanto alla fortuna; è tramontato il tempo in cui, per tene-re fede alle idee, Socrate bevve la cicuta. Ungaretti si getta a sini-stra, esalta i caduti partigiani con la stessa veemenza con la quale aveva esaltato i martiri fascisti, firma Appelli della resistenza e dell’antifascismo con la medesima convinzione con la quale nel 1925 aveva firmato il Manifesto di Giovanni Gentile, si crogiola sulle pagine dell’Unità e dell’Avanti! come prima insuperbiva su quelle del Popolo d’Italia e di Primato (1). (1) N. Tripodi, op. cit., p. 197-198, 202.


CAMERATA RVGGERO ZANGRANDI PRESENTE!


Il nome e il libro dell’onorevole Lajolo [ci si riferisce al libro Il Voltagabbana, dove Lajolo, divenuto esponente di spicco del PCI, cercò goffamente di giustificare la sua precedente diligente mili-tanza fascista, NdC] ci danno occasione per parlare rapidamente di Ruggero Zanerandi, giornalista comunista, amico intimo, come già abbiamo detto, di Vittorio Mussolini, caro alla famiglia del Duce, attivissimo collaboratore della più accreditata stampa del Venten-nio. Il povero Zangrandi è morto tragicamente appena qualche an-no fa e ne abbiamo rimpianto il versatile ingegno. Ma le settecento pagine del libro che egli aveva pubblicato col titolo Lungo viaggio attorno al fascismo [in realtà il titolo è Lungo viaggio attraverso il fascismo, NdC] restano e non possono non essere qui contestate, anche se meritano un più lungo e dettagliato discorso. Il congegno del libro-alibi di Zangrandi è il seguente: modificare la realtà sotto gli occhi di chi l’ha vissuta, lasciando i fatti apparentemente inal-terati ma deformandone i moventi psicologici, ossia le intenzioni. Zangrandi cioè insegna a tutti gli ex fascisti ricreduti di non negare la collaborazione data al regime, ma di spiegare che lo scopo era quello di combattere il fascismo dall’interno corrodendolo come le termiti dentro un tronco di baobab. Quest’alibi fu strausato, e lo è tuttora dagli intellettuali vissuti sotto la bandiera del fascismo e sotto quella dell’antifascismo, e specie dagli interessati interpreti dei littoriali della cultura: i giovani vi avrebbero partecipato per combattervi il fascismo, per esprimere il loro dissenso, e perciò non dovrebbero pentirsi di niente, non furono mai colpevoli, anzi erano i “resistenti” della prima ora. Moro, Alicata, Gatto, Vassalli, Corona, Guttuso, Chilanti ecc. ecc., erano guastatori entrati nel campo avversario per tagliare il filo spinato o seminarlo di mine. Tutto ciò è infondato in via di fatto e risibile in via logica. Quegli intellettuali, quei concorrenti dei littoriali, non è che partecipasse-ro alla vita fascista marginalmente e a fior di pelle, camuffati quanto bastava per tagliare il filo spinato, disinnescare o posare le mine, e scappar via. Costoro invece nel fascismo ci stavano dentro fino al collo, spesso foraggiati ed onorati. La camicia nera se la facevano persino di seta e agli stivali applicavano con gusto gli speroni. E nelle anticamere dei ministri, dei federali e dei presi-denti degli istituti di cultura fascista, dei direttori dei giornali, ci facevano la coda. Le loro firme andavano per la maggiore. Le loro graduatorie ai littoriali brillavano. E finiti i littoriali si premurava-no di scrivere a destra e manca, magnificandoli, così come fece Aldo Moro, così come fece Sinisgalli. Che guastatori dunque? L’utilizzazione dei littoriali, o di ogni altra istituzione fascista, per distruggere il regime dall’interno è un pretesto postumo, di como-do, per gente che, vissuta bene allora, salvo qualche infortunio terminale e coevo al preannuncio della guerra perduta, cerca e tro-va il modo di seguitare meglio dopo, sotto l’opposta bandiera. (1) N. Tripodi, op. cit., pp. 160-161.


COMMIATO DEL CVRATORE


Aggiungiamo, ringraziando il lettore che ha avuto la benevolenza di seguirci sin qui, qualche resoconto di alcune recenti polemiche giornalistiche, relative a luminosi esempi di coerenza antifascista, che Tripodi avrebbe sicuramente gradito.


CAMERATA NORBERTO BOBBIO PRESENTE!


Da Il Domenicale del 24 gennaio 2004 abbiamo colto questo cor-sivo sul Maestro Bobbio, intitolato Maestro di che? Osservazioni sottovoce in morte di Norberto Bobbio: Adesso che il polverone dei coccodrilli va calando, è possibile sollevare il maestoso e un po’ macabro velo in cui è stato avvolto il mito di Nor-berto Bobbio e guardare in faccia il “maestro”? Maestro di che cosa, poi? Innanzitutto di antifascismo: lo fu, certo, ma dell’antifascismo del dopo, di quello dopo l’8 settembre, di quello nato sul corpo agonizzante del fa-scismo. Prima, e lui ebbe il coraggio di riconoscerlo, lui solo, nessuno dei bobbiani che hanno costruito il bobbismo, prima “per quanto mi con-siderassi un non-fascista […] conservai la tessera che mi era indispensa-bile per presentarmi ai concorsi universitari”, e a causa di questo prima, anche dopo “è rimasta un’ambiguità nella mia vita”: è possibile dirlo, lo disse lui parlando del suo “nicodemismo”, senza essere accusati di lesa maestà (1)? Maestro di anticomunismo? Certo, negli anni Cinquanta ci fu il famoso scontro con Togliatti sul conflitto tra comunismo e libertà, ma prima e dopo Bobbio non è stato per decenni il pontefice di quell’equivoco storico, morale e politico per il quale si ammetteva che “il comunismo storico è fallito, ma i problemi restano, quegli stessi proble-mi […] che l’utopia comunista aveva additato e ritenuto fossero risolvi-bili”? Si può dire, senza passare per sacrileghi, revisionisti e fascisti, che è questa la grande bugia che continua a bloccarci nella prigione ideologi-ca del Novecento? Che fin quando i “maestri” parleranno di “utopia co-munista”, e non di grande menzogna od orrore, gli allievi avranno il dirit-to di continuare a sbagliare? E non è stato in nome di questa utopia che perfino i maestri come Bobbio hanno taciuto? Hanno fatto finta di non vedere (2)? Lo ammette Vittorio Foa, un altro grande vecchio più corag-gioso di tanti giovani leoni: “Abbiamo mancato entrambi, ma cosa pote-vamo fare di diverso? Erano anni in cui bastava una parola per essere prigionieri della CIA”. Quanti compromessi, dunque, per quello che il filosofo Carlo Augusto Viano definisce “Un illuminista che rifiutava i compromessi”, che Bocca celebra come “maestro del coraggio civile”? Maestro dei valori della Resistenza? Sicuro. Ma quale Resistenza? Natu-ralmente solo quella del partito d’Azione e dei comunisti, non certo l’altra, militare e cattolica, per esempio, che per mezzo secolo è stata i-gnorata. E poi la Resistenza come monumento acritico e dogmatico di-nanzi a cui inchinarsi, la Resistenza ideologica e a-storica, il lavacro den-tro cui si è purificata come d’incanto una nazione che non ha mai davve-ro fatto i conti con il proprio passato. Maestro di politica e di storia? Ma che cosa aveva compreso della storia se il 9 giugno 1989, soltanto 5 mesi prima che il Muro di Berlino crollasse, scriveva: “Il moto di disfacimento sta diventando sempre più veloce. Al di là di ogni previsione. Questo non significa ancora la fine dei regimi comunisti, che possono durare per tan-to tempo ritrovando nuove forze per sopravvivere […] È più prudente non fare previsioni”: possibile che neanche allora il puzzo di cadavere arrivasse fino alle sue narici di esperto politologo? Possibile che anche lui, come per tanti teorici del dato di fatto, dovesse guardare la CNN per sapere che strada stesse prendendo la storia? Maestro del pensiero? Da Gianni Vattimo a Maurizio Viroli, tutti si sono affrettati a scrivere che “ha saputo costruire anche una sua concezione della democrazia”. Ma qual è questa sua concezione della democrazia? Alzi la mano chi possa spiegarla in una sintesi da bignami. Possiamo dire che Bobbio fu uno splendido e appassionato professore, un “grande chiarificatore”, come si lascia scappare Massimo L. Salvadori, ma che non ha pensato nulla di originale, niente che resterà nella storia del pensiero, niente di paragona-bile alle idee di Hobbes o Kelsen, solo per citare due dei suoi ”chiarifica-ti e sintetizzati”? Maestro di laicismo, spiega Claudio Magris, e di sicuro lo era, ma è lecito ricordare che di bobbismo si è nutrita quella religione del laicismo che è diventata una delle cappe ideologiche dell’Italia, dove laicità si traduce in pregiudiziale rifiuto di ogni religiosità? Maestro di democrazia? Certo, ma si può scavare dietro la banalità? Si può interpre-tare quel lapsus freudiano che si lascia scappare Giovanni De Luna, quando scrive: “Capisco che la Seconda repubblica per legittimarsi do-vesse negare i padri della Prima […] la Seconda repubblica è nata contro Bobbio”, identificando in lui il simbolo stesso della Prima repubblica, di quella democrazia bloccata dalla guerra fredda e dall’eterno compromes-so storico che inceppa anche questa repubblica. Maestro, certo. Ma è possibile guardarlo in faccia?


(1) Ci si riferisce alla furiosa polemica, che impazzò sulle principali te-state giornalistiche italiane, in merito alla lettera che Bobbio scrisse nel luglio 1935 al Duce, implorandolo di sanare l’accusa rivoltagli di fre-quentare ambienti antifascisti. Tra gli altri intervennero Buttafuoco, Ler-ner, che per difendere il mito resistenziale intaccato non trovò di meglio che chiamare in causa l’Inquisizione e il “sacerdote nazista” Tiso, Ferrara, e il freudiano (vedi sopra) De Luna, il quale puntualizzò come l’unicum del fascismo fosse esemplificato dalla “vergogna” che Bobbio provava al solo ricordo del suo compromesso fascista. Ovviamente De Luna nel suo sublime ragionare sulla “vergogna” non ha incluso esplicitamente chi credette “senza se e senza ma” al comunismo. D’altronde costoro sono solamente passati sopra ai Gulag, ai milioni di morti nella collettivizza-zione dell’Ucraina e nel “Grande salto in avanti” di Mao, ai fatti d’Ungheria, come il nostro amato Presidente della Repubblica Napolita-no insegna, avendo egli anzi lodato la repressione sovietica del 1956, etc. Ma forse ha ragione il buon De Luna, tutto ciò in effetti non muove a vergogna. In effetti, pensandoci bene, ciò muove a disgusto e orrore. No-tare come Bobbio fosse tutto tranne un umile studentello indifeso, poiché qualche anno dopo, già cattedratico, e aiutato durante la sua brillante car-riera universitaria anche da Gentile e Bottai, ottenne una cattedra all’Università di Padova, peraltro appartenuta ad un docente costretto a lasciarla perché ebreo. Sembra che questa deprecabile circostanza, all’epoca, non abbia portato a complesse crisi di coscienza del nostro. Ecco un estratto della famigerata lettera bobbiesca: Torino, 8 luglio 1935, anno XIII E.F. - Vostra eccellenza, vorrà perdo-narmi se mi rivolgo direttamente a Lei, ma la cosa che mi riguarda e di tale e così grande importanza, che non credo vi sia un altro mezzo più adatto e più sicuro per venire ad una soluzione […] dichiaro in perfetta buona fede che l’accusa su riferita [...] mi addolora profondamente e of-fende intimamente la mia coscienza di fascista.

(2) Bobbio non solo “fece finta di non vedere”, ma partecipò attivamente, perlomeno con gli scritti, alla lotta contro il sistema negli anni ’70 (come prima aveva partecipato solo con gli scritti alla resistenza antifascista, ma soltanto perché “cagionevole di salute”, com’ebbe a scrivere Francesco Cossiga in un perfido passo di una sua per il resto zuccherosa elegia sul Maestro), firmando volentieri, assieme a 800 (!) personalità del mondo politico e intellettuale italiota, il famigerato appello contro il Commissa-rio Calabresi pubblicato sull’Espresso del 13 giugno 1971, dove Luigi Calabresi era definito “un commissario torturatore”. Tra i firmatari vi fu-rono: Alberto Moravia, Paolo Mieli non ancora travolto dal suo mellifluo mielismo, Umberto Eco, il presidente Fiat USA dalla parte dei proletari Furio Colombo, Federico Fellini, Carlo Rognoni, Bernardo Bertolucci, Liliana Cavani che preferivamo ricordare solo per Il portiere di notte, Margherita Hack che dimostra come essere scienziati non vuol dire bril-lare in altri campi, Franco Basaglia, il quale poteva magari assentarsi per un TSO al posto di firmare, Eugenio Scalfari, Andrea Barbato, Giorgio Bocca, che in quegli anni si distinse nel mantra “sedicenti Brigate Ros-se”, Livio Zanetti, Lucio Colletti, Carlo Rossella, Toni Negri, Tiziano Terzani non tanto pacifista, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Gian-carlo Pajetta, Federico Fellini, Mario Soldati, Carlo Rognoni, Bernardo Bertolucci, Luigi Comencini, Paolo e Vittorio Taviani, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Nanni Loy, Giovanni Raboni, Renato Guttuso, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Lucio Villari, Giulio Carlo Argan, Fernanda Pivano, Gae Au-lenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi, le radical chic Dacia Maraini e Camilla Cederna, ambedue colte in quegli anni da strabismo cronico, vi-sto che per loro la violenza era solo quella di destra o delle Forze Oscure Della Reazione in Agguato, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Primo Levi, Lalla Romano, il solitamente mansueto Franco Fortini, altro fasci-sta cantore dell’antifascismo… Molti di loro sottoscrissero anche la lettera dell’ottobre 1971 al Procura-tore della Repubblica di Torino, che indagava su Lotta Continua. Qual-cuno ha chiesto poi ecumenicamente scusa alla vedova Calabresi, qual-cuno nemmeno ha fatto questo sforzo. Forse sono questi ultimi i più me-ritevoli, i meno voltagabbana. La lettera recitava: Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro. Tra coloro che s’impegnavano a lottare “armi in pugno contro lo stato”, alcune delle solite coscienze democratiche dell’Italia del XX e XXI seco-lo, Umberto Eco e Paolo Mieli. More solito, a morire sotto le spranghe degli autonomi e le Škorpion delle Brigate Rosse, o le bombe e le lame dei neri, non furono né Eco né Mieli, ma in massima parte tanti studenti e comuni cittadini. Appello e lettera sono in M. Brambilla, L’Eskimo in redazione, Milano, 1993, pp. 104-106.


CAMERATA DARIO FO PRESENTE!


Il Nobel Fo in un caustico articolo di Michele Brambilla, apparso su il Giornale del primo marzo 2007: In un mondo di voltagabbana, e nel giorno in cui Follini vota con Rifon-dazione, conforta sapere che c’è un hombre vertical come Dario Fo. Siete depressi perché ci sono troppe banderuole? Leggetevi l’autobiografia che il nostro premio Nobel ha appena pubblicato da Guanda, Il mondo se-condo Fo, e troverete consolazione e ristoro. A ottant’anni suonati Dario Fo ci consegna il racconto di una vita esemplare e tanti buoni propositi. “Ho ancora molto da fare: la battaglia per un mondo migliore, per un pianeta meno violento, per una città più a misura di uomo e di natura…” e via di questo passo fino − ça va sans dire − alla liquidazione di Berlu-sconi (“Un giorno si troverà in mutande e bandana ad arrancare tutto so-lo”) e all’impegno “per cercare finalmente di mettere a segno un buon governo, o almeno un governo decente”. Ed eccoci alla lezione sulla po-litica e sui voltagabbana. Dario Fo parte dal Sessantotto. “Un periodo stupendo”, naturalmente. “Per qualcuno però anche l’occasione giusta per fare i doppi e i tripli giochi di comodo. Quelli che allora si professa-vano di sinistra dura e pura, e poi sono finiti come si sa”. Fuori i nomi: “I Liguori, i Ferrara… Gente di cinismo impressionante, voltagabbana… O come Aldo Brandirali, oggi nelle file di Forza Italia e Comunione e Libe-razione: da Servire il popolo a servire il padrone… Lo stesso salto della quaglia fatto, allo spirare dei primi venti berlusconiani, da Pecorella, Ta-ormina, Bondi, Paolo Guzzanti, Tiziana Majolo”. Conclude il Nobel: “Il trasformismo di certi politici è roba da far impallidire Fregoli”. Altro che la schiena dritta di Dario Fo. Però, c’è un però. “Per un periodo, pur se breve”, Dario Fo “ha fatto parte della Repubblica di Salò”, osserva l’intervistatrice Giuseppina Manin, coautrice del libro. Dario Fo non si sottrae, e risponde che quella “parentesi” lui non l’ha “mai negata”. Ammette di essersi arruolato “per salvare la pelle”. E, non rinunciando a tenere il ditino alzato, fa notare la differenza con un altro premio Nobel, Günter Grass, che la sua militanza nelle Waffen-SS l’ha tenuta nascosta fino all’anno scorso. “Quello che più mi ha colpito della sua vicenda è il fatto di aver tenuto quel segreto dentro per tutto il tempo. Grass ha con-vissuto con la sua colpa per oltre sessant’anni”. E già, che imbroglione questo Grass. Ma è proprio qui che la posizione vertical di Dario Fo si inclina, e che la schiena dritta non è poi tanto dritta. Perché il nostro No-bel ci sta prendendo per i fondelli. La verità è che Dario Fo ha sempre non solo nascosto, ma anche negato − finché ha potuto − di essersi arruo-lato nella RSI. Il primo a rivelare quel passato fu, nel 1964, Giorgio Pisa-nò; ma siccome Pisanò era un fascista, nessuno gli volle dar credito. Quando poi, nel 1975, a ricordare quella “parentesi” fu Giancarlo Vigo-relli su Il Giorno, Dario Fo sporse querela, e la causa finì con la pubbli-cazione di un comunicato in cui si diceva che il futuro premio Nobel non era stato repubblichino ma partigiano. Nel 1977 un piccolo giornale di Borgomanero che si chiamava Il Nord ritirò fuori la storia, e Dario Fo fece ancora querela. Commettendo, però, un errore che si rivelò fatale: concesse ampia facoltà di prova. E le prove della militanza di Fo nella RSI vennero fuori, soprattutto per merito di un giornalista, Luciano Gari-baldi, che pubblicò tutto su Gente: le fotografie, la testimonianza dell’ex camerata Carlo Maria Milani e soprattutto quella del capo partigiano Giacinto Lazzarini. Messo di fronte all’evidenza delle foto, Dario Fo a-veva infatti cercato di sostenere una tesi ardita: disse di essersi arruolato nella RSI come infiltrato dei partigiani. Ma Lazzarini al processo lo sbu-giardò. Altro che aver “sempre ammesso” gli imbarazzanti trascorsi. È scritto nella sentenza di quel processo per diffamazione contro Il Nord: “È certo che Dario Fo ha vestito la divisa del paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate. Lo ha riconosciuto lui stes-so − e non poteva non farlo, trattandosi di circostanza confortata da nu-merosi riscontri probatori documentali e testimoniali − anche se ha cerca-to di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svol-to la parte dell’infiltrato pronto al doppio gioco”. E non è tutto. Si legge ancora nella sentenza: “Non è certo, o meglio è discutibile”, che Fo abbia partecipato a dei rastrellamenti, “ma la milizia repubblichina di Fo in un battaglione che di sicuro ha effettuato qualche rastrellamento lo rende in certo qual modo moralmente corresponsabile”. Era un ragazzo, certo. E come si fa a non perdonare un ragazzo? Sono le bugie a ottant’anni che danno un po’ fastidio.


CAMERATA ENZO BIAGI PRESENTE!


Il Domenicale del 3 marzo 2007 pubblicò un interessante docu-mento riguardante il decano dei giornalisti italiani, con relativo ar-ticolo del direttore Angelo Crespi: La questione dei “redenti”, cioè di quegli intellettuali fedeli al regime fa-scista e poi divenuti i campioni dell’antifascismo è tornata di attualità, con l’uscita del saggio di Pierluigi Battista, Cancellare le tracce (Rizzoli) che, prendendo spunto dall’outing di Günter Grass il quale ha ammesso da giovane di essersi arruolato volontario nelle SS (1), tratta anche dei numerosi casi simili italiani. […] Anche Biagi an passant aveva fatto a tempo a collaborare ad alcune riviste fasciste prima di fare il grande salto. I documenti che qui presentiamo dimostrerebbero il grado di considera-zione che il fascismo, siamo già in epoca RSI, aveva del giovane Biagi. Il Minculpop invia infatti 70mila e 500 lire al capo della provincia di Bolo-gna con l’indicazione di distribuire la somma ai giornalisti del Resto del Carlino sfollati o dissestati in occasione di incursioni aeree nemiche (do-ve per “nemiche”, lo ricordiamo a Biagi, si intende gli Alleati). A Biagi rag. Enzo spettano 3mila lire. La metà del direttore Giorgio Pini, ma il doppio del segretario di redazione, Carlo Casali. Una cifra non piccola, se si pensa che la data riportata è 20 gennaio 1944, XXII dell’era fascista. Tanto per fare un paragone, la canzone di Gilberto Mazzi in cui si va-gheggiava come ricchezza conquistata le celebri “mille lire al mese” è del 1939. E a maggior ragione nel 1944, dopo 4 anni di guerra, la somma appare un considerevole gruzzoletto. È quasi inutile dire che il 1944 è l’anno di Marzabotto, delle Fosse Ardeatine, delle stragi “nazifasciste” più efferate, ed iniziare l’anno con una paghetta del Ministero della Cul-tura popolare della RSI appare quanto mai sconveniente soprattutto in chiave “democratica”. Certo, sarà stato pure un piccolo compromesso, ma tutti questi piccoli compromessi screditano l’intera classe intellettuale del Dopoguerra, prima succube del fascismo e poi apologeta dell’antifascismo, con la stessa zelante disonestà (2). … e su Il Giornale del 18 novembre 2007, Paolo Granzotto così tratteggiava, rispondendo alle perplessità di un lettore, la figura del ventenne antifascista Biagi: Enzo Biagi non ha mai platealmente rivendicato meriti antifascisti, caro Fabbri. Ha lasciato che altri lo facessero, ma col curriculum che si ritro-vava, sull’argomento il Venerato Maestro ha sempre preferito sorvolare. Balilla e Avanguardista, membro della Gioventù del Littorio e del Grup-po universitario fascista, Biagi non trascurò nessuna occasione per in-quadrarsi e servire fedelmente il Duce. Con uno zio reduce della marcia su Roma ed un cugino Sottosegretario alle Corporazioni, probabilmente ce l’aveva nel sangue, il fascismo. Naturale, quindi, che anche da giorna-lista servisse con zelo e disciplina gli interessi del regime. Marcello Sta-glieno, che negli archivi sta come il topo nel formaggio e al quale non é mai sfuggita una sola virgola di quanto fu scritto nel Ventennio, ha ricor-dato che nel ‘41 Biagi elogiava “l’opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell’Italia (“Roma, dove ci sono troppi ebrei, compresa”) o così commentava “Süss, l’ebreo”, film voluto da Himmler: alla sua visione “molta gente apprende che cosa é l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte”. É poi noto che fu al soldo del Minculpop come inequivocabilmente risulta dal versamento di 3mila lire al “Rag. Enzo Biagi” disposto, appunto, dal ministero della Cultura Popolare. Fu solo nel marzo del 1944 − quindi ben dopo il Gran Consiglio, la caduta di Mussolini e l’8 settembre; quindi con gli Alleati che già risalivano la Penisola; quindi in pratica a cose fatte − che il te-nente Enzo Biagi voltò le spalle al fascismo affrettandosi a salire sul car-ro dei vincitori. Un bel giorno inforcò la bici e intrepidamente pedalò alla volta dell’abetaia della Segavecchia laddove si unì al “Gruppo Le-gnano” del Corpo italiano di liberazione, i “partigiani” con le stellette (che non cantavano “Bella Ciao”, ma caso mai la versione italiana di “Li-li Marlene”). Di gesta guerresche o guerrigliesche a danno del tedesco invasor non v’è traccia nemmeno nelle memorie dell’interessato, memo-ria, che però si risveglia il 21 aprile del 1945, giorno in cui le truppe alle-ate polacche entrarono in Bologna (Biagi col “Gruppo Legnano”, vi mise piede il giorno seguente). Mezzo secolo dopo i fatti il Venerato Maestro raccontò che la prima persona a venirgli incontro nella città liberata fu − potevamo dubitarne? − la vedova (originaria di Pianaccio, il borgo natale di Biagi: neanche si fossero dati un appuntamento) di un giustiziato dai fascisti. Anche la memoria, quindi, si fa guidare dal conformismo (3). Ragion di più per ritenere giusto, caro Fabbri, che in un tripudio di peana Enzo Biagi sia stato elevato a simbolo “dell’Italia che non si arrende”. Nel senso, mi par chiaro, di non piegarsi, di non darsi per vinta e capar-biamente ambire a restare quella che é: l’Italia del Franza o Spagna pur-ché se magna.


(1) Ricordiamo come Grass si sia sempre saldamente erto come inflessi-bile coscienza democratica della Germania postbellica, svelando i tra-scorsi nazisti di politici, funzionari e intellettuali tedeschi, additando ine-sorabilmente i riprovevoli reprobi al pubblico sdegno, a patto che non si chiamassero Günter di nome, Grass di cognome e fossero andati volonta-ri nella 10. SS-Panzer-Division “Frundsberg”. (2) Mentre seguivamo il servizio del TG1 delle 13.30 del 6 novembre 2007 sul funerale di Enzo Biagi, abbiamo preso nota che un suo caro a-mico, oltre che curatore dei programmi di Biagi per Rai1, Loris Mazzetti, ha commemorato la figura del compianto scomparso come segue: “La cosa alla quale farebbe di più a lui piacere è pensarlo, Enzo Biagi, a 23 anni, quando è andato sull’Appennino tosco-emiliano a fare il partigiano con Grazia (sic!) e Libertà”. Confessiamo al lettore, seppur con imbaraz-zo, che non eravamo a conoscenza dell’esistenza di una Brigata partigia-na Grazia e Libertà, ma forse è solo nostra ignoranza, ed essa è esistita realmente, e, allo stesso modo, perlomeno per chi è aduso a redigere la storia d’Italia nel 1943-1945 usufruendo di L’Agnese va a morire e Don Gallo come sue esclusive fonti, è esistito anche un Biagi fiero combatten-te partigiano, come descritto in maniera comprensibilmente elegiaca dal-le figlie, e meno comprensibilmente dagli organi di (dis)informazione. (3) Il maggior contributo del cobelligerante Enzo Biagi alla “Guerra di Liberazione” sembra sia stato, in effetti, il suo collaborare alle trasmis-sioni di propaganda della radio Alleata. Non bisogna però sminuire quest’importante apporto di Biagi alla lotta contro i disumani nazisti e i loro crudeli tirapiedi repubblichini: infatti, si sa che ne ferisce più la penna che la spada. Da Biagi a Bobbio a numerosissimi altri, abbiamo visto quanti indomiti antifascisti si siano scrupolosamente attenuti a quest’assennato adagio, in virtù del quale gli sono stati garantiti senza fallo benemerenze e plauso.


CAMERATA GIVLIO EINAUDI PRESENTE!


Un articolo di Vittorio Messori, apparso sul Corriere della sera dell’11 luglio 1998, riguardante un curioso autodafè della casa editrice simbolo del miglior azionismo giellino torinese: C'è già chi scuote il capo: non ci voleva anche questa, per la reputazione, già compromessa, del “laico monastero di via Biancamano”; di quelle storiche stanze della Giulio Einaudi Editore, dove officiarono per decen-ni i sacerdoti della “Cultura laica, democratica, antifascista”. Dopo la bancarotta economica, con i libri contabili portati in tribunale, quella i-deologica? Qualche anno fa, lo si ricorda, nella sezione “lettere al Duce” dell'Archivio Centrale dello Stato, un ricercatore rinvenne certe missive anni Trenta di Norberto Bobbio. L’allora giovane studioso − divenuto poi genius loci delle mitiche “riunioni del mercoledì”, dove si stabiliva la strategia dell’Einaudi − faceva appello alla magnanimità di Mussolini, ricordando le benemerenze fasciste sue e della sua famiglia, per certi per-sonali problemi di carriera universitaria. Amareggiato dalla imprevista trouvaille, il senatore a vita dichiarò che quelle lettere (il cui ricordo ave-va rimosso, e delle quali in effetti mai aveva parlato) erano la contropro-va di quanto una dittatura potesse corrompere anche gli animi più nobili. Nel frattempo, altri studiosi scoprivano il carattere “politicamente scor-rettissimo” del periodo in cui Cesare Pavese, il più illustre dei redattori einaudiani, se ne stava appartato in collina mentre attorno a lui, nelle Langhe, operava la Resistenza: frequentazioni di preti e di sacramenti e, soprattutto, espressioni inaspettate di comprensione verso la Repubblica Sociale. Adesso, sorprese sconcertanti riguardano il celebre editore stes-so, già bersagliato dai tribunali per i conti dell’azienda. La Giulio Einau-di ha pubblicato tre cataloghi storici, tutti presentati come completi, e-saustivi della sua vicenda editoriale: dalla fondazione, nel 1933, sino al 1956, al 1983 e al 1993. Nonostante quelle dichiarazioni di completezza (si trattava, si disse, di fornire documenti per la storia) i tre cataloghi ri-velarono presto dei “buchi”. A cominciare dal 1944: in quell’anno tragi-co l’editore, pur commissariato, aveva pubblicato almeno tre titoli. E su tematiche direttamente religiose. Volumi “rimossi”: ai bibliofili che se ne lagnarono, fu agevole rispondere che quelle singolari scelte confessionali erano state dettate dalla necessità di star lontani, in tempi di ferro, da pe-ricolosi problemi politici. Poco dopo, però, una nuova scoperta; e un di-sagio crescente anche per i più benevoli. Era il dicembre del 1996 quan-do venne alla luce un altro titolo la cui memoria era censurata. Questa volta non si trattava di pur anomale ricerche cristiane, ma di quasi 400 pagine, con decine di carte e di tavole a colori: La guerra di Spagna sino alla liberazione di Gijón, 1937, Anno XV E.F. Autori, il generale Am-brogio Bollati e lo storico Giulio Del Bono. Sotto le insegne editoriali della Giulio Einaudi, Franco era descritto come “patriota ardentissimo” che, coraggiosamente, si era levato contro “la barbarie asiatica agli ordini moscoviti”. Per quei due autori einaudiani, i “rossi” che si erano opposti all’alzamiento franchista volevano “bolscevizzare la Spagna, trascinando le plebi alle violenze delittuose”. Ma, per fortuna, era entrata in campo “l’Italia di Mussolini, che diede generosamente il sangue di molti suoi figli”. Anche questa volta, però, una certa intellighenzia reagì con fasti-dio al ritrovamento editoriale: nessuno scandalo, solo il normale tributo di un editore a un regime tirannico per permettersi, in cambio, la conti-nuazione di un’attività sgradita al la dittatura. Un pedaggio da pagare, obtorto collo: nient’altro. Ma, proprio in questi giorni, ecco riemergere un altro reperto: qui, è la stessa introduzione dell'autore che sembra smentire la tesi indulgente dell'atto dovuto, dell'omaggio obbligato al re-gime. Una vicenda curiosa, che nasce dal Catalogo di libri rari e di pre-gio di una giovane studiosa e antiquaria torinese, Simonetta Gribaudi, figlia di Piero, il noto editore cattolico. Al numero 110 di quel suo ultimo catalogo, la Gribaudi offriva (a 440 mila lire) quella che titolava come Un’edizione Einaudi inesistente. Ci troviamo di fronte, spiegava, a un libro stampato, sicuramente messo in commercio (sul frontespizio sta il timbro: Omaggio per recensione), ma anch'esso completamente rimosso da tutti e tre i cataloghi storici, pur dati per completi, della Giulio Einau-di. Ma c’è di più: l’autore è ancora il generale di Corpo d’armata Am-brogio Bollati e la data è il 1936 (Anno XIV). Ebbene, nella introduzione, il militare-scrittore ringrazia Einaudi con queste parole: “Il lavoro ha a-vuto origine da una proposta di un editore di buona volontà, che si è reso conto della novella importanza assunta dalle Colonie nel momento attua-le”. Titolo, infatti, della ponderosa pubblicazione (rilegatura in tela, 150 foto di Mussolini, Graziani, triumviri, governatori; un centinaio di carte) così suona: Enciclopedia dei nostri combattimenti coloniali. Essendo la conquista dell’Etiopia appena iniziata, il generale Bollati avverte il letto-re: “Come da accordi con l’editore, il presente lavoro verrà tenuto a gior-no mediante appendici”. Non sappiamo se quelle appendici ci siano state. Ciò che risulta chiaro è che fu “l’editore di buona volontà” (come lo chiama l’alto ufficiale littorio) ad avere avuto l’idea, ad averla proposta, ad averla voluta realizzare a servizio della causa “imperiale”. Né sembra trattarsi di un tributo una tantum: come risulta dall'accordo per una sorta di enciclopedia in progress, da aggiornare di continuo con i nuovi fasti imperiali. Del resto, l'imponente pubblicazione porta “l’alto elogio” di Alessandro Lessona, ministro delle Colonie, con lettera autografa ripro-dotta a mo’ di prefazione. Forse segnata ancora dalla giovinezza, Simo-netta Gribaudi termina la scheda del suo catalogo chiedendosi, stupita, come tutto questo possa conciliarsi “con l’alta stima di cui l'editore tori-nese ha sempre goduto quanto ad antifascismo, anticolonialismo e spirito democratico”. Comunque sia, “il libro inesistente” (almeno per i catalo-ghi ufficiali) è stato subito accaparrato da un collezionista, mentre alme-no una dozzina di aspiranti acquirenti sono rimasti delusi. Nel giro anti-quario però, c'è chi li consola: altre edizioni einaudiane “in nero” stareb-bero per venire disseppellite. Sussurrano, addirittura, di un “catalogo pa-rallelo”, tanto rimosso quanto imbarazzante. Esagerazioni, naturalmente, leggende metropolitane. I fatti accertati, peraltro, autorizzano una do-manda: quella cultura italiana, se non europea, cui l’Einaudi molto ha dato (solo sciocchi o faziosi potrebbero dubitarne), non avrebbe diritto a un catalogo storico finalmente completo, senza censure, silenzi, rimozio-ni, pudori, buchi imbarazzati? È solo “la verità che fa liberi”: spiace scomodarlo, ma anche questo è vangelo (1).


(1) Anche in questo caso, la linea la detta il Partito: infatti, sull’attendibilissimo, imparziale e rigorosamente scientifico sito dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, nella scheda biografica dedicata a Giulio Einaudi, si legge: “Se dopo la guerra c’e una casa edi-trice che non deve farsi perdonare alcun peccato, neppure veniale, di col-lusione con il passato regime questa è certamente la Einaudi”. Per com-prendere quanto sono attendibilissime, imparziali e rigorosamente scien-tifiche le ricostruzioni storiche dell’ANPI, basta ricordare come il mitico Moranino, comandante partigiano garibaldino responsabile dell’eliminazione di due agenti italiani dell’OSS, di tre partigiani non comunisti e delle mogli di due di questi ultimi, la cui colpevolezza è stata dimostrata in un noto processo, ricostruito puntualmente nel libro di Roberto Gremmo Il processo Moranino, è definito nel sito web citato come povera vittima di “una montatura giudiziaria, che aveva come obiettivo la Resistenza nel suo complesso (era stato accusato dell’eliminazione di sette persone, av-venuta nella zona partigiana controllata dalla sua formazione), [e] costrinse Moranino a riparare in Cecoslovacchia per sfuggire all’arresto”. E’ confermata così, per l’ennesima volta, la massima: se la realtà contra-sta con la teoria, tanto peggio per la realtà. Per concludere, il Tripodi, nel capitoletto dedicato a Giacinto Bo-sco, fascistissimo… Senatore DC e Ministro in diversi dicasteri, scriveva queste considerazioni: Ciò induce ad un appuntino su un fatto caratteristico del successivo [al 1935, NdC] quinquennio. Nel corso di esso ci fu tutta una categoria di italiani che non partecipava a trattazione culturale di sorta, ma che obbe-diva, spesso con spontanea e generosa sollecitudine, ad ogni appello combattivo. Siffatti italiani, fessi, non facevano che tradurre in opere quel che gli altri, furbi, predicavano a parole: quelli forse avevano dei principi, questi certamente dei fini. Gli uni dicevano: Badate! Il Negus aggredisce l’Italia; e gli altri, convinti, partivano per l’Equatore e ci la-sciavano in molti la pelle. I primi seguitavano: la barbarie comunista mi-naccia la civiltà europea, latina e cattolica; e i secondi, rinunciando per-sino al nome, correvano sui monti di Spagna, dove i combattimenti di-ventavano più duri e sanguinosi che in Africa Orientale. I furbi prosegui-vano: c’é un ordine nuovo che gli Stati ricchi di sangue e di lavoro deb-bono fondare contro quelli capitalistici e sfruttatori; e i fessi rifirmavano la domanda di volontari, persuasi che la nuova guerra mondiale fosse nel giusto. Insomma, gli intellettuali fascisti predicavano che bisognava combattere; i fascisti senza qualificativi combattevano. Che avvenne poi? Che quelli che non partirono mai, divennero “epuratori”. E gli altri, che avevano compiuto il loro dovere, e che, se non erano crepati, erano torna-ti col nastrino, ma spesso anche con la ferita o la mutilazione, finirono “epurati”. Un po’ come avviene a teatro: l’autore dell’opera non appare sul palcoscenico, ma manda gli attori che la recitano e non l’hanno scritta ad affrontare i guai immediati della platea. I critici censurano però gli autori più che gli attori, come gli storici migliori, forse, faranno per la politica, quando che sia. Questo libro, o meglio questo pamphlet, è dedicato ai semplici “at-tori” del Ventennio, i quali recitarono la loro tragedia nelle pietraie dell’Etiopia, sulle steppe ghiacciate in Russia, dentro le carcasse in fiamme dei carri M della Ariete in Libia, o in qualunque altro luo-go ove fosse loro stato allestito il tetro palcoscenico della guerra.


(dal libro "Camerata Taviani presente!")

mercoledì 2 giugno 2010

La banalità dell'idiozia: Aerei blu, di Massimo Gramellini



IL CONGEDO DI BUONGIORNO ESTATE: tutti i messaggi ricevuti

2/6/2010
Aerei blu


Nel giorno della parata militare lungo i Fori, oso sperare che nessuno sottovaluterà l’importanza dell’acquisto di centotrentuno cacciabombardieri F-35, centoventuno caccia Eurofighter e cento elicotteri NH90 da parte delle nostre Forze Armate. Con una certa malizia i Verdi fanno notare che lo scontrino complessivo di una spesa degna del set di «Apocalypse now» ammonta a 29 miliardi di euro, 5 in più della manovra (a proposito di apocalissi).Ma tutti sappiamo che, oggi come oggi, senza un cacciabombardiere non si va da nessuna parte. Quindi lungi da noi l’idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale. Però, forse, almeno un accenno a questa eventualità poteva essere fatto da chi ci governa. Anche solo come gesto di trasparenza e di cortesia: cari italiani, vi chiediamo di stringere la cinghia, però sappiate che i vostri sacrifici non saranno vani, perché dei cacciabombardieri così belli non li ha nessuno. Per non parlare degli elicotteri.L’emozione sarebbe stata talmente forte che i dipendenti dello Stato avrebbero donato, se non l’oro (di cui al momento sono sprovvisti), i loro straordinari alla Patria, pur di consentirle di sfrecciare invitta e gloriosa nei cieli. E i poliziotti avrebbero sbandierato con orgoglio la mancanza di soldi per il carburante delle auto di servizio, con la tranquilla consapevolezza di chi sa che per combattere la mafia, stroncare la corruzione e proteggere i cittadini, nulla è più efficace di uno stormo di cacciabombardieri.
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"Quindi lungi da noi l'idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale". Qualcuno dice a questo giornalaio con il culo al caldo che MAGARI l'emergenza occupazione riguarda decine di migliaia di giovani precari o in cerca di prima occupazione o lavoratori dipendenti del privato e non certo gli impiegati pubblici o qualche centinaio di professionisti strapagati degli enti culturali... aspettate... "CULTURALI"?...
AHAHAHHAHHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHA

giovedì 11 marzo 2010

Senilità antifascista, un romanzo di Carlo Azeglio Ciampi: Napolitano, Berlusconi, i Fratelli Rosselli




CIAMPI: MAI MOLLARE PENSO AI FRATELLI ROSSELLI
Da "Il Corriere della Sera" di martedì 9 marzo 2010
L`ex capo dello Stato: la mia prova di forza con Berlusconi fu sulla legge Gasparri Ciampi: mai mollare Penso ai fratelli Rosselli «Non è questa l`Italia per cui ho speso la mia vita» ROMA - Un paio di settimane fa un vecchio professore è andato a salutare l`amico Ciampi nel suo studio a palazzo Giustiniani. Confidò poi di averlo trovato amareggiato come non mai.
«Non è questa l`Italia per la quale ho speso la mia vita», si lamentava l`ex capo dello Stato, con il tono di chi registra una sconfitta, un fallimento. Ad avvilirlo era l`ultimo scandalo di corruzione, «testimonianza di come si stia imbarbarendo quel che resta dell`etica pubblica e del vivere civile», che allora dominava le pagine dei giornali. Ma oggi, quali sono i suoi umori? Che opinione si è fatto, presidente Ciampi, delle tensioni politiche e istituzionali che stressano il Paese sulla scia del provvedimento per sanare il caos delle liste? E la bocciatura del ricorso Pdl da parte del Tar del Lazio? «Guardi, gli umori com`è ovvio oscillano. E quest`ultimo episodio rischia di creare un caos maggiore. La mia prima reazione è un auspicio ad evitare le polemiche e suggerire a tutte le parti in causa di collaborare per una soluzione positiva e, appunto, condivisa.
Che potrebbe essere un rinvio delle elezioni, nel Lazio o in tutt`Italia. Altrimenti la gente finirà per non capire più nulla... Per il resto posso soltanto dirle che, ogni volta che provo un senso di perdita e avvilimento, per fortuna riscopro ancora in me, a settant`anni di distanza, lo stato d`animo che a vent`anni sintetizzavo nel motto "non mollare"».
«Non mollare» come lo intendeva Nello Rosselli? «Esattamente. Dal nome del foglio clandestino che circolava a Firenze durante il fascismo e che era stato ideato da Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, ma soprattutto da Nello e Carlo Rossel li, assassinati nel 1937 a Bagnoles-de-l`Orne da una banda di francesi prezzolati da Mussolini. Quelle idee di Giustizia e Libertà mi hanno segnato per sempre. E nei momenti bui le rievoco e mi ci aggrappo dicendomi che bisogna reagire».
Che cosa le pare così scoraggiante, nell`Italia dei giorni nostri, da richiamarsi alla testimonianza del Rosselli? Le tensioni sul decreto salvaliste, ad esempio? «Questo è un esempio. Non mi chieda però se io avrei firmato la legge:
non voglio dare né consigli né pagelle di buona o cattiva condotta a nessuno.
Certo, sarebbe stata responsabilità delle forze politiche, di governo e di opposizione, trovare un accordo che consentisse di risolvere il problema e far votare tutti gli elettori senza traumi e divisioni. Si è scelta una strada tra le tante, e mi sembra brutto pensare che possa essere maturata su un atto di forza del governo, perché così ne uscirebbero umiliate le istituzioni».
Lei stesso ha fatto esperienza, quand`era al Quirinale, di qualche prova di forza con il premier Berlusconi.
Come fu? «A me è successo con la legge Gasparri per le tv, che bocciai, e anche con la riforma dell`ordinamento giudiziario.
Materie assai scomode e spinose, cui il premier era molto interessato personalmente, come sappiamo. Non dico di aver fatto sempre bene, perché tutti si sbaglia. Certamente però non ho "mai mollato" rispetto a ciò che mi dettavano la Costituzione e la mia coscienza.
Ora comunque mi pare che si rischi di andare verso una sfida permanente.
E il responso del Tar, del Lazio complica tutto».
Già, e anche questa vigilia di voto si esaspera la pretesa di dividere l`opinione pubblica tra istituzioni (la presidenza come i giudici) «amiche» e «nemiche».
«Capisco le fatiche e i dilemmi del mio successore Napolitano. Pure di questo ne so qualcosa. Alla mia prima seduta da senatore a vita, al momento di votare la fiducia al governo Prodi fui coperto d`insulti in aula. Io, ricordo, mi fermai e rivolsi uno sguardo sprezzante a coloro che mi stavano fischiando e attaccando. Tutto si ripete sempre uguale. Con i soliti, insopportabili veleni».
Quando lei compì ottant`anni, disse che l`Italia era diventata quella che sognava da ragazzo: «né fascista né comunista, libera». Adesso che si -avvia verso i go, che Paese le sembra il nostro? «Siamo da almeno 15 anni in un altro tunnel, diverso. E purtroppo non ne siamo ancora usciti. Del resto, finché ci sono persone che hanno come loro guida l`interesse personale e non hanno princìpi etici cui ispirarsi, il mondo non può andare bene».


"Non è questa l`Italia per cui ho speso la mia vita"... come se il Carletto Azegliuccio fosse un missionario francescano, un partigiano scarpe rotte e ma bisogna andar... e non avesse il sederino delicatamente poggiato da decenni su poltrone del '700, percependo stipendi milionari, e essendosi visti sfilare davanti in decenni di carriera istituzionale tutto il caravanserraglio della prima repubblica... e non ricordo di averlo sentito dire un bah, altro che rosselliane indignazioni.

domenica 13 dicembre 2009

Aggressione equa, solidale e democratica a Berlusconi: Aggredito il premier dopo il comizio alla festa per il tesseramento del Pdl a Milano



Aggredire un settantenne è sicuramente tipica, democratica ed equosolidale espressione della migliore gioventù (ah, scusate: se l'è cercata perchè osava non essere comunista, quindi è solo uno sporco fascista, mica un settantenne).

Aggressione al premier dopo il comizio alla festa per il tesseramento del Pdl a Milano. Un uomo, Maasimo tartaglia, 42 anni, l'ha colpito al volto: è stato fermato. All'ospedale San Raffaele effettuata la Tc: 24 ore in osservazione. Berlusconi dal palco aveva invitato a non credere "a chi getta "fango e odio". Una decina di persone l'aveva contestato e lui aveva replicato: "Vorreste trasformare l'Italia in una piazza che inveisce, che condanna. Vergogna, vergogna, vergogna". Folla sotto choc: "Tutta colpa di Di Pietro"

http://www.ilgiornale.it/

domenica 1 novembre 2009

Diana Blefari Melazzi suicida in carcere, Luigi Manconi si indigna... chissà se si è indignato un pochetto anche per le vittime dei terroristucci...



La Blefari Melazzi era pronta a collaborare
Giallo sul suicidio in carcere della brigatista e sulle misure di sicurezza. I suoi legali: una morte annunciata


ROMA - Diana Blefari Melazzi era pronta a collaborare con la giustizia. E' quanto emerge da alcune indiscrezioni secondo cui la brigatista, che sabato sera si è tolta la vita nel carcere romano di Rebibbia, aveva avuto il giorno stesso un colloquio con gli investigatori. Colloquio che non sarebbe l'unico di questi ultimi tempi. Alla Blefari Melazzi nei giorni scorsi era stata confermata definitivamente la condanna all'ergastolo per aver preso parte all'omicidio del giuslavorista Marco Biagi.
«SUICIDIO ANNUNCIATO» - Era in una cella singola, Diana Blefari Melazzi, e si è uccisa impiccandosi con delle lenzuola annodate. «Una morte annunciata», ha detto subito il presidente dell'associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che si batte per i diritti nelle carceri. «Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male?». Perchè da tempo Blefari «schizofrenica e inabile psichicamente», passava le sue giornate, come ricorda il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in completo isolamento, in una cella singola, per la maggior parte del tempo a letto e al buio rifiutando spesso cibo e medicine», senza rapporti con altre detenute e operatrici volontarie.


Dal Corriere.

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Stasera, al TG Rai, ci siamo beccati l'egregio Luigi Manconi, dell'Associazione "A buon diritto", che con la faziosità radicalchic che ci si poteva aspettare dal detentore di tanto CV...

Laureato in Scienze politiche, si è dedicato all'insegnamento universitario, prima presso l'Università di Palermo e, successivamente, nella Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove è docente di Sociologia dei fenomeni politici.
Tra il 1969 e il 1975 ha militato in
Lotta Continua.
Negli
anni Settanta, con lo pseudonimo Simone Dessì, collaborava a diverse riviste culturali e musicali. Con Giaime Pintor, Marco Lombardo Radice, Gianni Borgna e Gino Castaldo è autore di numerosi volumi sulla musica popolare e sulla musica leggera, tutti pubblicati dalla Savelli ("C'era una volta una gatta", "La chitarra e il potere", "Cercando un altro Egitto", "Il futuro dell'automobile, dell'anidride solforosa e di altre cose" tra gli altri).
Nel corso dell'attività di
critico musicale, è rimasto celebre il suo attacco a Fabrizio de André per l'album "Storia di un impiegato", nel quale affermava «è un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto "politico" a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico: la canzone Il bombarolo è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica».
Negli anni Ottanta ha fondato e diretto, con
Massimo Cacciari e Rossana Rossanda, la rivista "Antigone". È stato direttore di Ombre Rosse (con Goffredo Fofi) e poi editorialista e commentatore delle più importanti testate italiane, come Il Messaggero, il Corriere della Sera, La Stampa e La Repubblica; attualmente collabora a Il Sole 24 Ore e a l'Unità.
...
Negli anni Novanta è stato consulente della trasmissione di Rai 3
Milano, Italia, ideata e condotta da Gad Lerner.
Nel 1994, da indipendente, viene eletto senatore nelle liste dei
Verdi,

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È iscritto ad Amnesty International e alla International Antiprohibitionist League. Con Laura Balbo ha promosso l'associazione “Italia-razzismo”. È presidente di "A buon diritto. Associazione per le libertà".
Dal novembre del 1996 al giugno del 1999 è stato portavoce nazionale dei Verdi.
Nel 2005 si è iscritto ai
Democratici di Sinistra, per i quali è stato responsabile del dipartimento nazionale Diritti Civili e sottosegretario di Stato alla Giustizia, nel secondo governo Prodi, dal 2006 al 2008.
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Dal 2008 dirige il sito innocentievasioni.net dedicato ai luoghi e alle procedure di privazione della libertà, e italiarazzismo.it, dedicato al rapporto tra immigrazione straniera e società italiana.


... chiedeva retoricamente, sincerodemocraticamente ed equosolidalmente: "Come mai la Blefari non era in una struttura psichiatrica protetta????"


Domandona veramente, direi un altro "mistero italiano" delle FODRA, un afflato di verità progressista destinato, per i trinariciuti, per gli utili idioti nostrani (parole di Lenin, non mie, eh) a rimanere senza risposta...

Per le persone di buona volontà, per gli uomini della strada come il sottoscritto, la risposta invece è molto semplice.

Domanda: La Blefari, perchè era in galera e non a farsi due passi nel giardino di una clinica, o in Trastevere, magari con la Baraldini a tenerle compagnia?

Risposta: Ma forse perchè era una terrorista, complice di altri terroristi che hanno ucciso spietatemente un uomo, colpevole solo di non pensarla come loro?

Difficile eh, Manconi, arrivarci da solo...

mercoledì 14 ottobre 2009

La polizia: "Saviano non doveva avere la scorta"



Milano - "Sull’assegnazione alla scorta a Saviano, il nostro parere fu negativo". Lo rivela, in un’intervista al Corriere della Sera Magazine, il capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, continua parlando al magazine che uscirà giovedì prossimo. A proposito della scorta assegnata tre anni fa all’autore di Gomorra, Pisani racconta: "A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta". "Resto perplesso - aggiunge - quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni".Il libro: "Peso mediatico eccessivo" E sul bel best seller tradotto in 43 Paesi, il capo della Mobile dice: "Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori". Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare "delle regole deontologiche" e soprattutto cercare di non dare "un’immagine eroica della lotta alla criminalità" perchè "la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare". Diventato a soli trent’anni capo della omicidi di Napoli, a Magazine Pisani dice la sua anche sulle intercettazioni, di cui invita a considerare l’enorme importanza ai fini delle indagini. "Sono perplesso dal fatto che per autorizzare un’intercettazione ci debbano essere gravi indizi di colpevolezza", spiega.



Una scorta non la si nega a nessuno, e a Saviano serve solo per il suo status-symbol di personaggio costruito a tavolino da lui stesso e dall'editore (anche perchè, in realtà, la scorta in se non serve a un cazzo: vedi Moro, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino).


Che poi il copia/incolla di Cronaca Nera/Vera di Saviano si venda in milioni di copie nell'italietta editorialmente dissestata, e le Herta Mueller premio Nobel vendano solo ottocento copie, vuol dire che i Saviano e il Grande Fratello (che sono due facce della stessa medaglia), ce li meritiamo tutti.


martedì 28 luglio 2009

Battaglia tra gigant-essa e nano: Stefano Lorenzetto vs Federica Pellegrini



Non capisco nulla di sport [fosse solo di sport, NdMinitrue]. Però dal punto di vista antropologico, e un po’ per competenza territoriale, m’incuriosisce questo fatto: perché tutti gli ori femminili vengono vinti da campionesse nate nella mia regione? [...]

Io ci vedo semmai la conferma di ciò che su certe donne venete scrisse un poeta della mia città, Berto Barbarani, rimasto fino all’ultimo in fitta corrispondenza con Trilussa: «Le par fate par portar Verona, svelte e tremende». Così è ancor oggi: capaci da sole di reggere il peso di un’intera città. Molto più ardimentose, molto più serie, molto più abili di noi maschi, nella vita come nello sport.Questo non mi esime dal chiedermi se sia davvero sempre e tutto oro quel che luccica. Federica Pellegrini, per esempio. Profetica la copertina di Vanity Fair che due settimane fa la raffigurava accovacciata nuda, e verniciata appunto d’oro, su una poltrona di vimini stile Sylvia Kristel in Emmanuelle. Ma sarà davvero la ragazza d’oro che dentro l’acqua fila a oltre 6 chilometri orari con la sola forza delle braccia? L’ho cercata ad aprile per annunciarle che la giuria del premio Masi Civiltà Veneta, presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti e di cui faccio parte, era intenzionata ad attribuirle il riconoscimento che in 28 anni è andato a personaggi quali Susanna Tamaro, Mario Rigoni Stern, Ermanno Olmi, Marco Paolini, Giuseppe Sinopoli, Luigi Meneghello, Hugo Pratt, Andrea Zanzotto, Biagio Marin, Anna Proclemer, Uto Ughi, Gillo Dorfles, Antonia Arslan. In cambio si richiedeva la sua disponibilità per sabato 3 ottobre nella città di Alberto Castagnetti, l’allenatore che l’ha creata. Mi ha risposto con degnazione di rivolgermi al suo agente. Di commercio, suppongo.Posso dirlo? Al telefono con la campionessa, ho avvertito nelle sue parole il sinistro scricchiolio della ruggine. Non quella delle giunture, per il momento ancora ben oliate. Ma quella dello spirito sì. Senza rancore. Da veneto a veneta.




Praticamente questo ometto piccolo piccolo, la cui fama è legata a scoop quali le macchiette da strapaese da lui tratteggiate in "Tipi italiani", invece che commentare a caldo le prestazioni della Pellegrini, che in questi giorni ha stabilito un record dopo l'altro, entrando nell'Olimpo delle grandi del nuoto, si mette a frignare e a borbottare di scricchiolii e ruggine e degnazione...

Lorenzetto, nella sua presunzione di giornalaio, non si è reso conto di 1-fare una figura da sfigato incredibile 2-che è palpabile che il "mc guffin" dell'articolo è la possibilità di sfogare il suo risentimento da lesa maestà giornalaistica.


sabato 23 maggio 2009

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi



Una sgradita sorpresa per l'intellò pluripremiato Uwe Timm, che aveva -ovviamente- puntato il ditino politicamente corretto contro lo stragismo di Stato, polizia RFT assassina, etcetc oltre aver speculato ignobilmente, in altra "opera", sulla memoria di suo fratello, caduto sul fronte russo, e dei genitori... "colpevoli" di non essere, come lui, dei sinistrorsi radicalchic complessati... notizia che fa riflettere anche sulla stampa e gli intellettuali militanti rossi, e sul loro ruolo nel deformare il passato e plasmare il futuro.

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi
Omicidio contribuì a radicalizzare movimento studentesco
APCOM

Svolta a sorpresa in una delle vicende più tragiche e cariche di conseguenze nella recentre storia tedesca. Karl-Heinz Kurras, l´agente che il 2 giugno 1967 uccise lo studente Benno Ohnesorg a Berlino Ovest, sarebbe stato una spia della Stasi, la famigerata polizia segreta dell´ex Germania orientale. Lo rivelano il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) e la tv pubblica tedesca Zdf, citando dei documenti inediti ritrovati da due ricercatori nell´archivio della "Birthler-Behoerde", l´autorità federale che conserva gli atti della Stasi. Stando a Faz e Zdf nel 1955 Kurras si impegnò con la Stasi a spiare la polizia di Berlino Ovest. Non solo, ma nel 1964 l'agente aderì anche alla SED, il partito comunista dell'ex Ddr. Raggiunto dal Tagesspiegel, Kurras, oggi ottantunenne, ha respinto ogni accusa. La Faz pubblica però una foto della sua tessera di iscrizione alla SED. Nei documenti non ci sarebbero tuttavia indizi che fanno pensare che sia stata la Stasi a commissionare l'uccisione di Ohnesorg. In ogni caso alla luce delle nuove rivelazioni l'"Associazione delle vittime dello stalinismo" e l'"Associazione 17 giugno" hanno presentato una nuova denuncia contro Kurras, che nel 1967 e nel 1970 venne prosciolto dall'accusa di omicidio colposo. La morte di Benno Ohnesorg riveste un ruolo centrale nella storia del Sessantotto tedesco. Il 2 giugno 1967 durante le proteste contro la visita dello scià a Berlino ovest lo studente di germanistica venne freddato con un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata dall'agente Kurras. La sua uccisione contribuì in modo decisivo alla radicalizzazione di un movimento studentesto rimasto fino ad allora pacifico. Uno dei più noti gruppi terroristici tedeschi negli anni Settanta, il "Movimento 2 giugno", prese il nome proprio dal giorno dell'assassinio di Ohnesorg.