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sabato 23 maggio 2009

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi



Una sgradita sorpresa per l'intellò pluripremiato Uwe Timm, che aveva -ovviamente- puntato il ditino politicamente corretto contro lo stragismo di Stato, polizia RFT assassina, etcetc oltre aver speculato ignobilmente, in altra "opera", sulla memoria di suo fratello, caduto sul fronte russo, e dei genitori... "colpevoli" di non essere, come lui, dei sinistrorsi radicalchic complessati... notizia che fa riflettere anche sulla stampa e gli intellettuali militanti rossi, e sul loro ruolo nel deformare il passato e plasmare il futuro.

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi
Omicidio contribuì a radicalizzare movimento studentesco
APCOM

Svolta a sorpresa in una delle vicende più tragiche e cariche di conseguenze nella recentre storia tedesca. Karl-Heinz Kurras, l´agente che il 2 giugno 1967 uccise lo studente Benno Ohnesorg a Berlino Ovest, sarebbe stato una spia della Stasi, la famigerata polizia segreta dell´ex Germania orientale. Lo rivelano il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) e la tv pubblica tedesca Zdf, citando dei documenti inediti ritrovati da due ricercatori nell´archivio della "Birthler-Behoerde", l´autorità federale che conserva gli atti della Stasi. Stando a Faz e Zdf nel 1955 Kurras si impegnò con la Stasi a spiare la polizia di Berlino Ovest. Non solo, ma nel 1964 l'agente aderì anche alla SED, il partito comunista dell'ex Ddr. Raggiunto dal Tagesspiegel, Kurras, oggi ottantunenne, ha respinto ogni accusa. La Faz pubblica però una foto della sua tessera di iscrizione alla SED. Nei documenti non ci sarebbero tuttavia indizi che fanno pensare che sia stata la Stasi a commissionare l'uccisione di Ohnesorg. In ogni caso alla luce delle nuove rivelazioni l'"Associazione delle vittime dello stalinismo" e l'"Associazione 17 giugno" hanno presentato una nuova denuncia contro Kurras, che nel 1967 e nel 1970 venne prosciolto dall'accusa di omicidio colposo. La morte di Benno Ohnesorg riveste un ruolo centrale nella storia del Sessantotto tedesco. Il 2 giugno 1967 durante le proteste contro la visita dello scià a Berlino ovest lo studente di germanistica venne freddato con un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata dall'agente Kurras. La sua uccisione contribuì in modo decisivo alla radicalizzazione di un movimento studentesto rimasto fino ad allora pacifico. Uno dei più noti gruppi terroristici tedeschi negli anni Settanta, il "Movimento 2 giugno", prese il nome proprio dal giorno dell'assassinio di Ohnesorg.

martedì 12 maggio 2009

Magris dal Danubio a Montenero di Bisaccia e Di Pietro!



Premettiamo che Magris (il Maggiani triestino, approposito, Maggiani, l'altro buono che riuscì a fare copia/incolla con le parole del Papa citandole "nazismo male assoluto, comunismo male necessario", facendo intendere che il comunismo avesse anche una valenza positiva, quando invece la Chiesa precisò: "Dunque, il comunismo è un male almeno doppiamente necessario: necessario come conseguenza di premesse erronee, di un’erronea concezione dell’uomo, e necessario come castigo intrinseco, storico, di tale conseguenza. Necessario in quanto «utile», cioè coerente con la logica di bene dell’economia divina. Utile per smascherare l’intima essenza di male di tutto il processo che lo ha generato. Così come — nella vita di un uomo — la sofferenza, quando è punizione del male, può essere «utile», perché smaschera la natura di male degli atti che l’hanno generata." ) ci è sempre stato sugli zebedei...

Ma che c’azzecca Magris con Di Pietro?

Dev’essere il sottile fascino del populismo in canottiera, l'attrazione fatale dell'uomo di lettere per l'uomo di poche letture, per i modi rudi da contadino, per il parlar chiaro («così mi capisce pure a mia nonna» direbbe Tonino) così lontano dalla stratosfera delle belle lettere. Ma a questo punto è materia per sociologi: Di Pietro e l’élite culturale, un connubio sorprendente. Perché, dopo le adesioni di filosofi, storici, editori e letterati, chi se lo aspettava anche l’outing di un raffinato scrittore in odore di Nobel come Claudio Magris, in sostegno di Antonio Di Pietro e del suo rumoroso battaglione Idv? Se ne vociferava, si raccontava di mail di propaganda spedite da Magris agli amici per far votare Antonio, ma ieri c’è stato il suggello ufficiale con una nota inviata dal fine germanista alle agenzie, sotto forma di appello per l’altro intellettuale mitteleuropeo carambolato nel partito dell’ex pm e candidato in Europa, Giorgio Pressburger.

Motivo dell’innamoramento dell’editorialista del Corriere per la causa di Tonino? A parte l’amicizia col danubiano [diremmo danubbbbreo, NdMinitrue] Pressburger («è un vero europeo» [eurobbbreo? NdMinistrue]), è che l’Idv gli sembra «un’opposizione al contempo moderata, aliena da ogni estremismo e ferma». Già qui, l’uso di quell’aggettivo «moderato», per Di Pietro (che fa opposizione dando agli avversari del magnaccia, del nazista, del fascista etc), è una licenza che solo un virtuoso delle lettere può concedersi. Percorsi intellettuali troppo sottili per essere compresi in qualche riga, ma che hanno tuttavia portato Magris dalle sponde del Danubio alle radure di Montenero di Bisaccia. Un salto impressionante. Come farà ad abbinare le letture di Roth, Musil, Michelstaedter, Schnitzler ai discorsi in italiano stentato di Di Pietro, è un mistero che Magris dovrà prima o poi rivelare. Lui e gli altri uomini di lettere finiti nella rete di Tonino.

Va detto che Magris non è a digiuno di politica. È stato anche senatore nella XII legislatura, con una lista tutta sua, Lista Magris, talmente magra che c’era solo lui. Ma almeno lì era lui a rappresentare se stesso. Ora lo rappresenteranno Leoluca Orlando, il sindacalista Zipponi e magari l’hostess Maruska. È la distanza siderale tra uomini di cultura come Magris (e gli altri fini dicitori) e il leader di Montenero di Bisaccia a colpire e interrogare anche fior di cervelli (il politologo Angelo Panebianco e il filosofo Aldo Schiavone ne facevano dell’accademia l’altra sera in tv da Gad Lerner). Difficile spiegare le ragioni di questo idillio, perché se è probabile che Di Pietro possa servire agli intellettuali (offrendo loro un seggio o almeno una ribalta), è improbabile che possa accadere l’inverso, visto che Tonino ha fama di leader che decide da sé e sopporta male gli indipendenti o i consiglieri (con l’eccezione di Travaglio).

L’outing dei raffinati intellettuali per Di Pietro però è soprattutto un colpo per il Pd, area da cui vengono quasi tutti i nuovi dipietristi con la libreria ricolma (il caso esemplare è quello del poeta Valerio Magrelli, che ha messo in versi la sua rottura col Pd riservandosi di decidere se votare Di Pietro...). Il Pd li ha traditi, la sinistra non esiste più: tanto vale buttarsi su Tonino. Poi dipende dai casi singoli. Ci sono quelli in cerca di poltrona dopo forzata astinenza, ed è il gruppo più nutrito. Ci sono l’editore Stefano Passigli, ex diessino a lungo senza incarichi, Pressburger, ex assessore ds a Spoleto poi caduto nell’oblio, lo storico comunista Nicola Tranfaglia, ex deputato Pdci con cui ha rotto a male parole, il filosofo Vattimo, ex un po’ di tutto... Ma ci sono altri cultori delle lettere che per la prima volta si buttano in politica, e lo fanno col politico meno intellettuale dell’arco costituzionale. Tra questi c’è la candidata Luisa Capelli, fondatrice dell’editrice Meltemi, raffinatissima, che pubblica saggi iper-specialistici di filosofia, da Kant a Lèvinas a Durkheim.

Dalla Critica della ragion pura alle critiche di Tonino: misteri della cultura superiore. Tutti la spiegano col fatto che Tonino è l’unico a fare opposizione, così ha detto Vattimo, così Pressburger, così Tranfaglia e così ora Magris. Lo votiamo o ci candidiamo con lui perché è contro Berlusconi. Concetti un po’ deboli per intellettuali di quel calibro. Insomma devono ancora dimostrare di non aver scelto come in quel bellissimo romanzo di Magris: Alla cieca.

domenica 10 maggio 2009

Rosy Bindi, Berlusconi, pedofilia!



Rosy Bindi: no all'immunità morale del premier. «Sotto accusa - dice la vicepresidente della Camera Rosy Bindi - non ci sono solo le scelte private di un marito, ma la connivenza morale e culturale di un Paese che non si indigna e non reagisce di fronte alla pretesa immunità morale del proprio presidente del Consiglio. E' certamente una vicenda privata, ma le motivazioni della signora Lario non sono solo private e devono fa riflettere. Chi ha un ruolo pubblico e di governo non può pensare di confondere senza alcun pudore sacro e profano con la certezza che tutto sarà archiviato come se niente fosse o magari con un incremento di popolarita».

Napoli (Pdl): la Bindi vuole l'Inquisizione. «La vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, vorrebbe chiamare un tribunale di morale, diciamo pure una Santa Inquisizione, a pronunciarsi sulla vita privata del presidente del Consiglio e della signora Veronica Lario - afferma Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl - Bindi arriva ad accusare tutti gli italiani di "connivenza morale e culturale" per la loro mancata indignazione nei confronti del premier. Si tratta di una bestemmia, e di una grave bestemmia per una cattolica praticante come Rosy Bindi.
Gli italiani non sono, come lei, accecati dall'odio per l'uomo Silvio Berlusconi. Sono in gran parte cattolici, magari "non adulti" come Bindi, ma laicamente rispettosi della vita privata di ciascuno e di tutti, quindi anche del presidente del Consiglio. Soprattutto sono elettori in grado di giudicare i comportamenti non solo pubblici di ogni esponente politico, uomo o donna. Sapranno, quindi, giudicare la proposta di ripristinare la Santa Inquisizione tanto cara a Bindi».


Rosy Bindi, anche in questa circostanza, non smette di confermare l'adagio che la vuole "più bella che intelligente"... tirare fuori, con sdegno massimo, roboante indignazione, e flautulente protervia, nientepocodimenochè la pedofilia per la vicenda da rotocalco Berlusca/Lario la dice lunga...

Aggiungeremo solo che questi alti afflati morali cattolici o laici o cazzocomunisti, non sembra abbiano pervaso la Bindi quando, la scorsa legislatura, i suoi "compagni di coalizione" erano un assortimento di trans, pseudoguerriglieri no global, ex (mica tanto) terroristi dei bei e inimitabili anni di piombo (e come lei potesse "porgere l'altra guancia", quando le BR uccisero Bachelet, del quale la Bindi era assistente ci lascia sgomenti), capitanati dallo svenditore dell'IRI, il cui portavoce era il notorio chierichetto Sircana, beccato mentre andava a trans equi e solidali.

Mala tempora currunt.

venerdì 27 febbraio 2009

Betancourt peggio che Di Pietro!


l libro di tre ostaggi delle Farc

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo

Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

Alessandra Farkas
Corsera, 27 febbraio 2009


mercoledì 18 febbraio 2009

Walterloo!



"Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore"

La chiarezza al potere! Yes we can!

Roma - E' un addio amaro, quello di Walter Veltroni. Nonostante dica di lasciare "sereno e senza sbattere la porta" il suo discorso è pieno di rammarico. "Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione". Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, "ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce". E sul futuro apre ai giovani: "Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori". E soprattutto: "Al mio successore non chiedete con l’orologio in mano di ottenere dei risultati perché un grande progetto ha bisogno di anni e non si realizza in quattro mesi". Veltroni biasima proprio quella "sindrome di logoramento" che ha portato a "bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà". Agli avversari interni la richiesta finale: "Non fate agli altri quello che è stato fatto a me".

giovedì 8 gennaio 2009

Dino Messina: onestà intellettuale dal Corriere della Sera... con l'eskimo!


La destra lancia il caso Sgorlon
Applausi allo scrittore che se la prende con i critici di sinistra

Scrittore italiano di straordinario successo, avendo vinto due volte il Supercampiello (unico caso nella storia del premio), lo Strega, il Napoli, il Flaiano, il Nonino, l' Isola d' Elba, il Fiuggi, l' Hemingway, il Basilicata, il Vallombrosa, l' Enna, il Rapallo e via dicendo, il friulano Carlo Sgorlon, vicino alla soglia degli ottant' anni, ha abbandonato i temi cari alla sua narrativa, il mito, la favola, la natura, e si è dato all' autobiografia: La penna d' oro (Morganti, pagine 221, 15). Un libro in cui non solo racconta i motivi della sua poetica, le scelte tradizionaliste che l' hanno reso una voce fuori dal coro nella lunga stagione in cui tutti volevano essere anticonformisti. Sgorlon è infatti contrario all' aborto, al divorzio, considera il Sessantotto una iattura e anche in campo letterario non ama gli autori idolatrati dal salotto buono della sinistra letteraria: Italo Calvino, troppo geometrizzante, Leonardo Sciascia, succube della musa illuminista, ma anche l' ingegner Carlo Emilio Gadda e il conterraneo Pier Paolo Pasolini. Il salotto letterario di sinistra ha incassato e ricambiato. E questo al placido Sgorlon non è andato giù e lo scrive chiaro e tondo nelle pagine autobiografiche, tradendo il suo proverbiale riserbo. I giornali di destra ma anche la stampa cattolica non aspettavano occasione più ghiotta per intonare il grido di guerra contro la «sinistra conformista, tutta servile verso il potere, tutta conventicole e meschini rituali d' appartenenza, luoghi comuni». Così ha scritto il poeta Giuseppe Conte lunedì scorso sul Giornale, aprendo l' articolo con il ricordo personale di un premio ricevuto assieme al recensito tanti anni fa a Latina. Nel pezzo di Conte c' è tutto, le passioni letterarie di Sgorlon, a cominciare da Jorge Luis Borges, l' ispirazione poetica che ha fatto dell' autore de Il trono di legno e dell' Armata dei fiumi perduti una delle voci più interessanti del secondo dopoguerra, il risentimento verso alcuni critici, ma anche verso gli organizzatori di festival letterari del Friuli che mai avrebbero reso omaggio all' illustre conterraneo. Quali volti e quali nomi abbiano i rappresentanti della «sinistra conformista» dall' articolo non è dato sapere. Conte cita soltanto en passant la recensione molto positiva a La penna d' oro di Dario Fertilio e una nota critica di Giorgio De Rienzo, uscite sul Corriere della Sera. Sulla pagina culturale del Giornale «il caso Sgorlon» acquista i connotati ben più ampi di un «caso Italia» se si legge l' articolo di Paolo Bianchi pubblicato a corredo della recensione di Conte. Partendo da Susanna Tamaro, che ha pagato, come abbiamo notato anche noi più volte, il successo di pubblico e la scelta di fede cristiana con l' emarginazione da parte della critica togata, l' articolista mette assieme un fritto misto di autori «esiliati» in patria perché «in Italia uno scrittore per essere incoronato come tale, per infiocchettarsi della S maiuscola, deve sbrodolare almeno qualche dichiarazione d' impegno». Naturalmente in favore della sinistra. Dopo Eugenio Corti, autore de Il cavallo rosso, trasaliamo davanti ad altri nomi di autori da bestseller «esiliati»: scopriamo che Luciano De Crescenzo «non ha buoni rapporti con le enclave culturali della grande stampa» e che il povero Federico Moccia, abile a far cassetta con Tre metri sopra il cielo, romanzo pubblicato dall' editore di sinistra Feltrinelli, s' è lagnato pubblicamente perché nessun recensore si occupa in modo degno di lui. Infine, ha chiesto accoratamente Bianchi, «alzi la mano chi ha mai letto una recensione davvero approfondita a uno degli ultimi dieci romanzi di Andrea De Carlo». Lo sa Bianchi che De Carlo è stato scoperto, praticamente bambino, da Italo Calvino, che ha pubblicato da Einaudi, Mondadori, Bompiani, che ha una rassegna stampa enciclopedica? E poi perché ignorare che esistono rispettabili romanzi commerciali e una letteratura di ricerca? Bisogna per forza considerare Moccia alla stregua di Sciascia e l' ingegner De Crescenzo vale davvero l' ingegner Gadda? Ieri mattina il «caso» lanciato dal Giornale è rimbalzato sul Secolo d' Italia, quotidiano di Alleanza nazionale e sull' inserto culturale di Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana. In un corsivo di prima pagina sul Secolo Luciano Lanna ai nomi di Sgorlon, De Carlo, Tamaro, ha aggiunto quello del regista Sergio Leone, che, come ha dichiarato la vedova Carla Ramalli al nostro Paolo Conti, non ha mai goduto consensi in un certo establishment culturale. «Ma in fondo perché dolersene - ha commentato Lanna - non sono comunque meglio il successo e la popolarità che l' inutile plauso di certi ambienti?». Un nome che faccia parte di «questi ambienti» nemmeno da Lanna è dato sapere. Su Avvenire neppure Fulvio Panzeri, che di solito si distingue per coraggio e originalità, ha resistito alla tentazione di buttarsi in questa polemica contro il mulino a vento di una sinistra senza volto e senza nome che tanti guai ha combinato. Anche Panzeri usa l' espressione «certa sinistra», preceduta da «cultura laicista». L' elenco delle vittime del salotto «radical chic» si allunga: Giovanni Testori, Margherita Guidacci, Luigi Santucci, Mario Pomilio, Italo Alighiero Chiusano. Dopo tanto piangere e lamentarsi ci viene un sospetto. Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere? Forse sarebbe il caso di voltar pagina e passare a un capitolo più stimolante. * Paragoni «Da Susanna Tamaro e Luciano De Crescenzo a Federico Moccia, ecco gli esiliati di successo»
Messina Dino
Pagina 41(7 gennaio 2009) - Corriere della Sera


"Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere?"


Messina, ci è o ci fa? Se ci è, ossia marxistastalinianotrinariciuto, nessun problema. Ha il coraggio delle sue idee, come i boia della GPU o i Khmer rossi. Chapeau. Se ci fa, è un altro discorso.


Messina, magari un "vero potere" forse forse c'è, e c'era davvero, basti ricordare che persino un capolavoro come "Il gattopardo", poichè "romanzo borghese" e non "trattante temi progressisti", fu bocciato da Einaudi/Vittorini...


Ma Messina lo sa benissimo; non è uno stupido. Basta solo scoprire se è solo l'ennesimo, pavloviano, "utile idiota" o se doveva pagare dazio ai successori, numerosi, di Vittorini per conservarsi il suo posticino alla ribalta nel palcoscenico della Kultura italiota.


Risposta a Messina su il Giornale di oggi:


Questa è l'armata rossa della critica

di Luigi Mascheroni


Il potere più forte è quello che non ha volto né nome. Basterebbe questo per rispondere a chi, come Dino Messina ieri sul Corriere della Sera, chiede «Fuori i nomi!» a proposito della polemica sugli intellettuali di sinistra che hanno emarginato grandi autori «colpevoli» di non essere organici all’ideologia prima comunista poi progressista. Non basta - nota il Corriere - lamentarsi contro una generica «sinistra snob», anonimi «salotti chic», imprecisate «lobby culturali»: servono i nomi. Giusto. Eccoli.Alberto Moravia (e uno) contrastò pesantemente un autore anticonformista come Giuseppe Berto, con il quale ebbe un plateale scontro nel ’62, in occasione del Premio Formentor: Berto osò contestare l’onnipotente «capomafia culturale» (parole sue) il quale aveva caldeggiato alla giuria (a danno de La vita agra di Bianciardi...) un libro scritto dalla sua compagna, Dacia Maraini. Berto denunciò proprio quello che il Corriere mette in dubbio: il pericolo che «la società letteraria si corrompa, che da giudice dei valori si trasformi in camarilla», gridando che «è ora di finirla con questi monopoli culturali protetti dai giornali di sinistra». Morale: tutti, in privato, solidarizzarono con Berto, nessuno si espose, Moravia recuperò in fretta tutto il suo prestigio e Berto fu messo da parte. Due anni dopo, quando uscì Il male oscuro, oggi un classico, Walter Pedullà (e due) mise addirittura in dubbio «l’autenticità del conflitto bertiano con il padre».Alfredo Cattabiani, che tra il 1969 e il 1970 fu chiamato a dirigere la Rusconi Libri e che decise la pubblicazione di autori come Prezzolini, Cristina Campo, Ceronetti..., fu prima ignorato e poi, quando i libri si vendevano a decine di migliaia di copie, denigrato. Umberto Eco (e tre) pubblicò sull’Espresso un articolo minaccioso verso scrittori come Quinzio e Ceronetti che avevano avallato la Rusconi; e Pedullà (ancora lui) su Rinascita mise in guardia dai «piani provocatoriamente reazionari» di Rusconi mentre Ceronetti, reo di collaborazionismo, fu allontanato dall’Espresso di Livio Zanetti (e sei). Cattabiani, in una intervista del 1994, ricordò anche questo aneddoto: «E ora ecco uno degli ultimi recenti episodi di censura: l’anno scorso usciva un mio libro, Santi d’Italia. Si trattava di lanciarlo adeguatamente e la Rizzoli lo consigliò anche a Corrado Augias (e sette) per la sua rubrica tv Babele. Silenzio per settimane. L’ufficio stampa Rizzoli mi confessò: “Non sono riuscita a ottenere nulla. Sa, Augias è di sinistra... Che vuole? Le cose stanno così”».Le cose stavano (o erano state così) - per inciso - anche per molti altri, come Guareschi o Piero Chiara, ignorati o considerati poco più che macchiette in vita, e recuperati post-mortem. Ancora: Edoardo Sanguineti (e otto), leader del famigerato Gruppo 63 (che militarizzò per anni tutte le antologie e storie della letteratura), liquidò Salvatore Quasimodo come un non-poeta, salvando solo le sue traduzioni dei lirici greci. Nonostante il Nobel.Tiro al piccione di Giose Rimanelli, romanzo sulla Resistenza vista da un repubblichino, invece, pur col parere favorevole di Pavese e Vittorini, fu bocciato da Calvino (ancora lui) e dirottato in Mondadori adducendo varie ragioni.Sorvolando sulle scelte, autorevoli quanto opinabili, di Alberto Asor Rosa per la sua Storia della Letteratura italiana, si può ricordare la triade Alicata-Muscetta-Salinari (e nove e dieci e undici), marxisti-comunisti prima ancora che critici letterari. Disposti a dilaniarsi “in famiglia” ad esempio sul Metello di Pratolini, ma compatti nel rappresentare, “fuori casa”, il ruolo del Pci come garante morale della cultura italiana. A proposito di Carlo Muscetta: è a lui che Italo Calvino (e dodici) scrive la famosa lettera, nel ’51, per spiegare la bocciatura del romanzo «eretico» di Cassola Anna e i comunisti (poi uscito nel ’52 col titolo Fausto e Anna) stroncando i pericoli ideologici di un libro che «potrebbe intitolarsi: “Come si diventa democristiani”». Salinari, da parte sua, è lo storico della letteratura (il celebre Salinari-Ricci...) che a proposito del Silone di Una manciata di more (’52), scriveva che la sua «caratteristica fondamentale di scrittore è l’impotenza», il «suo gusto grossolano e provinciale», e non gli resta che «cambiar mestiere». A proposito di manuali. Proviamo a sfogliare la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino (e tredici, e ci fermiamo), apparsa nel ’71 e diventata per un trentennio la Bibbia letteraria dei licei: parte quarta, titolo «Rinnovamento o restaurazione», periodo: secondo dopoguerra; testi di Pintor, Vittorini, Togliatti, Bobbio, Gramsci, Calvino, Amendola; parte quinta, titolo «Contestazione, ricerche, mercato», periodo: dagli anni del boom in avanti; autori: Calvino, Colletti, Scalfari, Pasolini, Levi, Foa, Morante, D’Arrigo, Consolo, Eco, Magris. Guglielmino è mancato nel 2001. Se fosse vivo oggi - probabilmente - antologizzerebbe Baricco, Ammaniti, Giordano. E Saviano.

lunedì 5 gennaio 2009

Atene: poliziotto ferito da Kalashnikov progressista, antifascista, laico ma cattocomunista, equo e solidale



ATENE (GRECIA) - Un poliziotto greco è stato gravemente ferito nella notte fra domenica e lunedì ad Atene da sconosciuti che gli hanno sparato con una mitraglietta. L'agente, ferito al petto e a un piede, è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni e deve essere operato. Anche un altro poliziotto è stato colpito, ma non in modo grave.
L'AGGRESSIONE - L’aggressione è avvenuta poco dopo le 4 locali (le 3 in Italia). I due agenti stavano di guardia davanti a un annesso del ministero della cultura nel centro di Atene. Gli aggressori sono riusciti a fuggire e ora i poliziotti stanno dando loro la caccia nel centro di Atene, dove hanno fermato una quarantina di persone nel quartiere di Exarchia. Sul posto dell’aggressione sono stati trovati una ventina di bossoli di Kalachnikoff (sic!).



(Corriere della Sera)

Perchè abbiamo un deja vu? Dalle dimostrazioni antifa e antirazziste degli "utili idioti" degli "studenti" rubati all'agricoltura, in coda a prof equi e solidali, agli intellò "per la pace (bolscevica, si intende)", si passa sempre al Tovarisch Kalashnikov, al gambizzare, al tirare alle spalle al "piccione", si passa sempre a quel sublime strumento di dialogo che è la violenza proletaria (quindi giusta).

lunedì 28 luglio 2008

Ma i volontari ARCI hanno letto la fiaba di Pierino e il lupo?



Incendio al campo nomadi di via Candoni
Nel corso del "processo mediatico" che vede sotto accusa la gestione del Campo e la xenofobia arriva la notizia: non si tratta di incendio doloso

di A.M. - 23/07/2008

Un incendio si è sviluppato la sera del 22 luglio al campo nomadi di via Candoni, nel quartiere Magliana, non più abusivo dal 2000. Alcuni nomadi avevano raccontato che le fiamme erano state originate dal lancio di una molotov. Queste dichiarazioni hanno dato vita ad una serie di prese di posizione, dalla paura del diffondersi di forme di xenofobia alla criticata gestione del campo, prima ancora che i vigili avessero stabilito la natura del rogo.

Preoccupato per le condizioni del campo di via Candoni si è dichiarato subito il presidente dell'Opera Nomadi Massimo Converso che ha affermato: "il villaggio è totalmente isolato, sin dalla sua creazione nel febbraio 1988. Nessun tipo di rapporto esiste con la cittadinanza se non tramite i bambini che si recano fino al mese di giugno nelle scuole del lontano quartiere urbano. In tali scuole, inserite come modello di buona pratica dal MIUR in una sperimentazione nazionale, non si è mai verificato alcun tipo di emarginazione o rifiuto dei numerosi bambini Rom che le frequentano.

Nel Villaggio, oltre la scolarizzazione (unico caso di gestione da parte dell’Opera Nomadi in tutta la Città, gli altri 8/9 a Roma, infatti, sono gestiti da Comitati simpatizzanti della precedente Amministrazione Comunale), c’è una sola buona pratica quella della Cooperativa “Baxtalò Drom”.
E’ invece fallimentare la gestione del Villaggio che non ha prodotto alcun risultato, perché affidata a comitati di inesperti sulle problematiche del popolo Rom. Chiediamo - dichiara Converso - al Sindaco Alemanno e agli assessori Belviso e Bordoni, di valorizzare come programmato le pratiche di avviamento al lavoro e di cominciare a valutare l’ipotesi che le famiglie colpite vengano progressivamente spostate a piccoli gruppi in abitazioni individuate a Roma o nel resto del Lazio, promuovendo al contempo la legalizzazione di attività come la raccolta differenziata".

Anche il consigliere municipale del Pdl in XV Municipio Augusto Santori ha criticato la gestione del Campo: “Il Municipio XV, tramite bando, assegna più di 100mila euro all’ARCI per la gestione del campo di via Candoni, tra cui si prevede la sorveglianza, anche notturna del campo, nonché la promozione di attività culturali e sociali tese a favorire l’integrazione tra componente nomade e cittadinanza”. “La notizia relativa alle indagini per procurato allarme nei confronti di un rappresentante dell’ARCI, impegnato ieri nella sorveglianza notturna del campo mentre divampava l’incendio nei pressi del campo attrezzato di via Candoni, non rappresenta una novità - prosegue Santori - visto che lo stesso soggetto, la notte dell'incendio, fomentava gli animi dei nomadi presenti parlando esplicitamente e senza alcuna corrispondenza oggettiva di chiari atti di xenofobia. Dichiarazioni che hanno infatti visto, subito, un intervento determinato teso a smentire le frasi azzardate e inutilmente pericolose, tra l’altro in buona parte smentite dagli stessi capi famiglia del campo”. “A questo punto ci chiediamo come sia possibile - ha concluso il consigliere del Municipio - che l’ARCI possa affidare un campo attrezzato a soggetti non in grado di poter gestire una situazione così delicata e anzi da ritenersi pericolosi fomentatori di odio e inutile allarmismo. Se si tratterà di un episodio razziale siamo pronti a esprimere la nostra netta e ferma condanna, ma se si dovesse trattare di un incendio non doloso, la giunta del Municipio XV provvederà immediatamente ad attivare le necessarie procedure tese ad indagare quale sia il grado di reale professionalità impiegato dall’ARCI nel campo di via Candoni, fino eventualmente a prospettare un’interruzione della collaborazione a causa della non soddisfacente prestazione erogata”.

Estremamente preoccupato per il clima politico si era dichiarato il consigliere comunale Daniele Ozzimo: "L’incendio nel campo nomadi di via Candoni è un avvenimento estremamente grave perché avrebbe potuto causare in primo luogo delle vittime. L’episodio su cui sta indagando la polizia, che spero sia chiarito al più presto, va iscritto nell’ambito di un clima più generale che si vive a Roma e che rischia di alimentare intolleranza e xenofobia". Per questo motivo – aggiunge il consigliere PD - chiediamo maggiore cautela nel trattare temi delicati come quello della sicurezza. E’ necessario – sottolinea Ozzimo - operare con moderazione, senza grandi proclami e azioni di propaganda che rischiano di divenire un messaggio pericoloso ad uso e consumo di frange estreme e razziste da sempre isolate nella città". Il 23 luglio, nel pomeriggio del giorno successivo l'incendio, arriva la notizia: "Non c'è traccia dolosa nell'incendio del campo nomadi". Lo ha stabilito la polizia nei suoi rilievi. Sembra dunque esclusa l'ipotesi di un raid razzista con l'uso di bottiglie incendiarie. Il volontario dell'Arci che ha chiamato il 113 e ha denunciato l'accaduto è di fatto indagato per procurato allarme e false dichiarazioni. Il ragazzo interrogato nella notte ha negato di aver mai parlato di "alcuni ragazzi italiani che volontariamente avevano appiccato le fiamme" ma la frase sarebbe contenuta nella registrazione della telefonata. “Se tutto ciò dovesse essere confermato ci troviamo dinnanzi ad un atto gravissimo che rischia solamente di generare odio, tensione e paura in una situazione già di per se molto delicata e complessa”. Lo dichiara Federico Rocca consigliere comunale del PDL. “E’ vergognoso che qualcuno voglia speculare su questi fatti mettendo in atto simili azioni. La risoluzione del problema dei campi nomadi e la loro regolamentazione - conclude- ha bisogno di indirizzi chiari e di serenità: tutto questo clamore di fatto non ci aiuta".