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lunedì 24 gennaio 2011

Il vescovo: quel soldato morto in Afghanistan non è un eroe; Monsignore, pensate ai cazzi (pedofili) vostri...



La Polemica. I genitori di Miotto: altri preti non la pensano così
Il vescovo: quel soldato morto in Afghanistan non è un eroe
Monsignor Mattiazzo: «I nostri vanno lì armati»
(dal Corriere della Sera)

ROMA - «Non ritengo opportuno replicare alle parole di un confratello, quello che penso sui nostri soldati in Afghanistan l'ho sempre detto nelle mie omelie», manda a dire l'arcivescovo Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l'Italia. La sua risposta è laconica e soave, ma altrettanto grande dev'essere l'irritazione negli ambienti ecclesiastici e militari, all'indomani delle frasi pronunciate dal vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, a proposito dei soldati italiani tornati morti dalle «missioni di pace».
«Certo - ha detto il vescovo Mattiazzo - sono dispiaciuto per la morte di questo ragazzo. Ma non sono d'accordo con una certa esaltazione retorica, non facciamone degli eroi. Magari poi si scopre che un soldato è morto per una mina fabbricata in Italia...».

Tre settimane fa proprio un delegato del vescovo di Padova celebrò a Thiene i funerali privati di Matteo Miotto, il penultimo alpino ucciso in Afghanistan il 31 dicembre scorso, raggiunto dal proiettile di un cecchino. Poi, martedì 18 gennaio, è stato ammazzato anche il caporalmaggiore Luca Sanna, stavolta nell'avamposto di Bala Murghab. In tutto, fanno 36 morti dall'inizio della missione. «Ma quelle non sono missioni di pace - ha dichiarato l'altro giorno il vescovo Mattiazzo -. I nostri soldati vanno lì con le armi...».
Ora è bufera. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è furibondo col monsignore («Si sarà fatto influenzare dalla sua impostazione politica», ha detto). Padova, del resto, è terra di pacifismo spinto, di mobilitazioni già contro la guerra in Vietnam e ora dei «No Dal Molin», è la terra di don Albino Bizzotto e della sua associazione «Beati i costruttori di pace», dei missionari che vanno in Kenya e ritornano dicendo che «i bimbi africani non sono più tristi di quelli italiani» (lo stesso Mattiazzo dixit) [bene, allora vuol dire che Caritas, Nigrizia e Co... non hanno più bisogno di offerte, meglio. NdMinitrue].

domenica 11 aprile 2010

Gian Micalessin: A Bagdad nel 2007 un elicottero Usa colpì un reporter e il suo autista



da Il Giornale
articolo di mercoledì 07 aprile 2010

Su internet la «morte per errore» di due giornalisti in Irak
di Gian Micalessin


A Bagdad nel 2007 un elicottero Usa colpì un reporter e il suo autista: le loro telecamere scambiate per lanciarazzi
Diciamolo, quel filmato torce le budella, stringe il cuore. La morte di Namir Noor Eldeen, reporter dell'agenzia Reuters, e del suo autista, Said Chmagh, uccisi da un elicottero americano a Bagdad nel luglio 2007 assieme a dieci altre persone, mi ricorda troppo da vicino quella dell’amico e compagno di viaggi Raffaele Ciriello. Raffaele cade ucciso da un carro armato israeliano nel marzo 2002 mentre fotografa e filma un gruppo di militanti palestinesi armati impegnati negli scontri di Ramallah. Namir e Said vengono fatti a pezzi dal cannoncino di un Apache che non distingue tra loro e le persone, alcune delle quali armate, con cui s’accompagnano. Namire e Said muoiono perché pilota e puntatore scambiano le loro telecamere e i loro obbiettivi per lanciarazzi anticarro.
L’analogia dei due episodi mi costringe però a ragionare a mente fredda. Quando mi chiedono com’è morto Raffaele rispondo sempre «per un suo errore». E poi aggiungo «fatale». Non è cinismo. È la considerazione dell’errata assunzione che spesso spinge noi giornalisti a reputarci riconoscibili, distinguibili e quindi immuni. Non è così. Non in conflitti spietati, dove non esistono buoni e cattivi, ma solo combattenti decisi a sparare per primi. Non su campi di battaglia dove le tue mosse vengono seguite da apparati capaci di vedere, ma non di analizzare il contesto e distinguerne i protagonisti. Il filmato di bordo dell’elicottero trafugato dagli archivi del Pentagono e messo su internet da Wikileak, un sito specializzato nella divulgazione di dossier riservati, ne è la prova. Ascoltandone l’inizio si capisce che nella zona c’è stato uno scontro a fuoco. Guardando le immagini due minuti dopo si vedono distintamente due persone armate di kalashnikov dietro al fotografo e al suo assistente. A quel punto bisogna ragionare non come spettatori al corrente di ogni fatto precedente e successivo, ma come elicotteristi appena arrivati in una zona in cui è in corso uno scontro. Il distinguere con chiarezza due mitragliatori incoraggia a ritenere che anche il teleobiettivo spuntato dall’angolo di una casa sia un lanciarazzi.
Certo il linguaggio fa accapponare la pelle. Quel «nice» (bello, carino) usato per commentare una pila di morti o l’agonia di un uomo sono un pugno nello stomaco. Quel «potevano lasciarlo a casa» per un bimbo ferito colpevole solo di essere a bordo di un furgone avvicinatosi per portar soccorso risuona oltraggioso e odioso. Ma quel colloquio abominevole si svolge su un campo di battaglia dove i protagonisti sono addestrati a convivere con l’orrore. Il tutto nel periodo più duro del conflitto iracheno, all’inizio di quell’offensiva - lanciata nel 2007 - per ribaltare le sorti di una guerra quasi perduta. In Irak l’America è vicina alla sconfitta e alla totale perdita di consenso anche perché i suoi soldati hanno il grilletto facile e considerano chiunque un possibile nemico. Ma questo è un dato di fatto e in quel periodo tutti i giornalisti impegnati in Irak lo sanno. Al generale David Petraeus e al suo successore in Afghanistan Stanley McChrystal, fautori di una strategia più attenta ad evitare perdite civili, serviranno quasi tre anni di lavoro per cambiare radicalmente l’addestramento delle truppe e dei piloti impiegati in Irak e Afghanistan e riuscire oggi a introdurre regole d’ingaggio meno drastiche. Questo non rende accettabile la morte di un innocente, ma aiuta a comprendere quanto pericoloso fosse nel 2007 girare per la città assieme a gruppi d’insorti.
E per concludere una doverosa precisazione sul filmato. Il Pentagono - pur non divulgandolo - ne aveva già mostrato una copia a un gruppo di rappresentanti della Reuters. Poi, come avviene in tutte le democrazie, il filmato - destinato in teoria a restar per sempre sepolto negli archivi - è stato prelevato da una manina sconosciuta e consegnato all’opinione pubblica. Così ora possiamo tutti gridare all’orrore. Senza scordare, però, il privilegio di vivere in un Occidente dove governi e generali devono sempre far i conti con la libertà d’informazione.

Però, le migliaia di morti per "fuoco amico"; anzi, scusa, caro Micalessin, le migliaia di "danni collaterali" saranno contenti di sapere che delle "manine sconosciute" (un pò di diminutivo, così le mettiamo alla pari di quelle che pubblicano i nastri della D'Addario) ci consentono di "tutti gridare all'orrore" (ma guarda un pò che fessi che siamo). "Senza scordare, però" (e chi scorda, "Per Non Dimenticare" ce lo marchiano sempre a fuoco) che governi e generali etc etc...


"Stranamente" non spendi due parole in più sulle altre DIECI persone oltre a Namir e Said macellate dai proiettili da 30 mm degli Apache... e altro che "persone" [...] "alcune armate", riguardati (ma lo hai già visto... e rivisto... e disinformi quindi sapendo di disinformare...) il video nel punto dove vengono colpiti il van e i suoi occupanti, completamente disarmati, "rei" di cercare di portare via un ferito...

Micalessin, più bolsa retorica non potevi scriverla: "governi e generali devono sempre fare i conti con la libertà dell'informazione"? Vallo a dire ai familiari delle vittime di Ustica, Piazza Fontana, alle citate migliaia di vittime afghane e irachene, delle quali non conosciamo nome e volto, per le quali non è data giustizia se non forse con una manciata di dollari...

Vergognati.

sabato 15 agosto 2009

Pari opportunità in Afghanistan: Kabul, la nuova legge sulla famiglia, niente cibo alle mogli disobbedienti e i Burqa a Panarea




Elezioni in Afghanistan
Il testo emendato riconosce ai mariti sciiti il «diritto al ricatto»
Kabul, la nuova legge sulla famiglia
Niente cibo alle mogli disobbedienti
Accuse al presidente Karzai: ha venduto le donne in cambio di voti

Dal nostro inviato KABUL — Il diritto allo stu­pro coniugale (semplice ed esplicito) è scomparso, ma per i mariti sciiti dell’Afghani­stan (e le loro mogli schiave) cambia poco. Con la nuova versione della legge sul dirit­to di famiglia riservato alla co­munità sciita, circa il 20 per cento della popolazione, gli uomini dovranno solo aspet­tare che il «diritto al ricatto», concesso loro dalla norma, faccia il suo effetto. Sesso in cambio di cibo: prima o poi la fame convincerà anche la mo­glie più ritrosa.Uno degli articoli della com­plessa norma dice infatti così: «È responsabilità della mo­glie soggiacere al ragionevole piacere sessuale del marito e non lasciare il tetto coniugale senza il suo permesso, ecce­zion fatta per situazioni di emergenza. Se qualunque dei doveri di qui sopra non è ri­spettato, la moglie è da consi­derare disobbediente». E le mogli «disobbedienti» perdo­no il diritto al mantenimento. Cioè a mangiare. E siccome non possono neppure divor­ziare o tornare dalla mamma senza il permesso del marito, l’alternativa è «soggiacere» o morire di fame.Sarebbe questo il misero ri­sultato dell’indignazione in­ternazionale, delle dichiara­zioni di fuoco dei governi che da otto anni regalano soldi e soldati al governo Karzai e persino di un raro corteo di femministe afghane. Tre mesi di emendamenti hanno spo­stato lo «stupro coniugale» dal letto alla tavola. Tra le al­tre norme contenute nella nuova legge anche l’affida­mento dei figli sopra i 9 o 12 anni ai parenti maschi più vi­cini e una considerazione del­lo stupro come problema eco­nomico e non di diritto uma­no: il colpevole potrà chiude­re il processo versando alla fa­miglia della vittima (non a lei) un risarcimento commisu­rato alle disponibilità finan­ziarie del clan. La violenza sul­la figlia di un ricco costerà ca­ra, quella sulla figlia di un po­vero verrà via per poco.La denuncia è stata lanciata ieri da Human Rights Watchche ha esaminato il testo sulla Gazzetta Ufficiale. Sotto accu­sa il presidente Hamid Karzai che ha firmato il provvedi­mento. Secondo Human Ri­ghts Watch, con le elezioni in arrivo giovedì prossimo, Kar­zai si sarebbe così garantito il pacchetto di voti dei fonda­mentalisti sciiti rappresentati dall’ayatollah Asif Mohseni, rettore dell’Università sciita di Kabul. Il potere di attrazio­ne dell’ayatollah non deve sor­prendere: la sua università è una mastodontica costruzio­ne di marmo, la più appari­scente e funzionale opera di interesse pubblico realizzata in Afghanistan dal crollo dei talebani. L’ayatollah e i suoi fi­nanziatori iraniani con i corsi superiori gratuiti, pasti e aria condizionata per decine di mi­gliaia di studenti, hanno fatto meglio di tanti progetti occi­dentali.Ieri, venerdì di preghiera, pochi a Kabul avevano il testo sotto mano. Interpellata al te­lefono, ad esempio, la senatri­ce sciita Najida Hosseini è ca­duta dalle nuvole. «Non ho partecipato al riesame, ma so che sono stati introdotti 20 emendamenti. Ora la legge do­vrà tornare all’esame del Par­lamento. Mi stupirei nel tro­varci i principi annunciati da Human Rights Watch. La nor­ma dovrà rispettare la legge coranica, ma in un Paese mu­sulmano e sciita come l’Iran, ad esempio, la moglie perde il diritto agli alimenti solo se ab­bandona il tetto coniugale. Non per altro».Insoddisfatto, ma per ragio­ni opposte, Abdul Latif Sajja­di, uno degli ideatori della leg­ge, vice rettore dell’Università sciita e braccio destro del po­tente ayatollah Mohseni. «Ero nella commissione del riesa­me e mi sono opposto agli emendamenti. È una vergo­gna che, sotto l’influenza stra­niera, l’età del matrimonio sia stata alzata a 16 anni per le ragazze e 18 per i ragazzi. È contro l’Islam. Quanto al 'ri­catto cibo per sesso', non ci vedo niente di strano: i mariti per il Corano hanno l’obbligo di sfamare, vestire e protegge­re le mogli. In cambio esse de­vono obbedire. Il letto non ha alcuna extraterritorialità».«Queste barbarie dovevano restare un retaggio del passa­to talebano — grida invece Brad Adams, responsabile per l’Asia di Hrw —, non far parte del nuovo Afghanistan». Per Adams la spiegazione è tutta politica: «I diritti delle donne afghane sono violati per i gio­chi di potere degli uomini. Questo di Karzai è un ignobi­le baratto, ha venduto le don­ne in cambio di voti».
Dal Corriere di oggi; meno male che siamo andati in Afghanistan per portare democrazia, diritti umani e far cessare la discriminazione delle poverelle costrette nei Burqa dai cattivoni talebani... si vede che la democrazia è un prodotto poco esportabile e facilmente deperibile, e il caldo delle piane afghane è invero per essa micidiale... però a ben vedere il Burqa e Co. sarebbe d'uopo per le nostrane ragazze "cioè, dove andiamo noi la gggente impazzisce" col trolley che vanno a Panarea a scambiare sesso (a noleggio) con un metro quadro (scarso) in una barca a vela (a noleggio) dandola a uno skipper (a noleggio) con Rolex (falso)...

lunedì 27 luglio 2009

Afghanistan, tensioni nel governo e nel cervello di Frattini


Il ministro degli Esteri Frattini replica alle parole di Calderoli che ha proposto il ritiro dei militari italiani dall'estero: «Siamo lì per garantire la sicurezza dell'Italia e anche della Lega»

Da sbellicarsi dalle risate; il pavloviano paladino delle radici cristiano (intese come interessi USA) - giudaiche (intese come Israele) Frattini, si supera: Onorevole, mi consenta - la sicurezza dell'Italia si difende giocando a guardia e ladri e/o facendo patti con bande di irsuti talebani coltivatori di droga?

I giudici indagano sui mezzi militari e sui mutati impegni in campo
Inchieste partite dopo le ultime vittime

Da ri-sbellicarsi dalle risate; come quando si apre un fascicolo per "omicidio, tentato omicidio, terrorismo, e perchè no, oltraggio a pubblico ufficiale e disturbo della quiete" contro i responsabili degli attacchi vs i nostri soldati... perchè non siamo in guerra, in Afghanistan...

mercoledì 6 maggio 2009

Minipax speak: Kabul, decine di vittime civili in raid aerei


Kabul - Decine di civili, inclusi donne e bambini, sono rimasti uccisi mentre cercavano riparo dai raid aerei compiuti tra lunedì e martedì nell'Afghanistan occidentale. La portavoce del Cicr, Jessica Barry, ha detto che una squadra della Croce rossa si è recata ieri nel luogo in cui hanno avuto luogo i raid aerei delle forze americane e ha potuto constatare la presenza di diversi cadaveri oltre che la distruzione di alcune case. E' la prima conferma internazionale di un incidente su cui gli Stati Uniti e le autorità afghane stanno ancora indagando.

Un volontario tra le vittime Tra le vittime dei raid aerei ci sono anche un volontario della Croce Rossa afghana e 13 membri della sua famiglia. Il comitato della Croce Rossa Internazionale (Cicr) ha confermato la morte di decine di civili, tra cui donne e bambini. Intanto il capo della polizia di Farah ha confermato il bilancio di almeno 30 morti riferito la notte scorsa: "Oltre trenta cadaveri di civili sono stati trasportati a bordo di due camion", ha detto Abdul Ghafar Watandar aggiungendo che una delegazione composta da rappresentanti dell’Onu, dell’esercito americano e del ministero dell’Interno afghano si sono recati sul posto.

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KABUL - Decine di case rase al suolo: in pratica, secondo quanto riferito dal portavoce della Croce Rossa Jessica Barry, un intero villaggio distrutto nella provincia di Farah, in Afghanistan. E, tra le macerie, decine di corpi, secondo le prime stime oltre 30, tra cui molte donne e bambini. E' questo lo scenario dopo diversi attacchi aerei compiuto dalle forze internazionali in Afghanistan, compiuti lunedì e martedì.

APERTE DUE INCHIESTE - Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha ordinato un’inchiesta sui bombardamenti aereo delle forze della coalizione nella provincia di Farah, costato la vita a moltissimi civili. Karzai è intanto giunto a Washington per un vertice alla Casa Bianca con il presidente degli Stati uniti, Barack Obama e con il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta anche dal comando americano che, fino alla diffusione della notizia da parte della Croce Rosse, non aveva fatto riferimento ad alcun attacco.

cfr. Vittime civili dei bombardamenti USA:

When U.S. warplanes strafed [with AC-130 gunships] the farming village of Chowkar-Karez, 25 miles north of Kandahar on October 22-23rd,killing at least 93 civilians, a Pentagon official said, "the people there are dead because we wanted them dead." The reason? They sympathized with the Taliban1. When asked about the Chowkar incident, Rumsfeld replied, "I cannot deal with that particular village."2


A U.S. officer aboard the US aircraft carrier, Carl Vinson, described the use of 2,000 lb cluster bombs dropped by B-52 bombers: "A 2,000 lb. bomb, no matter where you drop it, is a significant emotional event for anyone within a square mile."3


Mantra of the U.S. mainstream corporate media : "the report cannot be independently verified"


"..shameful dependence on and uncritical acceptance of Pentagon handouts instead of substantial, critical coverage of the ground situation in Afghanistan. The US corporate media seems to be muting any talk of civilian casualties first by framing any such news with "Taliban claims that…." And then happily putting the matter to rest with Pentagon spokesman…" "
[Joel Lee, Hyderabad, Znet Inter Active]


"When people decry civilian deaths caused by the U.S. government, they're aiding propaganda efforts. In sharp contrast, when civilian deaths are caused by bombers who hate America, the perpetrators are evil and those deaths are tragedies.

When they put bombs in cars and kill people, they're uncivilized killers. When we put bombs on missiles and kill people, we're upholding civilized values. When they kill, they're terrorists. When we kill, we're striking against terror."4