mercoledì 18 marzo 2009

Roberto Saviano, il salvatore della patria (ma non di Scampia)



Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione a Scampia, sbagliava. Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione del suo conto corrente, c'ha azzeccato. Se Saviano pensava che le cose che ha scritto "come lui nessuno mai", si vede che gli sono sfuggiti qualche centinaio di film, libri e articoli precedenti al suo best seller (best seller tra l'italiano medio o gli intellò, non certo a Scampia).

Risibili e probabilmente frutto di egocentrismo sono poi le sue sparate sull'"Oscar a Gomorra negato per colpa della camorra" etc... quando i Casalesi -parliamo di veraci napoletani, non di austeri siciliani- non avrebbero probabilmente aspettato altro che di ammirarsi sul grande schermo anche negli States, gloriandosi delle loro gesta.

Rispetto a chi specula sulla camorra e sulla mafia con filmetti o libercoli, almeno i mafiosi e i camorristi, nella loro crudeltà seppur ormai avant pop tra Beretta 92 e canzoni neomelodiche, hanno una loro grandezza. Seppur per i loro turpi scopi, loro la vita la rischiano veramente. Come la vita di chi sopravvive allo Zen e a Scampia, in una povertà morale a noi inimmaginabile, è molto lontana di chi -scortato o meno- calca, e non nel terrore, non i corridoi lastricati di immondizia e siringhe delle "Vele", ma la Hall of Fame di Hollywood e i salotti di Fazio.

Caro Roberto, ricordati del sarto

Una citazione rovina il ritmo, spezza l’incantesimo, intralcia la lettura. Saviano scrive con una penna che scivola veloce, senza pause e senza incertezze: racconta, narra, romanza. Non sapremo mai quanto di vero c’è in «Gomorra» e quanto sia puro artificio narrativo. Chissenefrega, in fondo. Romanzo, saggio, inchiesta, reportage: a un buon libro non si danno etichette. Il suo ha raccontato per la prima volta la camorra come nessun altro: ha trasformato un argomento che si trascinava stancamente sulle pagine dei giornali in un «soggetto» da stampa internazionale, poi da documentari e film. Ca-sa-le-si. Scandito, come mai prima. Quanti a Codroipo sapevano prima di Gomorra chi fossero e che cosa facessero? Saviano conosce la scrittura e la lettura: non può essere andato in ogni singolo posto raccontato nel suo libro, non ha potuto assistere a ogni scambio, traffico o fatto che descrive in prima persona. Ha preso spunto dall’attualità, dai documenti dei magistrati, dagli atti dei processi e può aver succhiato anche da articoli di giornale. Non c’è niente di male, di più: ha fatto bene. Perché chi vive ogni giorno quella realtà e la racconta in un trafiletto a pagina 15, in quelle trenta righe per un delitto che non si negano mai a un morto ammazzato o a un’operazione antimafia o a un sequestro di droga, trova una miniera di informazioni che messe insieme diventano un romanzo. C’ha messo la testa, Saviano. C’ha messo la penna. Quella che forse, un cronista non ha. Se ha copiato, se s’è ispirato, se ha usato il lavoro di altri per se stesso non ha sbagliato. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ora un processo stabilirà se c’è stato o meno plagio, se è vero o no che abbia copiato articoli di Simone Di Meo, un giornalista di Cronache di Napoli. Anche se l’avesse fatto nessuno tolga a Saviano i suoi numeri: vendere milioni di copie è un miracolo e convincere milioni di persone a leggere di Camorra è un miracolo al quadrato. Però cambia qualcosa. Cambia che Saviano sa quanto faticano i cronisti delle terre di mafia, sa che ci sono giornalisti che ogni giorno subiscono i ricatti e le intimidazioni che lui ha subito. Lui sa perché una storia così l’ha scritta in «Gomorra»: è quella del Sarto che cuce vestiti per conto terzi poi vede la notte degli Oscar e scopre che il suo vestito è finito addosso ad Angelina Jolie e lui, creatore di quella meraviglia non ha neanche un titolo nella coda della notte più magica della tv. Quel creatore di bellezza decide per reazione di diventare un autista di Camorra. Chi lavora ogni giorno per uno stipendio normale, ma rischia la vita per un articolo, è come il Sarto.
Saviano non può dimenticare. Lui ha avuto la protezione di un mondo grande, di editori, giornali, politici, magistrati. Gli altri no. Citare una come Rosaria Capacchione, la cronista del Mattino da anni minacciata dalla Camorra, è un atto di umanità oltre che di giustizia. Saviano ha avuto due anni per rendere a Di Meo l’onore: bastava un’intervista, una riga in un articolo, una citazione nel libro. Ha avuto palcoscenici, pagine di quotidiani e settimanali. Bastava dire la verità: «Ho scritto un romanzo basato su fatti veri e di questi fatti hanno scritto, oltre me, tizio, caio e sempronio». Prendere il lavoro di altri non è un furto, può essere un’ispirazione. Saviano e i savianisti hanno caricato di valore sociale «Gomorra». Se ce l’ha il libro, non può averla l’autore. Una citazione non costa niente. È giustizia, quella che Saviano avrebbe chiesto per sé. Quella che avrebbero chiesto tutti gli altri.

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».

Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.

In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

domenica 15 marzo 2009

Piero Pelù, concerto, "teatro civile", CGIL e cassaintegrati: ci mancava proprio un altro Beppe Grillo...




Sentivamo proprio la necessità di un altro Beppe Grillo, che si occupi, come fa Pelù nel suo utlimo tour concerto-teatro, di temi come Mussolini, la P2, Berlusconi... e siccome un artista alla domanda "che fare?" sulla disoccupazione deve dare una risposta, al posto di donare un pò di $$$ ai poveri disoccupati, prelevandoli dalle sue più che discrete royalties, che fa? Ma certo, gli "dà voce" portandoseli per i "15 minutes of fame" sul palco, courtesy della CGIL che glieli deporta sul palco. Eh, la kultura italiana, quali vertici tocca... ecco un altro che ha scoperto come in Italia i tribuni della plebe fanno più soldi che non gli strimpellatori... e come da foto, la CGIL non ha mai perso tempo nello strumentalizzare vivi e morti, infanti e vecchietti, tutti abili e arruolati per la "causa"...


ROMA - Dopo un lungo tour estivo che l’ha visto protagonista in tutte le più importanti arene e piazze italiane nell’estate 2008, Piero Pelù presenta per la prima volta un avventuroso e poliedrico spettacolo che unisce la sua musica al teatro. Collabora con lui firmando anche la regia Sergio Bini in arte BUSTRIC, autore, regista, attore a livello mondiale (www.bustric.com). La sceneggiatura dello spettacolo, basata sui temi delle 21 canzoni della scaletta, è scritta a quattro mani da Pelù e Bustric così come la scenografia che sarà ispirata al futurismo e a Calder. Uno spettacolo di grandi emozioni, atmosfere ed energia che metterà in rilievo le capacità vocali interpretative e vocali di Piero.Piero Pelù eseguirà sia le canzoni del repertorio Litfiba (alcune mai suonate dal vivo prima d’ora) sia quelle appartenenti al suo repertorio da solista, con nuovi arrangiamenti per lo spettacolo.Il “FENOMENI TOUR TEATRALE 2009” sarà anche luogo in cui concretizzare la solidarietà. In ogni data del tour infatti, saranno ospitati cinque lavoratori di aziende in difficoltà economiche, per offrire loro la possibilità di testimoniare un momento storico particolarmente difficile per il mondo del lavoro.

sabato 14 marzo 2009

Quando la pedofilia diventa spregiudicatezza chic? Ma ovviamente se ci sono di mezzo Sartre e Simone de Beauvoir...




Una notizia "oldie but goldie" sull'intellò preferito dai radicalchic, worldwide:

SARTRE E SIMONE ' MANGIABAMBINE'

Repubblica — 05 febbraio 1993 pagina 27 sezione: CULTURA

Parigi - Tutti conoscono la teoria degli "amori contingenti", che suppongono due attori principali e uno subalterno, concepita e messa in pratica da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Tuttavia finora ne era circolata un' unica versione - la loro - attraverso i loro scritti e le rispettive biografie. Oggi Bianca Lamblin, più nota sotto lo pseudonimo di Louise Védrine, narra la propria esperienza di questi amori triangolari ne Mémoires d' une jeune fille dérangée (il titolo parafrasa quello di una celebre opera della stessa Beauvoir) che uscirà la settimana prossima da Balland. Un terribile atto d' accusa: desterà di certo un immenso scalpore. Rompendo cinquant' anni di silenzio, l' autrice, che dichiara agire "non per desiderio di vendetta", ma per ristabilire la verità, afferma di essere stata vittima da minorenne "degli impulsi dongiovanneschi" di Sartre e dell' "ambivalente e losca protezione" della Beauvoir, accusando quest' ultima di aver svolto il ruolo di mezzana per procurare al suo compagno "carne fresca", ovvero giovani fanciulle da lei "pregustate" prima di rifilargliele. Recitavano insomma una versione volgare de Les liaisons dangereuses, dissimulando la loro perversità l' uno sotto l' apparenza del filosofo bonario,l' altra della donna austera. Ma veniamo ai fatti precisi. Ebrea polacca, nata a Lublino nel 1921, Bianca Bienenfeld (è il suo cognome da ragazza) emigra con la famiglia a Parigi quando è ancora in fasce. Sarà una bambina fragile e un' adolescente magrolina e anemica, ma molto sveglia e curiosa di tutto. Ha 16 anni quando la Beauvoir diventa la sua professoressa di filosofia al liceo Molière. Immediatamente è soggiogata dalla sua intelligenza e dal suo carattere volitivo, e l' idealizza. I loro rapporti derivano ben presto verso un' amicizia intima. Fuori di scuola maestra e allieva si ritrovano nei caffè, fanno lunghe passeggiate assieme. La prima spiega la propria concezione dell' amore, che condivide con Sartre: soprattutto niente matrimoni e niente figli - sono troppo ingombranti -, ma libertà totale per vivere ognuno le proprie avventure sentimentali e sessuali, a condizione di raccontarsi tutto e di non mentire mai. Sotto la sua influenza la discepola rinuncia ai propri pregiudizi in favore della castità e contro l' omosessualità. Una volta preparato psicologicamente il terreno, Simone passa all' attacco. Per festeggiare il suo successo all' esame di maturità invita Bianca per un' escursione nel Morvan. Così una notte esse si ritrovano in un piccolo villaggio, in una squallida stanza priva di elettricità. Quella notte avverranno i loro primi approcci fisici, ancora timidi, ma sufficienti per svegliare la sensualità dell' adolescente. Fino ad allora Bianca non ha conosciuto Sartre. Sarà Simone a suggerirle di incontrarlo in un caffè per sottoporgli certi quesiti filosofici. Lui l' accoglie cortesemente e risponde con precisione pedagogica. Si rivedranno durante le vacanze invernali, questa volta in compagnia del "Castoro", in un alberghetto del Mont d' Arbois: la coppia adulta condivide una stanza matrimoniale, la ragazzina dorme nel bagno adiacente. Da quel momento il filosofo, che ha 34 anni, mentre Bianca ne ha 17, comincia a farle una corte assidua. La chiama la sua ape, il suo toporagno, la sua scimmietta. La seduce con un frasario immaginifico, contrastante con la sua autorità di mentore. Un giorno la trascina in un albergo, lo stesso dove alloggia il Castoro, ben deciso a "consumare". Per la ragazza ancora vergine, che non si è mai mostrata nuda davanti a un uomo, sarà un' esperienza traumatizzante. La bruttezza di Sartre e la sua mancanza di sensibilità amorosa - nessun trasporto, nessun gesto spontaneo - la paralizzano. Lui le spiega l' anatomia e i meccanismi dell' atto sessuale come un docente di scienze naturali, prima di passare all' azione come se intendesse praticare un intervento chirurgico su una vittima passiva. Dopo questa prima prova disastrosa, Bianca rimarrà frigida per tutta la durata della loro breve relazione. "La mescolanza di brutalità, di cafonaggine, di freddezza fisica, di pedanteria e di rozzezza di Sartre", dichiarerà cinquant' anni dopo, "ha inibito a lungo in me qualsiasi possibilità di soddisfazione sessuale normale". Tant' è vero che dovrà andare in analisi da Lacan. Riuscirà a superare questo trauma solo grazie all' amore a alla pazienza del suo futuro marito, Bernard Lamblin, un brillante allievo di Sartre, e all' affetto che proverà per le sue due bambine. Ma resterà sempre fragile. Nel frattempo i suoi rapporti con Simone proseguono con alti e bassi. Nonostante sia lei a tenere le redini del "terzetto", il Castoro soffre di crisi di gelosia, che dissimula accuratamente. Passa allora alla riconquista della sua candida rivale, la quale ritrova nelle sue braccia un piacere mai provato in quelle di Sartre. Ben presto la guerra interrompe però queste ambigue relazioni triangolari. Sartre è mobilitato, poi fatto prigioniero. Separata dai suoi uomini - Jean-Paul, il compagno ufficiale, e il "piccolo Bost", amante di secondo grado - Simone gravita ora in un universo esclusivamente femminile, cercando di dividere il suo tempo fra le sue tre giovani predilette, Olga Kosakiewicz, Nathalie Sorokine e Bianca. Ma quest' ultima è troppo ossessionata dai rischi che può correre in quanto ebrea (sposando nel 1941 Bernard Lamblin, francese di razza ariana, riuscirà personalmente a sfuggire alle persecuzioni antisemite, ma soffrirà molto della morte di una parte della sua famiglia deportata ad Auschwitz). Ora il Castoro non capisce la sua angoscia, anzi la deride. "Vaticina come una Cassandra, esitando fra il campo di concentramento e il suicidio", scrive al riguardo in una lettera del 1940. A questo punto Bianca decide di rompere i ponti con lei e al tempo stesso di bruciare tutte le lettere di Sartre, almeno quelle che non ha imprudentemente affidato al Castoro. Gesto simbolico per consacrare la fine del "nauseabondo terzetto". Ciò nonostante, dopo la Liberazione, riprenderà contatto col Castoro. I loro rapporti sono in apparenza più sereni, ma inquinati dal rifiuto di evocare i malintesi del passato. Tuttavia, poco prima di morire, Simone spezzerà il silenzio per rivolgere all' amica un' ultima domanda: "Che ne pensi di tutta la nostra storia?". Dopo un attimo di esitazione questa le risponde: "Mi avete fatto molto male. Per causa vostra il mio equilibrio mentale rischiò di essere distrutto, la mia vita avvelenata. Ma senza di voi non sarei diventata quella che sono: mi avete iniziato alla filosofia, aperto più vasti orizzonti. Perciò bene e male si equivalgono". Ma quattro anni dopo la morte di Simone, avendo letto nel suo Diario di guerra e nelle sue Lettere a Sartre pubblicati postumi certe riflessioni ingiuriose al suo riguardo, si è ricreduta e ha deciso di replicare. "In definitiva Sartre e Simone de Beauvoir mi hanno fatto soltanto del male", è la conclusione amara e implacabile di questo libro di vendetta. - di ELENA GUICCIARDI