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domenica 29 gennaio 2012

Morto Oscar Luigi Scalfaro!


















Dopo Bocca, un 2012 che si annuncia ricco di soddisfazioni: è morto Oscar Luigi Scalfaro: una zitella beghina baciapile dei preti incartapecorita, boiarda di stato; la dice lunga sul disastro della Sinistra "alternativa" che se la siano presa come icona, specie negli ultimi anni.

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E' morto il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro

Nato a Novara il 9 settembre 1918, magistrato, fu deputato in tutte le legislature, anche nella Costituente, fino al 1992, anno dell'elezione a capo dello Stato. Il suo mandato coincise con Tangentopoli e con la peggior crisi vissuta dal Paese.

E' morto il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro

ROMA - E' morto a 93 anni il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. Un anno fa una brutta caduta in casa fece peggiorare le sue condizioni fisiche e psicologiche. Nato a Novara il 9 settembre 1918, magistrato, fu deputato in tutte le legislature, anche nella Costituente, fino al 1992, anno dell'elezione a capo dello Stato. Il suo mandato coincise con Tangentopoli e con la peggior crisi vissuta dal Paese. Si dimise il 15 maggio 1999.


La verità sul partigiano Oscar Luigi Scalfaro



Caro Granzotto, nei ludi cartacei celebrativi la figura di Oriana Fallaci, giornalista che stimo ma non ammiro per i suoi trascorsi di esponente di punta del radicalismo chic antiamericano solo in tarda età riscattati dalla veemenza con la quale ha denunciato lo scontro di civiltà e messo in guardia contro il pericolo islamico, è stato posto l'accento sulla sua partecipazione alla lotta partigiana. Alla quale la giornalista, al tempo poco più che bimba, avrebbe partecipato nella funzione di «osservatrice». A ben vedere di partigiani doc, quelli col Tomphson sotto il braccio, se ne conterebbero pochissimi. Il grosso è rappresentato da «staffette», «vedette», «vivandiere», «portaordini» ed altre attività irrilevanti, fino a quella che può vantare il presidente onorario della Repubblica e della Associazione Nazionale Partigiani Oscar Luigi Scalfaro. Se non sbaglio lei scrisse che il contributo di Scalfaro alla guerra di Liberazione si limiterebbe ad aver messo temporaneamente a disposizione di una banda partigiana dei locali della Azione Cattolica di Novara. Le chiedo: date le premesse, mio padre titolare di una autofficina che ai primi del 1944 riparò, con pecetta di gomma e mastice, il pneumatico di un motofurgone che poi si seppe era stato utilizzato da un gruppo di partigiani per trasferirsi sulle alture sopra Arezzo, ha diritto a dirsi partigiano anche lui?


Pieno diritto, caro Bellin. Può anche inoltrare domanda per una medaglia. Come lei saprà, un mese circa addietro, ovvero sessantacinque anni dopo i sedicenti fatti, il Presidente Napolitano ne appuntò una «al merito per la lotta antifascista» sul gonfalone della città di Bari. Pertanto dica pure a suo padre di farsi sotto: non è mai troppo tardi per entrare nel pantheon degli eroici combattenti per la libertà. Visto che siamo in argomento vorrei rettificare una mia inesattezza. Scrissi, è vero, che l'unico gesto di Oscar Luigi Scalfaro riconducibile alla Resistenza fu quello di ospitare un drappello di partigiani in un locale della Azione Cattolica. Non è così o quanto meno non solo così. Grazie a Pierangelo Maurizio e Giorgio Mulè, autori di un servizio televisivo andato in onda su Kosmos, Rete 4, ho appreso che di ben altro pondo fu il suo contributo alla lotta antifascista. L'onorario presidente ha rivelato infatti che subito dopo la fine della guerra si ritrovò ad essere «consulente tecnico-giuridico» dei «tribunali militari dei partigiani». Per la verità non erano tribunali, ma anticamere di mattatoi: l'imputato non aveva diritto alla difesa, non poteva nemmeno prendere la parola. Giorgio Bocca assicura che con giudizio sommario - il dibattimento durava in media una decina di minuti - furono mandati a morte tra i 12 e i 15mila «nemici del popolo». Secondo Giorgio Pisanò furono non meno di 40mila. Ecco dunque qual è l'apporto di Scalfaro alla lotta di Liberazione: l'aver dato il proprio contributo tecnico e giuridico a quella bella prova di giustizia partigiana. Una giustizia così schifosa, così ripugnante da indurre il Comando Alleato ad ordinare (comandavano loro, gli Alleati, non i «liberatori» del Cln) che quelle corti cessassero l'attività e venissero sostituite con regolari Corte d'Assise.
Il reclutamento di quanti avrebbero dovuto comporle - tutti volontari - andò però a rilento: per ancora sei mesi la Corte avrebbe applicato infatti il Codice di guerra che prevedeva la pena di morte ed erano pochi i magistrati disposti a seguitare, seppure con tutti i crismi della legalità, la mattanza. Si ricorse così agli incentivi, sottoforma di consistenti scatti di carriera. Difficile credere che ciò influenzò la scelta di Oscar Luigi Scalfaro: troppo saldo è il suo senso morale e civile per decidere in base al personale tornaconto. Probabilmente giocò, nella sua scelta, la fruttuosa esperienza coi tribunali del popolo. Fatto sta che si ritrovò Pubblico ministero presso la Corte Straordinaria di Assise di Novara. E in quel ruolo chiese ed ottenne la pena capitale - fucilazione - per sei disgraziati colpevoli di «collaborazione con il tedesco invasore». Sei. Che all'alba del giorno venuto - 28 giugno 1945 - andò ad abbracciare, uno per uno. In quanto, racconta, ci aveva un magone grosso così. Avrebbe avuto tre buoni motivi per non farselo venire: rifiutando di far parte di quella Corte, non richiedendo la pena di morte o trovando un cavillo - figurarsi se mancava - per protrarre la sentenza in attesa che di lì a qualche settimana decadesse il Codice di guerra. Ma lui, niente. Al muro, tutti e sei. Diverso tempo dopo la figlia di uno dei condannati a morte gli scrisse chiedendogli: ma mio padre era davvero colpevole? E Scalfaro le rispose: «Stia tranquilla, perch´ suo padre dal Paradiso pregherà per lei». Capito caro Bellin? Roba che ti vien voglia di passare coi talebani.
Paolo Granzotto

Se il censore Scalfaro guida le neofemministe



La gente non sta più nella pelle. Sorge infatti il sole sul «sabato di L&G», dove L&G vuol dire Libertà & Giustizia, la chicchissima e doviziosa lobby (con l’incasso della patrimoniale pagata, a prossimo governo della sinistra, dai suoi soci e aderenti, si tireranno su un tre-quattro punti del Pil) che ha montato l’ambaradam per reclamare «la dignità delle donne».


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E le dimissioni del Cavaliere, calpestatore, oltre che della suddetta dignità, anche dei valori sinceramente democratici. Molti calcheranno il palco del Palasharp, ma i riflettori saranno tutti puntati non, come si potrebbe pensare, su Roberto Saviano, personaggio un po' logoro e inflazionato, ma su quella vecchia gloria, su quel Grande Revenant di Oscar Luigi Scalfaro. Il quale ha già mandato a dire che la sua sarà una testimonianza di freschezza affinché «la democrazia vinca sull’anti-democrazia e sulla distruzione dei valori fondamentali su cui è risorta la libertà in Italia alla caduta della dittatura fascista con la guerra di liberazione».
Un concetto mai udito prima, una novità, una ventata di giovinezza intellettuale questo inedito richiamo al fascismo e alla guerra di liberazione. Quando si dice agilità di pensiero è al suo, suo di Scalfaro, che è obbligo riferirsi. L’emerito, dunque, sarà il madonno pellegrino di questo «sabato di L&G» e non potevano certo scegliere un testimonial migliore, più azzeccato. Sulla difesa della dignità della donna, dà dei numeri persino alla Concita De Gregorio. Egli infatti fu protagonista di un bel gesto, dalle donne assai apprezzato. Fu quando in un assolato mattino dell’estate romana, scorse al tavolino del Caffè Doney di via Veneto una signora in abito che la lasciava sbracciata. Scalfaro le si fece sotto e dopo averle sibilato: «Si componga, svergognata!» le mollò chi dice uno sberlone e chi uno scapaccione. Si fece poi notare, sempre in tema di dignità della donna, al tempo dei referendum sul divorzio. Ch’egli vedeva in forma di cloaca dove avrebbero sguazzato le donne senza virtù che inseguendo solo l’immondo piacere mordevano il freno del vincolo matrimoniale.
Come garante della correttezza istituzionale, poi, Scalfaro si rese famoso col suo tonante «Non ci sto!» alla richiesta di render noto dove erano andate a finire le paccate di denaro, contante e frusciante, che in qualità di ministro dell’Interno riceveva dai Servizi ogni mese. E che proprio per l’ambigua, forse anche equivoca natura del malloppo i suoi predecessori o avevano rifiutato o avevano messo a bilancio. Lui no, lui li intascò tutti, dalla prima all’ultima lira così com’erano: cash. Quando gliene chiesero conto, era già intronizzato al Quirinale, s’arrabbiò pure. E con il «non ci sto!» mandò tutti a quel paese. Sul senso della giustizia, che nella griffe del comitato organizzatore fa pendant con la libertà, non ne parliamo. Oscar Luigi Scalfaro se ne fece paladino fino alla morte. Di Enrico Vezzalini, di Arturo Missiato e altri tre imputati per i quali chiese - in veste di pubblico ministero «volontario» alla Corte d’assise straordinaria - la condanna alla pena capitale. Dura lex sed lex, si giustificò. Sì, però di lì a qualche mese le Corti d’assise straordinarie (e il codice di guerra che contemplava appunto la pena di morte) sarebbero decadute. Un cavillo per ottenere il rinvio della sentenza l’avrebbe trovato anche uno studente del primo anno di giurisprudenza. Scalfaro no. Pollice verso e avanti un altro.
Questo è dunque il campione che con la sua alta statura morale darà l’impronta civile e democratica alla sarabanda in programma oggi. Questo il pifferaio che farà danzare la rumba all’elegante e tremendamente «impegnato nel sociale» popolo del Palasharp. Ci sarà un sacco di bella gente, come alla prima della Scala. Poi, una volta salvata la dignità della donna, testimoniata la solidarietà alla procura milanese, rivendicati una dozzina di diritti umani condivisibili e non negoziabili come quello di sbirciare dal buco della serratura, tutti a Celerina o alla Santa: dicono che lassù c’è ancora una neve stupenda e che laggiù si possa fare quasi il bagno.
Paolo Granzotto

sabato 2 aprile 2011

Sabina Guzzanti truffata: io fare "la barista"? A bello, machestaddì?!?


Il massimo del gauche caviar, il minimo della (lotta di)classe: l'antirazzista, antifascista, anticapitalista, antiberlusconiana e paladina dei terremotati diseredati Sabina Guzzanti getta la maschera: eh, la barista valla a fare tu, bello; mica sono una volgare plebea... E poi i blog, i blogger e la rete "la democrazia passa attraverso il web"... ridotti a "sui blog scrivono i più ossessionati"... XD


I 400 mila euro? Non confermo. Uno è arrivato a dire che dovevo investire in un bar. Io barista? LA TRUFFA DEI PARIOLI Sabina Guzzanti: «Le accuse sul blog? Poverini gasati . Io in crisi di nervi [ce n'eravamo accorti, NdMinitrue]»


I 400 mila euro? Non confermo. Uno è arrivato a dire che dovevo investire in un bar. Io barista? Sabina Guzzanti (Lapresse) ROMA - (Sabina Guzzanti risponde al telefonino. Voce nervosa, rauca, inizialmente tremante). «Io... non... ca-pi-sco...». Cosa, signora Guzzanti? «No, dico: come s'è permesso di chiamarmi sul cellulare? Eh? Lei non deve...». Mi spiace se... «Non me ne frega niente se le dispiace, capitooo? Ho un ufficio stampa, chiami il mio ufficio stampa!». Non credevo che... «Non credeva? Non credevaaa? Che vuole da me?». Se mi lasciasse spiegare... Non ho neppure potuto dirle buongiorno... «Ecco, buongiorno. Fatto. Allora?». Allora c'è questa storia della truffa e... «E voi, sui giornali, la state raccontando male, malissimo... Uff!». Prosegua. «No, non proseguo». Su... «Allora. Mi ascolti bene: la notizia è che io sono stata truffata. Punto e basta. Invece, per assurdo, qui sta passando il concetto che io debba giustificarmi di aver fatto qualche investimento... Pazzesco, non trova?». Senta: non sarà che a lei sembrano pazzesche e anche seccanti, molto seccanti, le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata, e rimproverata, di aver cercato guadagno facile con i trucchi della finanza... «Ma lo sa bene anche lei, lo sa bene che sui blog scrivono quelli più ossessionati...». Non offenda quelli che scrivono sui blog. «Io non li offendo, ma è esattamente così. Si sono gasati, poverini, hanno letto certi articoli e si sono messi a pontificare, a dirmi quello che avrei dovuto fare e non fare, con i miei soldi». Lei li ha anche definiti «svitatelli», «persone poco strutturate», «esaltati che non hanno capito una cippa». «Senta: uno è arrivato a scrivere che i miei soldi avrei dovuto investirli aprendo un bar... Io? La barista? No, dico: si rende conto di qual è il livello della polemica? E però la colpa è vostra, di voi che sui giornali avete parlato solo di me e di Massimo Ranieri, mentre ad essere truffati siamo stati a decine. Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri? È giornalismo, questo?». Signora Guzzanti, è molto gentile a fornirci una lezione di giornalismo: ma non negherà che dovendo scegliere tra una sua foto e quella di uno sconosciuto, forse è più utilizzabile la sua... «Ehm... sì sì, certo... ha ragione. Però gli articoli sono stati scorretti! Alcuni, anzi, particolarmente scorretti». Lei, sul suo blog, ha scritto una severa lettera aperta al direttore di «Repubblica», Ezio Mauro. «Sì, severa...». Lo accusa di aver condotto una «campagna di disinformazione», gli chiede a «cosa devo tanto scorrettezza? Tanta vigliaccheria? Tanta spudoratezza?». «Va bene, okay, lo ammetto: ho esagerato. Ho scritto in preda a una crisi nervosa, oggi non userei certi toni... però è andata, la lettera l'ho pubblicata, e va bene così». Ripensandoci: questi truffatori che l'hanno... «No, aspetti, piano con le parole: c'è un'inchiesta, in corso. Ci sono alcune denunce. Aspettiamo». Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro? «E chi lo dice?». L'ho letto. «È una cifra che non confermo». È vero o no che lei avrebbe già recuperato parte del denaro? «No... no... è una sciocchezza...». (Sabina Guzzanti, attrice e regista, 47 anni, è figlia di Paolo, deputato dei «Responsabili» berlusconiani, e sorella di altri due attori, Caterina e Corrado. Secondo il parere di numerosi esperti, il vero fuoriclasse del palcoscenico sarebbe Corrado).


Fabrizio Roncone 31 marzo 2011

Corriere della sera

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_marzo_31/sabina-guzzanti-truffata-roncone-190345496145.shtml

domenica 30 gennaio 2011

Sciarpe bianche e carte d'identità Sciarpe bianche e carte d'identità - Donne in piazza contro il premier



Nota di Minitrue alla foto sopra: viste le due manifestanti sopra, forse è meglio l'"Italia della prostituzione".

Sciarpe bianche e carte d'identità

Donne in piazza Scala contro il premier
Urla rivolte a Berlusconi: «Dimissioni, dimissioni» Messaggi di stima alla Boccassini: «Resisti»
(Corriere della sera)


MILANO - Sono arrivate in piazza della Scala con una sciarpa bianca, simbolo del lutto per la situazione del nostro Paese: migliaia di persone, soprattutto donne ma anche uomini, hanno partecipato alla manifestazione di protesta organizzata a Milano per difendere la dignità delle donne e chiedere le dimissioni del premier Silvio Berlusconi. Alla protesta - prima di una serie, hanno promesso i partecipanti - hanno aderito i partiti del centrosinistra, la Cgil e numerose associazioni (femminili e non, come Usciamo dal silenzio e Arcigay). «Un'altra storia italiana è possibile. Insieme, donne e uomini», il titolo dell'evento cui, secondo gli organizzatori, hanno partecipato oltre diecimila persone, che hanno riempito la piazza non solo di sciarpe bianche ma anche di cartelli e palloncini. Messaggi di stima alla Boccassini e contro Berlusconi: «Ilda sei grande, questa piazza ti chiede di resistere», «Non voglio passare dalle stanze di Arcore per fare politica». Appese al cappotto, poi, molte donne indossavano appesa una fotocopia ingrandita della loro carta d'identità, «per dire chi siamo, cassaintegrate, commesse, ricercatrici precarie, artiste, studentesse, registe, operaie e giornaliste, per dire la forza che rappresentiamo, a dispetto di tutto».
SUL PALCO - A prendere per prima la parola, la direttrice dell'Unità, Concita De Gregorio, che tra le risate, ha esordito dichiarandosi «la nipote di Indira Ghandi». «Dobbiamo dire alle ragazze - ha osservato - che prostituirsi non è l'unico modo per campare». Più volte, i discorsi e i messaggi dal palco sono stati interrotti dalle grida dei manifestanti rivolte al premier: «Dimissioni, dimissioni!». Lucrezia Lante della Rovere ha letto un appello scritto dalla stessa De Gregorio e alcuni attori hanno recitato una serie di messaggi, da quello del candidato del centrosinistra a Milano Giuliano Pisapia, presente in piazza, a quelli dello scrittore Luis Sepúlveda, della segretaria Cgil Susanna Camusso e di Nichi Vendola per cui «la manifestazione è un tassello importante per la costruzione di una Italia migliore». Il più applaudito è stato però quello di Rosy Bindi. «Mi unisco a voi - ha scritto la presidente del Pd -. Non siamo donne a sua disposizione». Franca Rame, accompagnata dal marito Dario Fo, è stata acclamata su una panchina trasformata per l' occasione in palco. «Mi dispiace per questo clima malevolo verso Berlusconi - ha detto fra le risate l'attrice -. Silvio eleva la dignità delle donne. Diciamo che ama le donne. Soprattutto a seno scoperto e senza slip. Oggi - ha aggiunto alla fine - è stato un bellissimo segnale. Speriamo si ricominci a fare politica».

lunedì 20 dicembre 2010

Premio Gauche Caviar 2010 a Claudio Santamaria e la rabbia, violenza, rrrivoluzzzione coi fuscili, ahoò, etc. etc. degli studenti...





















"Quando ho visto i video, le foto, etc. ero contento, da un parte. Nel senso...contento è troppo, forse... però... vedere un movimento studentesco così unito... "
"Sono i politici che non ascoltano i ragazzi - dice l'attore - l'unico modo per avere voce è fare quello che hanno fatto gli studenti a Roma. E' assurdo che le cose debbano andare così nel 2010".
"La violenza casuale come quella dell'altro giorno forse non è giusta, ma ormai è l'unico modo per farsi ascoltare"
"La violenza... la rabbia... sennò come fai a farti ascoltare?"
"Anche rivoluzioni più colte e più studiate, ora non per fare le rivo... come quella a Cuba di Che Guevara... sono nate dai fucili" (dichiarazione del Santamaria il 17 alla trasmissione radio "la Zanzara", poi nuovamente ripresa il 20/12/2010, v. link qui dal 28° minuto circa in poi: http://www.radio24.ilsole24ore.com/podcast/lazanzara.xml ).
Se cercate su Youtube le dichiarazioni del Lobster Radical di cui sopra, i video sono stati rimossi... http://www.youtube.com/watch?v=yrHgZy1KnWk probabilmente dal
Che Guevara de noantri (o da chi per esso), perchè dopo essersi conto che la sua sparata "è proprio una ca... Una vera cazza... Una grande, gigantesca, strepitosa cazzata!", si è rimangiato tutto perchè "strumentalizzato" e la sua era solo "empatia e sensazione di impotenza".
Ecco, la prossima volta che ti senti "impotente", al posto di spingere dei ragazzi ad impugnare "i fucili", prenditi un Viagra.

giovedì 20 agosto 2009

Berlusconi, il Papa e Avvenire. Un agguato mediatico: La stampa fabbrica un falso scoop anti Cav


Non che ce ne freghi molto dell'Uomo di Arcore, ma ci culliamo nella orrida figura fatta dall'autorevole quotidiano torinese, indice della serietà del giornalismo radical chic engagè sinistrorso, o, in questo caso, azionista italiano. Complimenti comunque alla valentissima giornalaia autrice dell''errore (errore?). Nell'immagine, la redazione della testata sanziona la reproba.

Un agguato mediatico:
"La Stampa" fabbrica un falso scoop anti Cav

di Guido Mattioni

Una cosa così, non l’avevamo mai vista. Una cosa così, non l’avevamo mai nemmeno ipotizzata. Perché agli occhi, al cuore, ma soprattutto allo stomaco seppur corazzato di chiunque abbia alle spalle qualche decennio di carriera giornalistica, una cosa tanto spudoratamente falsa quanto quella pubblicata ieri alle pagine 10 e 11 del quotidiano La Stampa - e aventi Silvio Berlusconi in veste di scontato bersaglio - risulta quanto mai sgradevole.La «patacca» si trova proprio al centro di quelle pagine. È una fotografia a colori che illustra un riquadrino orizzontale su fondo grigio e titolato in rosso: «Così “Avvenire” sul presidente del Consiglio». A un occhio distratto, niente di che. Tre succinte didascalie per ripercorrere le posizioni assunte dal quotidiano dei vescovi, nella querelle con Berlusconi, rispettivamente il 5 maggio, il 25 luglio e il 12 agosto scorsi. Fin qui tutto normale.Ma è appunto la foto messa lì a illustrare il riquadro, ciò che sconvolge. Vi appare infatti un’ipotetica prima pagina dell’Avvenire sulla quale campeggia un titolo incredibile, per quanto sfacciatamente falso: «Il Papa a sorpresa: “Silvio ora basta”». E c’è anche un occhiello, rubricato “Il fatto”: «Il Pontefice bacchetta il premier anche sulla Finanziaria. “Mi aveva promesso politiche per la difesa della famiglia. Poi ho scoperto che la famiglia era la sua e quella di suo fratello Paolo”».Titolo falso già nei toni, perché mai un pontefice si rivolgerà a un leader politico dalla prima pagina di un giornale. Titolo falso anche nell’etichetta, perché è ancor più difficile che lo faccia dandogli del «tu». Titolo falso come si intuisce dal logo del 40° di vita che compare accanto alla testata dell’Avvenire, giornale che nel 2009 di anni ne ha compiuti invece 42, dimostrando così palesemente le dita sporche di marmellata di chi ha pensato e dato alle stampe una simile bufala.E dire che nel suo insieme, quella doppia pagina della storica e «autorevole» testata torinese di via Marenco, poteva infatti apparire come un capolavoro di ingegneria redazional-tipografica. Ed essere anche giudicata dagli addetti ai lavori un abile castello fatto di titoli, sommari, retroscena e approfondimenti. Il tutto, confezionato pro domo Stampa attorno alla nota vicenda che ha visto il premier rispondere dalle pagine del settimanale Chi alle considerazioni dei vescovi pubblicate sul quotidiano della Cei.Sarebbe stato tutto lecito, ci mancherebbe, come è sempre lecito in democrazia essere schierati (ma chissà perché lo rinfacciano soltanto a noi del Giornale?) e nutrire tanto simpatie quanto speculari antipatie, politiche e no. Ma il fatto... o meglio, ciò che da ieri possiamo chiamare «il fattaccio brutto» di via Marenco, è che proprio al centro di quella doppia pagina, sotto la grande foto di un Cavaliere dall’espressione a dir poco stizzita, il quotidiano diretto dal giovane Mario Calabresi abbia toccato un’inimmaginabile vetta di falsità. Più che vetta, un abisso.Che il titolo sia fasullo, lo ha confermato del resto al Giornale lo stesso Avvenire, per bocca del caporedattore degli Interni, Luciano Moia. «Figuriamoci se si può virgolettare così una frase in prima pagina, attribuendola perdipiù a Benedetto XVI. Il Papa non si occupa certo di queste cose - è sbottato -. Il direttore non è in redazione, ma vi posso assicurare che il clima da noi è di profonda irritazione. Sembra proprio una cosa fatta apposta, e non si capisce perché».


sabato 23 maggio 2009

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi



Una sgradita sorpresa per l'intellò pluripremiato Uwe Timm, che aveva -ovviamente- puntato il ditino politicamente corretto contro lo stragismo di Stato, polizia RFT assassina, etcetc oltre aver speculato ignobilmente, in altra "opera", sulla memoria di suo fratello, caduto sul fronte russo, e dei genitori... "colpevoli" di non essere, come lui, dei sinistrorsi radicalchic complessati... notizia che fa riflettere anche sulla stampa e gli intellettuali militanti rossi, e sul loro ruolo nel deformare il passato e plasmare il futuro.

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi
Omicidio contribuì a radicalizzare movimento studentesco
APCOM

Svolta a sorpresa in una delle vicende più tragiche e cariche di conseguenze nella recentre storia tedesca. Karl-Heinz Kurras, l´agente che il 2 giugno 1967 uccise lo studente Benno Ohnesorg a Berlino Ovest, sarebbe stato una spia della Stasi, la famigerata polizia segreta dell´ex Germania orientale. Lo rivelano il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) e la tv pubblica tedesca Zdf, citando dei documenti inediti ritrovati da due ricercatori nell´archivio della "Birthler-Behoerde", l´autorità federale che conserva gli atti della Stasi. Stando a Faz e Zdf nel 1955 Kurras si impegnò con la Stasi a spiare la polizia di Berlino Ovest. Non solo, ma nel 1964 l'agente aderì anche alla SED, il partito comunista dell'ex Ddr. Raggiunto dal Tagesspiegel, Kurras, oggi ottantunenne, ha respinto ogni accusa. La Faz pubblica però una foto della sua tessera di iscrizione alla SED. Nei documenti non ci sarebbero tuttavia indizi che fanno pensare che sia stata la Stasi a commissionare l'uccisione di Ohnesorg. In ogni caso alla luce delle nuove rivelazioni l'"Associazione delle vittime dello stalinismo" e l'"Associazione 17 giugno" hanno presentato una nuova denuncia contro Kurras, che nel 1967 e nel 1970 venne prosciolto dall'accusa di omicidio colposo. La morte di Benno Ohnesorg riveste un ruolo centrale nella storia del Sessantotto tedesco. Il 2 giugno 1967 durante le proteste contro la visita dello scià a Berlino ovest lo studente di germanistica venne freddato con un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata dall'agente Kurras. La sua uccisione contribuì in modo decisivo alla radicalizzazione di un movimento studentesto rimasto fino ad allora pacifico. Uno dei più noti gruppi terroristici tedeschi negli anni Settanta, il "Movimento 2 giugno", prese il nome proprio dal giorno dell'assassinio di Ohnesorg.

mercoledì 18 marzo 2009

Roberto Saviano, il salvatore della patria (ma non di Scampia)



Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione a Scampia, sbagliava. Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione del suo conto corrente, c'ha azzeccato. Se Saviano pensava che le cose che ha scritto "come lui nessuno mai", si vede che gli sono sfuggiti qualche centinaio di film, libri e articoli precedenti al suo best seller (best seller tra l'italiano medio o gli intellò, non certo a Scampia).

Risibili e probabilmente frutto di egocentrismo sono poi le sue sparate sull'"Oscar a Gomorra negato per colpa della camorra" etc... quando i Casalesi -parliamo di veraci napoletani, non di austeri siciliani- non avrebbero probabilmente aspettato altro che di ammirarsi sul grande schermo anche negli States, gloriandosi delle loro gesta.

Rispetto a chi specula sulla camorra e sulla mafia con filmetti o libercoli, almeno i mafiosi e i camorristi, nella loro crudeltà seppur ormai avant pop tra Beretta 92 e canzoni neomelodiche, hanno una loro grandezza. Seppur per i loro turpi scopi, loro la vita la rischiano veramente. Come la vita di chi sopravvive allo Zen e a Scampia, in una povertà morale a noi inimmaginabile, è molto lontana di chi -scortato o meno- calca, e non nel terrore, non i corridoi lastricati di immondizia e siringhe delle "Vele", ma la Hall of Fame di Hollywood e i salotti di Fazio.

Caro Roberto, ricordati del sarto

Una citazione rovina il ritmo, spezza l’incantesimo, intralcia la lettura. Saviano scrive con una penna che scivola veloce, senza pause e senza incertezze: racconta, narra, romanza. Non sapremo mai quanto di vero c’è in «Gomorra» e quanto sia puro artificio narrativo. Chissenefrega, in fondo. Romanzo, saggio, inchiesta, reportage: a un buon libro non si danno etichette. Il suo ha raccontato per la prima volta la camorra come nessun altro: ha trasformato un argomento che si trascinava stancamente sulle pagine dei giornali in un «soggetto» da stampa internazionale, poi da documentari e film. Ca-sa-le-si. Scandito, come mai prima. Quanti a Codroipo sapevano prima di Gomorra chi fossero e che cosa facessero? Saviano conosce la scrittura e la lettura: non può essere andato in ogni singolo posto raccontato nel suo libro, non ha potuto assistere a ogni scambio, traffico o fatto che descrive in prima persona. Ha preso spunto dall’attualità, dai documenti dei magistrati, dagli atti dei processi e può aver succhiato anche da articoli di giornale. Non c’è niente di male, di più: ha fatto bene. Perché chi vive ogni giorno quella realtà e la racconta in un trafiletto a pagina 15, in quelle trenta righe per un delitto che non si negano mai a un morto ammazzato o a un’operazione antimafia o a un sequestro di droga, trova una miniera di informazioni che messe insieme diventano un romanzo. C’ha messo la testa, Saviano. C’ha messo la penna. Quella che forse, un cronista non ha. Se ha copiato, se s’è ispirato, se ha usato il lavoro di altri per se stesso non ha sbagliato. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ora un processo stabilirà se c’è stato o meno plagio, se è vero o no che abbia copiato articoli di Simone Di Meo, un giornalista di Cronache di Napoli. Anche se l’avesse fatto nessuno tolga a Saviano i suoi numeri: vendere milioni di copie è un miracolo e convincere milioni di persone a leggere di Camorra è un miracolo al quadrato. Però cambia qualcosa. Cambia che Saviano sa quanto faticano i cronisti delle terre di mafia, sa che ci sono giornalisti che ogni giorno subiscono i ricatti e le intimidazioni che lui ha subito. Lui sa perché una storia così l’ha scritta in «Gomorra»: è quella del Sarto che cuce vestiti per conto terzi poi vede la notte degli Oscar e scopre che il suo vestito è finito addosso ad Angelina Jolie e lui, creatore di quella meraviglia non ha neanche un titolo nella coda della notte più magica della tv. Quel creatore di bellezza decide per reazione di diventare un autista di Camorra. Chi lavora ogni giorno per uno stipendio normale, ma rischia la vita per un articolo, è come il Sarto.
Saviano non può dimenticare. Lui ha avuto la protezione di un mondo grande, di editori, giornali, politici, magistrati. Gli altri no. Citare una come Rosaria Capacchione, la cronista del Mattino da anni minacciata dalla Camorra, è un atto di umanità oltre che di giustizia. Saviano ha avuto due anni per rendere a Di Meo l’onore: bastava un’intervista, una riga in un articolo, una citazione nel libro. Ha avuto palcoscenici, pagine di quotidiani e settimanali. Bastava dire la verità: «Ho scritto un romanzo basato su fatti veri e di questi fatti hanno scritto, oltre me, tizio, caio e sempronio». Prendere il lavoro di altri non è un furto, può essere un’ispirazione. Saviano e i savianisti hanno caricato di valore sociale «Gomorra». Se ce l’ha il libro, non può averla l’autore. Una citazione non costa niente. È giustizia, quella che Saviano avrebbe chiesto per sé. Quella che avrebbero chiesto tutti gli altri.

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».

Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.

In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

venerdì 27 febbraio 2009

Betancourt peggio che Di Pietro!


l libro di tre ostaggi delle Farc

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo

Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

Alessandra Farkas
Corsera, 27 febbraio 2009


mercoledì 18 febbraio 2009

Walterloo!



"Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore"

La chiarezza al potere! Yes we can!

Roma - E' un addio amaro, quello di Walter Veltroni. Nonostante dica di lasciare "sereno e senza sbattere la porta" il suo discorso è pieno di rammarico. "Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione". Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, "ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce". E sul futuro apre ai giovani: "Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori". E soprattutto: "Al mio successore non chiedete con l’orologio in mano di ottenere dei risultati perché un grande progetto ha bisogno di anni e non si realizza in quattro mesi". Veltroni biasima proprio quella "sindrome di logoramento" che ha portato a "bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà". Agli avversari interni la richiesta finale: "Non fate agli altri quello che è stato fatto a me".

giovedì 8 gennaio 2009

Dino Messina: onestà intellettuale dal Corriere della Sera... con l'eskimo!


La destra lancia il caso Sgorlon
Applausi allo scrittore che se la prende con i critici di sinistra

Scrittore italiano di straordinario successo, avendo vinto due volte il Supercampiello (unico caso nella storia del premio), lo Strega, il Napoli, il Flaiano, il Nonino, l' Isola d' Elba, il Fiuggi, l' Hemingway, il Basilicata, il Vallombrosa, l' Enna, il Rapallo e via dicendo, il friulano Carlo Sgorlon, vicino alla soglia degli ottant' anni, ha abbandonato i temi cari alla sua narrativa, il mito, la favola, la natura, e si è dato all' autobiografia: La penna d' oro (Morganti, pagine 221, 15). Un libro in cui non solo racconta i motivi della sua poetica, le scelte tradizionaliste che l' hanno reso una voce fuori dal coro nella lunga stagione in cui tutti volevano essere anticonformisti. Sgorlon è infatti contrario all' aborto, al divorzio, considera il Sessantotto una iattura e anche in campo letterario non ama gli autori idolatrati dal salotto buono della sinistra letteraria: Italo Calvino, troppo geometrizzante, Leonardo Sciascia, succube della musa illuminista, ma anche l' ingegner Carlo Emilio Gadda e il conterraneo Pier Paolo Pasolini. Il salotto letterario di sinistra ha incassato e ricambiato. E questo al placido Sgorlon non è andato giù e lo scrive chiaro e tondo nelle pagine autobiografiche, tradendo il suo proverbiale riserbo. I giornali di destra ma anche la stampa cattolica non aspettavano occasione più ghiotta per intonare il grido di guerra contro la «sinistra conformista, tutta servile verso il potere, tutta conventicole e meschini rituali d' appartenenza, luoghi comuni». Così ha scritto il poeta Giuseppe Conte lunedì scorso sul Giornale, aprendo l' articolo con il ricordo personale di un premio ricevuto assieme al recensito tanti anni fa a Latina. Nel pezzo di Conte c' è tutto, le passioni letterarie di Sgorlon, a cominciare da Jorge Luis Borges, l' ispirazione poetica che ha fatto dell' autore de Il trono di legno e dell' Armata dei fiumi perduti una delle voci più interessanti del secondo dopoguerra, il risentimento verso alcuni critici, ma anche verso gli organizzatori di festival letterari del Friuli che mai avrebbero reso omaggio all' illustre conterraneo. Quali volti e quali nomi abbiano i rappresentanti della «sinistra conformista» dall' articolo non è dato sapere. Conte cita soltanto en passant la recensione molto positiva a La penna d' oro di Dario Fertilio e una nota critica di Giorgio De Rienzo, uscite sul Corriere della Sera. Sulla pagina culturale del Giornale «il caso Sgorlon» acquista i connotati ben più ampi di un «caso Italia» se si legge l' articolo di Paolo Bianchi pubblicato a corredo della recensione di Conte. Partendo da Susanna Tamaro, che ha pagato, come abbiamo notato anche noi più volte, il successo di pubblico e la scelta di fede cristiana con l' emarginazione da parte della critica togata, l' articolista mette assieme un fritto misto di autori «esiliati» in patria perché «in Italia uno scrittore per essere incoronato come tale, per infiocchettarsi della S maiuscola, deve sbrodolare almeno qualche dichiarazione d' impegno». Naturalmente in favore della sinistra. Dopo Eugenio Corti, autore de Il cavallo rosso, trasaliamo davanti ad altri nomi di autori da bestseller «esiliati»: scopriamo che Luciano De Crescenzo «non ha buoni rapporti con le enclave culturali della grande stampa» e che il povero Federico Moccia, abile a far cassetta con Tre metri sopra il cielo, romanzo pubblicato dall' editore di sinistra Feltrinelli, s' è lagnato pubblicamente perché nessun recensore si occupa in modo degno di lui. Infine, ha chiesto accoratamente Bianchi, «alzi la mano chi ha mai letto una recensione davvero approfondita a uno degli ultimi dieci romanzi di Andrea De Carlo». Lo sa Bianchi che De Carlo è stato scoperto, praticamente bambino, da Italo Calvino, che ha pubblicato da Einaudi, Mondadori, Bompiani, che ha una rassegna stampa enciclopedica? E poi perché ignorare che esistono rispettabili romanzi commerciali e una letteratura di ricerca? Bisogna per forza considerare Moccia alla stregua di Sciascia e l' ingegner De Crescenzo vale davvero l' ingegner Gadda? Ieri mattina il «caso» lanciato dal Giornale è rimbalzato sul Secolo d' Italia, quotidiano di Alleanza nazionale e sull' inserto culturale di Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana. In un corsivo di prima pagina sul Secolo Luciano Lanna ai nomi di Sgorlon, De Carlo, Tamaro, ha aggiunto quello del regista Sergio Leone, che, come ha dichiarato la vedova Carla Ramalli al nostro Paolo Conti, non ha mai goduto consensi in un certo establishment culturale. «Ma in fondo perché dolersene - ha commentato Lanna - non sono comunque meglio il successo e la popolarità che l' inutile plauso di certi ambienti?». Un nome che faccia parte di «questi ambienti» nemmeno da Lanna è dato sapere. Su Avvenire neppure Fulvio Panzeri, che di solito si distingue per coraggio e originalità, ha resistito alla tentazione di buttarsi in questa polemica contro il mulino a vento di una sinistra senza volto e senza nome che tanti guai ha combinato. Anche Panzeri usa l' espressione «certa sinistra», preceduta da «cultura laicista». L' elenco delle vittime del salotto «radical chic» si allunga: Giovanni Testori, Margherita Guidacci, Luigi Santucci, Mario Pomilio, Italo Alighiero Chiusano. Dopo tanto piangere e lamentarsi ci viene un sospetto. Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere? Forse sarebbe il caso di voltar pagina e passare a un capitolo più stimolante. * Paragoni «Da Susanna Tamaro e Luciano De Crescenzo a Federico Moccia, ecco gli esiliati di successo»
Messina Dino
Pagina 41(7 gennaio 2009) - Corriere della Sera


"Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere?"


Messina, ci è o ci fa? Se ci è, ossia marxistastalinianotrinariciuto, nessun problema. Ha il coraggio delle sue idee, come i boia della GPU o i Khmer rossi. Chapeau. Se ci fa, è un altro discorso.


Messina, magari un "vero potere" forse forse c'è, e c'era davvero, basti ricordare che persino un capolavoro come "Il gattopardo", poichè "romanzo borghese" e non "trattante temi progressisti", fu bocciato da Einaudi/Vittorini...


Ma Messina lo sa benissimo; non è uno stupido. Basta solo scoprire se è solo l'ennesimo, pavloviano, "utile idiota" o se doveva pagare dazio ai successori, numerosi, di Vittorini per conservarsi il suo posticino alla ribalta nel palcoscenico della Kultura italiota.


Risposta a Messina su il Giornale di oggi:


Questa è l'armata rossa della critica

di Luigi Mascheroni


Il potere più forte è quello che non ha volto né nome. Basterebbe questo per rispondere a chi, come Dino Messina ieri sul Corriere della Sera, chiede «Fuori i nomi!» a proposito della polemica sugli intellettuali di sinistra che hanno emarginato grandi autori «colpevoli» di non essere organici all’ideologia prima comunista poi progressista. Non basta - nota il Corriere - lamentarsi contro una generica «sinistra snob», anonimi «salotti chic», imprecisate «lobby culturali»: servono i nomi. Giusto. Eccoli.Alberto Moravia (e uno) contrastò pesantemente un autore anticonformista come Giuseppe Berto, con il quale ebbe un plateale scontro nel ’62, in occasione del Premio Formentor: Berto osò contestare l’onnipotente «capomafia culturale» (parole sue) il quale aveva caldeggiato alla giuria (a danno de La vita agra di Bianciardi...) un libro scritto dalla sua compagna, Dacia Maraini. Berto denunciò proprio quello che il Corriere mette in dubbio: il pericolo che «la società letteraria si corrompa, che da giudice dei valori si trasformi in camarilla», gridando che «è ora di finirla con questi monopoli culturali protetti dai giornali di sinistra». Morale: tutti, in privato, solidarizzarono con Berto, nessuno si espose, Moravia recuperò in fretta tutto il suo prestigio e Berto fu messo da parte. Due anni dopo, quando uscì Il male oscuro, oggi un classico, Walter Pedullà (e due) mise addirittura in dubbio «l’autenticità del conflitto bertiano con il padre».Alfredo Cattabiani, che tra il 1969 e il 1970 fu chiamato a dirigere la Rusconi Libri e che decise la pubblicazione di autori come Prezzolini, Cristina Campo, Ceronetti..., fu prima ignorato e poi, quando i libri si vendevano a decine di migliaia di copie, denigrato. Umberto Eco (e tre) pubblicò sull’Espresso un articolo minaccioso verso scrittori come Quinzio e Ceronetti che avevano avallato la Rusconi; e Pedullà (ancora lui) su Rinascita mise in guardia dai «piani provocatoriamente reazionari» di Rusconi mentre Ceronetti, reo di collaborazionismo, fu allontanato dall’Espresso di Livio Zanetti (e sei). Cattabiani, in una intervista del 1994, ricordò anche questo aneddoto: «E ora ecco uno degli ultimi recenti episodi di censura: l’anno scorso usciva un mio libro, Santi d’Italia. Si trattava di lanciarlo adeguatamente e la Rizzoli lo consigliò anche a Corrado Augias (e sette) per la sua rubrica tv Babele. Silenzio per settimane. L’ufficio stampa Rizzoli mi confessò: “Non sono riuscita a ottenere nulla. Sa, Augias è di sinistra... Che vuole? Le cose stanno così”».Le cose stavano (o erano state così) - per inciso - anche per molti altri, come Guareschi o Piero Chiara, ignorati o considerati poco più che macchiette in vita, e recuperati post-mortem. Ancora: Edoardo Sanguineti (e otto), leader del famigerato Gruppo 63 (che militarizzò per anni tutte le antologie e storie della letteratura), liquidò Salvatore Quasimodo come un non-poeta, salvando solo le sue traduzioni dei lirici greci. Nonostante il Nobel.Tiro al piccione di Giose Rimanelli, romanzo sulla Resistenza vista da un repubblichino, invece, pur col parere favorevole di Pavese e Vittorini, fu bocciato da Calvino (ancora lui) e dirottato in Mondadori adducendo varie ragioni.Sorvolando sulle scelte, autorevoli quanto opinabili, di Alberto Asor Rosa per la sua Storia della Letteratura italiana, si può ricordare la triade Alicata-Muscetta-Salinari (e nove e dieci e undici), marxisti-comunisti prima ancora che critici letterari. Disposti a dilaniarsi “in famiglia” ad esempio sul Metello di Pratolini, ma compatti nel rappresentare, “fuori casa”, il ruolo del Pci come garante morale della cultura italiana. A proposito di Carlo Muscetta: è a lui che Italo Calvino (e dodici) scrive la famosa lettera, nel ’51, per spiegare la bocciatura del romanzo «eretico» di Cassola Anna e i comunisti (poi uscito nel ’52 col titolo Fausto e Anna) stroncando i pericoli ideologici di un libro che «potrebbe intitolarsi: “Come si diventa democristiani”». Salinari, da parte sua, è lo storico della letteratura (il celebre Salinari-Ricci...) che a proposito del Silone di Una manciata di more (’52), scriveva che la sua «caratteristica fondamentale di scrittore è l’impotenza», il «suo gusto grossolano e provinciale», e non gli resta che «cambiar mestiere». A proposito di manuali. Proviamo a sfogliare la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino (e tredici, e ci fermiamo), apparsa nel ’71 e diventata per un trentennio la Bibbia letteraria dei licei: parte quarta, titolo «Rinnovamento o restaurazione», periodo: secondo dopoguerra; testi di Pintor, Vittorini, Togliatti, Bobbio, Gramsci, Calvino, Amendola; parte quinta, titolo «Contestazione, ricerche, mercato», periodo: dagli anni del boom in avanti; autori: Calvino, Colletti, Scalfari, Pasolini, Levi, Foa, Morante, D’Arrigo, Consolo, Eco, Magris. Guglielmino è mancato nel 2001. Se fosse vivo oggi - probabilmente - antologizzerebbe Baricco, Ammaniti, Giordano. E Saviano.