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sabato 5 febbraio 2011

La sinistra sul palco a Milano con Libertà e Giustizia, Saviano, Eco e Lerner per dire «dimettiti» a Berlusconi


Nella foto, intellettuali di sinistra anelanti di comunicare alti messaggi politico-intellettuali ai media stranieri.

La manifestazione al Palasharp in diretta dalle 15 su Corriere.tv
La sinistra sul palco a Milanoper dire «dimettiti» a Berlusconi
All'idea di Libertà & Giustizia aderiscono Pd, Idv e Sel, e anche Saviano, Eco, Lerner, Scalfaro, Camusso
MILANO - «Dimettiti. Per un'Italia libera e giusta». È la linea guida della manifestazione di sabato pomeriggio a Milano (che Corriere.tv trasmetterà in diretta) del movimento Libertà & Giustizia, presieduta da Sandra Bonsanti, ex deputata dei Progressisti ed ex direttrice del quotidiano livornese Il Tirreno. Il «dimettiti» è l'invito rivolto a Silvio Berlusconi. Alla manifestazione - a cui ha aderito anche il Partito democratico - sono previsti interventi di Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Paul Ginsborg e Umberto Eco. E inoltre Moni Ovadia, Salvatore Veca, Nando dalla Chiesa, Concita De Gregorio, Gad Lerner, Susanna Camusso, Daria Bonfietti, Maurizio Landini, Oscar Luigi Scalfaro, Maurizio Pollini, Irene Grandi, Milva, Dario Franceschini. I cancelli del Palasharp si apriranno alle 13,30 - fa sapere l'associazione in una nota - Dalle 15 alle 18 la società civile si mobilita su due temi fondamentali: le dimissioni di Berlusconi e la solidarietà alla magistratura italiana e alla procura milanese in particolare.
Il popolo del Palasharp
IDV - Alla manifestazione di sarà anche l'Italia dei valori. «L'Idv sarà con i suoi militanti e parlamentari al Palasharp di Milano, saremo presenti senza simboli e bandiere di partito per ribadire la richiesta di dimissioni a Berlusconi», afferma in una nota Antonio Di Pietro. «Grideremo la nostra indignazione e continueremo a batterci in tutte le piazze e in tutte le sedi per liberare il nostro Paese da questo governo che lavora per se stesso e non nell'interesse generale».
VENDOLA - «C'è bisogno di un sussulto perché questa povera nazione oggi è tramortita, è un Paese in ginocchio dal punto di vista sociale», dice il governatore della Puglia e leaer di Sinistra ecologia libertà, Nichi Vendola, nel messaggio inviato alla manifestazione. «Un sussulto perché questa povera nazione ha un governo che assomiglia sempre più ad altri governi del Mediterraneo, con un premier che esprime sempre più apertamente il proprio disprezzo verso il potere giudiziario e il potere legislativo. Sono convinto che ciò che condannerà Berlusconi non sarà la triste e squallida vicenda di Ruby e delle altre ragazze ai festini, chi lo condannerà saranno i coetanei di Ruby, quei ragazzi e ragazze che oggi non hanno un futuro».
SAVIANO - Bisogna «ribellarsi al ritratto di un Paese piegato e corrotto, accomunato da una specie di complicità collettiva» e di tornare ad affermare «il diritto di sognare un'Italia più pulita», sono alcuni passaggi dell'intervento che terrà Roberto Saviano.
Redazione online Corriere della Sera


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Ma questi ultralegalitari dall'appello facile (vedi il documento rivoluzionario-radical chic contro Calabresi, firmato ad es. dall'Eco) sanno che tra i fondatori di Libertà e Giustizia c'è De Benedetti? O lo sanno, ma come al solito "ci sono animali più uguali degli altri?".


Da Wiki:

Nel 1993, in piena bufera Tangentopoli, Carlo De Benedetti venne arrestato. Presentò al pool di Mani Pulite un memoriale in cui ammetteva il pagamento di 10 miliardi di lire in tangenti ai Partiti di governo e funzionale all'ottenimento di una commessa dalle Poste Italiane, consistente in telescriventi e computer obsoleti. Nel maggio dello stesso anno, viene iscritto all'albo degli indagati; De Benedetti non andrà mai a processo per questa tangente per sopraggiunta prescrizione.[1][2][3]


(approposito, che originaloni, a ricicciare i GL dell'azionismo torinese, più fanaticamente intolleranti -ma molto più intellò- che gli stalinisti...)

domenica 30 gennaio 2011

Sciarpe bianche e carte d'identità Sciarpe bianche e carte d'identità - Donne in piazza contro il premier



Nota di Minitrue alla foto sopra: viste le due manifestanti sopra, forse è meglio l'"Italia della prostituzione".

Sciarpe bianche e carte d'identità

Donne in piazza Scala contro il premier
Urla rivolte a Berlusconi: «Dimissioni, dimissioni» Messaggi di stima alla Boccassini: «Resisti»
(Corriere della sera)


MILANO - Sono arrivate in piazza della Scala con una sciarpa bianca, simbolo del lutto per la situazione del nostro Paese: migliaia di persone, soprattutto donne ma anche uomini, hanno partecipato alla manifestazione di protesta organizzata a Milano per difendere la dignità delle donne e chiedere le dimissioni del premier Silvio Berlusconi. Alla protesta - prima di una serie, hanno promesso i partecipanti - hanno aderito i partiti del centrosinistra, la Cgil e numerose associazioni (femminili e non, come Usciamo dal silenzio e Arcigay). «Un'altra storia italiana è possibile. Insieme, donne e uomini», il titolo dell'evento cui, secondo gli organizzatori, hanno partecipato oltre diecimila persone, che hanno riempito la piazza non solo di sciarpe bianche ma anche di cartelli e palloncini. Messaggi di stima alla Boccassini e contro Berlusconi: «Ilda sei grande, questa piazza ti chiede di resistere», «Non voglio passare dalle stanze di Arcore per fare politica». Appese al cappotto, poi, molte donne indossavano appesa una fotocopia ingrandita della loro carta d'identità, «per dire chi siamo, cassaintegrate, commesse, ricercatrici precarie, artiste, studentesse, registe, operaie e giornaliste, per dire la forza che rappresentiamo, a dispetto di tutto».
SUL PALCO - A prendere per prima la parola, la direttrice dell'Unità, Concita De Gregorio, che tra le risate, ha esordito dichiarandosi «la nipote di Indira Ghandi». «Dobbiamo dire alle ragazze - ha osservato - che prostituirsi non è l'unico modo per campare». Più volte, i discorsi e i messaggi dal palco sono stati interrotti dalle grida dei manifestanti rivolte al premier: «Dimissioni, dimissioni!». Lucrezia Lante della Rovere ha letto un appello scritto dalla stessa De Gregorio e alcuni attori hanno recitato una serie di messaggi, da quello del candidato del centrosinistra a Milano Giuliano Pisapia, presente in piazza, a quelli dello scrittore Luis Sepúlveda, della segretaria Cgil Susanna Camusso e di Nichi Vendola per cui «la manifestazione è un tassello importante per la costruzione di una Italia migliore». Il più applaudito è stato però quello di Rosy Bindi. «Mi unisco a voi - ha scritto la presidente del Pd -. Non siamo donne a sua disposizione». Franca Rame, accompagnata dal marito Dario Fo, è stata acclamata su una panchina trasformata per l' occasione in palco. «Mi dispiace per questo clima malevolo verso Berlusconi - ha detto fra le risate l'attrice -. Silvio eleva la dignità delle donne. Diciamo che ama le donne. Soprattutto a seno scoperto e senza slip. Oggi - ha aggiunto alla fine - è stato un bellissimo segnale. Speriamo si ricominci a fare politica».

domenica 9 gennaio 2011

Mario Adinolfi (PD) denuncia: "Io aggredito al grido di ciccione". E come lo dovevano chiamare sennò?!?


Mario Adinolfi (PD) denuncia: "Io aggredito al grido di ciccione". E come lo dovevano chiamare sennò?!?

Comunque l'Adinolfi, specializzato nel polemizzare, interrompere, sovrastare etc i propri interlocutori in TV per poi strapparsi le vesti quale indignata fanciullona quando gli si ribatte a tono, tempo fa commentò così il geniale commento di un lettore del suo blog (e anche il post iniziale di Adinolfi era altrettanto geniale, in effetti):



post: Sui fatti di Acca Larentia
Ministri, il sindaco di Roma, assessori, tutti con un passato missino, hanno sentito il bisogno oggi di sottolineare con enfasi l'appartenenza alla memoria dei tristi fatti di Acca Larentia, accadimento centrale dell'immaginario e del martirologio neofascista. Credo che questa enfasi sia fuori luogo ed indicativa


Quote "# 16 commento di mario - lasciato il 7/1/2009 alle 15:51
io resto dell'avviso che se nella primavera dal 45 il comandante bulow ed i suoi colleghi ne avessero ammazzati di più, forse non saremmo a questo punto adesso.

# 17 commento di marioadinolfi - lasciato il 7/1/2009 alle 15:52
ce mancavi solo te a mettere la benzina su 'sto fuoco
... "


Allora, Adinolfino bello, se sei contro la violenza avresti dovuto stigmatizzare duramente l'affermazione inneggiante al massacro dell'altro "utile idiota" con il tuo stesso nome... e invece...

Quindi buon Lasonil, Mariuccio.


mercoledì 2 giugno 2010

La banalità dell'idiozia: Aerei blu, di Massimo Gramellini



IL CONGEDO DI BUONGIORNO ESTATE: tutti i messaggi ricevuti

2/6/2010
Aerei blu


Nel giorno della parata militare lungo i Fori, oso sperare che nessuno sottovaluterà l’importanza dell’acquisto di centotrentuno cacciabombardieri F-35, centoventuno caccia Eurofighter e cento elicotteri NH90 da parte delle nostre Forze Armate. Con una certa malizia i Verdi fanno notare che lo scontrino complessivo di una spesa degna del set di «Apocalypse now» ammonta a 29 miliardi di euro, 5 in più della manovra (a proposito di apocalissi).Ma tutti sappiamo che, oggi come oggi, senza un cacciabombardiere non si va da nessuna parte. Quindi lungi da noi l’idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale. Però, forse, almeno un accenno a questa eventualità poteva essere fatto da chi ci governa. Anche solo come gesto di trasparenza e di cortesia: cari italiani, vi chiediamo di stringere la cinghia, però sappiate che i vostri sacrifici non saranno vani, perché dei cacciabombardieri così belli non li ha nessuno. Per non parlare degli elicotteri.L’emozione sarebbe stata talmente forte che i dipendenti dello Stato avrebbero donato, se non l’oro (di cui al momento sono sprovvisti), i loro straordinari alla Patria, pur di consentirle di sfrecciare invitta e gloriosa nei cieli. E i poliziotti avrebbero sbandierato con orgoglio la mancanza di soldi per il carburante delle auto di servizio, con la tranquilla consapevolezza di chi sa che per combattere la mafia, stroncare la corruzione e proteggere i cittadini, nulla è più efficace di uno stormo di cacciabombardieri.
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"Quindi lungi da noi l'idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale". Qualcuno dice a questo giornalaio con il culo al caldo che MAGARI l'emergenza occupazione riguarda decine di migliaia di giovani precari o in cerca di prima occupazione o lavoratori dipendenti del privato e non certo gli impiegati pubblici o qualche centinaio di professionisti strapagati degli enti culturali... aspettate... "CULTURALI"?...
AHAHAHHAHHAHAHHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHA

martedì 15 dicembre 2009

Bersani si accoda: è Berlusconi l'aggressore!



Bersani ieri, dopo la visita al premier in ospedale, cercando di mettere una pezza alle dichiarazioni della vergine (e ce credo!) Bindi e dello zappatore di Montenero di Bisaccia:

"Il PD è contro la violenza senza se e senza ma" - pausa pregna (fregna?) di intensa riflessione - significativo sguardo- "Dopodichè..." e giù una sbrodolata per i suoi elettori democraticamente ghigliottinari: "Dopodichè bisogna ragionare sul clima che ha condotto blablabla"...

Eh, la differenza dialettica equosolidale del "se" e "ma" contro il "dopodichè"... magari la prossima usiamo il "però"?

Caro Bersani, altri, non rispettosi come noi dell'altrui pensiero, per quanto patetico e trinariciuto, le direbbero: ma vaffanculo, miserabile.

lunedì 14 dicembre 2009

Rosy Bindi e Di Pietro non ci stanno: l'aggressore è Berlusconi!!!


Dura Rosy Bindi, in un'intervista a La Stampa, pur condannando «il gesto folle», invita il premier a «non fare la vittima», apostrofando il premier come «uno degli artefici del clima violento» nel Paese. da il Corriere.

Capiamo che lo zappatore di Montenero di Bisaccia non potesse che incolpare Berlusconi di fomentare "il clima di violenza" del quale è stato vittima (peraltro Di Pietro un paio di giorni prima aveva soffiato sul fuoco della violenza di piazza; tanto che je frega, mica ci andava suo figlio, in piazza, tra rossi e neri... il figlioletto ex carabiniere, in odore di cattive frequentazioni, mezzo dimesso ma sempre attaccato alla sua poltroncina di politichetto di campagna...), ma la Bindi... se fosse successo al suo Prodi, sarebbe piombata lei stessa quale novella erinni dal reprobo aggressore a fare quella giustizia sommaria che i suoi amichetti rossogiellinocazzocomunisti conoscono bene.

Altri, non rispettosi come noi delle istituzioni, direbbero solo: Bindi, povera sfigata, ma va a cagare.


Ci perdonino le Eumenidi per averne accostato il nome alla poverella cazzocomunista di cui sopra.

domenica 13 dicembre 2009

I deliri di un giudice: Occorsio, piazza Fontana, BR nelle Imposimato's Folies



Dal Secolo XIX di oggi 13 dicembre, intervista al giudice Ferdinando Imposimato su piazza Fontana:

[...]

Imposimato: "Il giudice Occorsio, seguendo la "pista rossa", commise degli errori. [...] Poi iniziò a lavorare insieme a me. E si accorse che la "pista rossa" era sbagliata. Che piazza Fontana era strage di Stato. Una strage in cui c'entravano i servizi segreti. Occorsio imboccò la pista giusta. Stava per accertare la verità, si era imbattuto nei poteri massonici, nella Loggia P2. Ma venne ammazzato. Per questo, per la sua inchiesta su Piazza Fontana".

[...]

Intervistatore: "Lei attribuisce a questi eventi la nascita del terrorismo brigatista"

Imposimato: "Quando cominciai a parlare con i brigatisti, in particolare con Alfredo Bonavita, mi disse che la "pista rossa" per piazza Fontana era stato uno degli elementi della decisione di passare alla clandestinità, di fare la lotta armata allo Stato. Con questo non li voglio giustificare. Però presi atto di questo: erano stati accusati di una strage che non avevano commesso, loro, i "rossi". Ma solo dal 75-76 è iniziato l'"attacco al cuore dello Stato", i primi anni delle BR non furono sanguinari"


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Abbiamo letto con stupore (per tali farneticazioni l'indignazione è di troppo) l'intervista al giudice Imposimato, dove lo stesso resuscita per l'ennesima volta la corbelleria delle BR che decidono la lotta armata solo dopo piazza Fontana: in realtà, come facilmente reperibile perfino su internet, un mese prima...

Novembre: convegno del CPM a Chiavari, presso la pensione Stella Maris. Nell’occasione viene redatto il celebre “libretto giallo” dal titolo Lotta sociale e organizzazione nelle metropoli ( per alcuni, vedi Giorgio Galli, un vero e proprio manifesto costitutivo della lotta armata) in cui si può leggere: Ogni alternativa proletaria al potere è, fin dall’inizio, politico-miliare. La lotta armata è a via principale della lotta di classe. La città è il cuore del sistema, il centro organizzativo dello sfruttamento economico-politico. Deve diventare per l’avversario un terreno infido: ogni gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato. La lunga marcia rivoluzionaria nella metropoli deve cominciare qui e oggi.


Tema centrale del convegno è la discussione sulla violenza politica e sull’ipotesi della lotta armata. Su questo terreno si confrontano le due anime del Collettivo: quella maggioritaria (che, nonostante l’incalzare degli avvenimenti, predica la gradualità dell’azione politica e dell’eventuale iniziativa armata) e quella minoritaria, convinta che la “lotta armata subito” sia una ipotesi già del tutto percorribile.



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Appare evidente come la parte "minoritaria" non sarebbe stata con le mani in mano, a prescindere dalla strage milanese.

Ancora più demenziale è legare l'assassinio di Occorsio alle indagini di piazza Fontana, mentre è trasparente (uno dei pochi casi nella contorta storia dei nostri anni di piombo) che Concutelli (il terrorista "nero" che uccise il giudice) "giustiziò" Occorsio per il suo ruolo nella messa al bando del Movimento Politico Ordine Nuovo... con lo stesso metro di Imposimato, dovremmo desumere che le seguenti azioni "militari" del MPON fossero "non giustificate", certo... ma quasi... dalle misure repressive contro il MPON (v. Ardica - Concutelli, Io, l'uomo nero, Marsilio 2008).

Ridicola, se non criminale, l'affermazione che solo dal 1975-1976 le BR attaccano il cuore dello stato e che "i primi anni non furono sanguinari": qualcuno dovrebbe ricordare a Imposimato che nel 1971 viene ucciso dall BR il portavalori Floris, nel 1972 Calabresi (!!!), nel 73 c'è Primavalle e la strage della questura di Milano...

Trovo inoltre che le affermazioni buttate lì da Imposimato , en passant, su servizi deviati, stragi di Stato, etc siano un insulto alle decine di vittime delle BR, dimenticate da stampa e istituzioni, solo perchè ebbero il cattivo gusto di farsi uccidere singolarmente e non in ecclatanti stragi, meglio strumentalizzabili con megamanifestazioni, e poi da "compagni che sbagliano".

venerdì 27 novembre 2009

"Quel che è di Cesare" non è certo di Fini, Bersani e la Rosy Bindi...



BERSANI E FINI: CONVERGENZA SU LAICITA' E NUOVA IDEA DI POLITICA (RPT)


(ASCA) - Roma, 26 nov - La laicita' puo' essere un terreno di incontro e non di contrapposizione politica come e' avvenuto in epoche recenti e lontane in Italia. E' la conclusione della presentazione del libro di Rosy Bindi ''Quel che e' di Cesare'', edito da Laterza, a cui hanno partecipato il presidente della Camera Gianfranco Fini, il segretario del Pd Pierluigi Bersani e Gianfranco Brunelli, direttore della rivista cattolica ''Il Regno'', moderati dal giornalista Giulio Anselmi.



Ormai qua non è questione di politca personale o meno, è proprio da caduta di braccia... era necessario che il Presidente della Camera si scomodasse per presentare un libro che -scusate- non mi pare sia un'opera imprescindibile, ma solo un banale pamphlet cazzocomunista?

La cosa divertente è che i bambini extracomunitari dello "stronzo", guardavano Fini con quella santa commiserazione che hanno i bambini quando un adulto tenta goffamente di "giocare" come loro, mentre Bersani in questa occasione lo guardava come un bottegaio disonesto che vede entrare un ben pasciuto pollo da spennare nel suo negozio... in entrambi i casi, bravissimo

domenica 1 novembre 2009

Diana Blefari Melazzi suicida in carcere, Luigi Manconi si indigna... chissà se si è indignato un pochetto anche per le vittime dei terroristucci...



La Blefari Melazzi era pronta a collaborare
Giallo sul suicidio in carcere della brigatista e sulle misure di sicurezza. I suoi legali: una morte annunciata


ROMA - Diana Blefari Melazzi era pronta a collaborare con la giustizia. E' quanto emerge da alcune indiscrezioni secondo cui la brigatista, che sabato sera si è tolta la vita nel carcere romano di Rebibbia, aveva avuto il giorno stesso un colloquio con gli investigatori. Colloquio che non sarebbe l'unico di questi ultimi tempi. Alla Blefari Melazzi nei giorni scorsi era stata confermata definitivamente la condanna all'ergastolo per aver preso parte all'omicidio del giuslavorista Marco Biagi.
«SUICIDIO ANNUNCIATO» - Era in una cella singola, Diana Blefari Melazzi, e si è uccisa impiccandosi con delle lenzuola annodate. «Una morte annunciata», ha detto subito il presidente dell'associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che si batte per i diritti nelle carceri. «Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male?». Perchè da tempo Blefari «schizofrenica e inabile psichicamente», passava le sue giornate, come ricorda il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, «in completo isolamento, in una cella singola, per la maggior parte del tempo a letto e al buio rifiutando spesso cibo e medicine», senza rapporti con altre detenute e operatrici volontarie.


Dal Corriere.

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Stasera, al TG Rai, ci siamo beccati l'egregio Luigi Manconi, dell'Associazione "A buon diritto", che con la faziosità radicalchic che ci si poteva aspettare dal detentore di tanto CV...

Laureato in Scienze politiche, si è dedicato all'insegnamento universitario, prima presso l'Università di Palermo e, successivamente, nella Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove è docente di Sociologia dei fenomeni politici.
Tra il 1969 e il 1975 ha militato in
Lotta Continua.
Negli
anni Settanta, con lo pseudonimo Simone Dessì, collaborava a diverse riviste culturali e musicali. Con Giaime Pintor, Marco Lombardo Radice, Gianni Borgna e Gino Castaldo è autore di numerosi volumi sulla musica popolare e sulla musica leggera, tutti pubblicati dalla Savelli ("C'era una volta una gatta", "La chitarra e il potere", "Cercando un altro Egitto", "Il futuro dell'automobile, dell'anidride solforosa e di altre cose" tra gli altri).
Nel corso dell'attività di
critico musicale, è rimasto celebre il suo attacco a Fabrizio de André per l'album "Storia di un impiegato", nel quale affermava «è un disco tremendo: il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto "politico" a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico: la canzone Il bombarolo è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica».
Negli anni Ottanta ha fondato e diretto, con
Massimo Cacciari e Rossana Rossanda, la rivista "Antigone". È stato direttore di Ombre Rosse (con Goffredo Fofi) e poi editorialista e commentatore delle più importanti testate italiane, come Il Messaggero, il Corriere della Sera, La Stampa e La Repubblica; attualmente collabora a Il Sole 24 Ore e a l'Unità.
...
Negli anni Novanta è stato consulente della trasmissione di Rai 3
Milano, Italia, ideata e condotta da Gad Lerner.
Nel 1994, da indipendente, viene eletto senatore nelle liste dei
Verdi,

...

È iscritto ad Amnesty International e alla International Antiprohibitionist League. Con Laura Balbo ha promosso l'associazione “Italia-razzismo”. È presidente di "A buon diritto. Associazione per le libertà".
Dal novembre del 1996 al giugno del 1999 è stato portavoce nazionale dei Verdi.
Nel 2005 si è iscritto ai
Democratici di Sinistra, per i quali è stato responsabile del dipartimento nazionale Diritti Civili e sottosegretario di Stato alla Giustizia, nel secondo governo Prodi, dal 2006 al 2008.
...



Dal 2008 dirige il sito innocentievasioni.net dedicato ai luoghi e alle procedure di privazione della libertà, e italiarazzismo.it, dedicato al rapporto tra immigrazione straniera e società italiana.


... chiedeva retoricamente, sincerodemocraticamente ed equosolidalmente: "Come mai la Blefari non era in una struttura psichiatrica protetta????"


Domandona veramente, direi un altro "mistero italiano" delle FODRA, un afflato di verità progressista destinato, per i trinariciuti, per gli utili idioti nostrani (parole di Lenin, non mie, eh) a rimanere senza risposta...

Per le persone di buona volontà, per gli uomini della strada come il sottoscritto, la risposta invece è molto semplice.

Domanda: La Blefari, perchè era in galera e non a farsi due passi nel giardino di una clinica, o in Trastevere, magari con la Baraldini a tenerle compagnia?

Risposta: Ma forse perchè era una terrorista, complice di altri terroristi che hanno ucciso spietatemente un uomo, colpevole solo di non pensarla come loro?

Difficile eh, Manconi, arrivarci da solo...

lunedì 12 ottobre 2009

Non sono una donna a sua disposizione: sti cazzi! Rosy Bindi, Berlusconi, Lei è più bella che intelligente, usw.





Dopo l'attacco di Berlusconi: «Lei è più bella che intelligente»
Bindi fa scuola, va a ruba la maglietta: "Non sono una donna a sua disposizione"
Distribuita dall'associazione «Le democratiche» alla convention del Pd: una è stata donata alla stessa Bindi
«Non sono una donna a sua disposizione»: la frase pronunciata giovedì da Rosy Bindi per replicare al
premier Silvio Berlusconi, che l'aveva appena apostrofata come «più bella che intelligente», campeggia sulle magliette che indossano le donne alla convention nazionale del Partito Democratico.
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La reazione normale alla frase della cazzocomunista in questione sarebbe la seguente:



Bindi: "Non sono una donna a sua disposizione"


Berlusconi: "Sti cazzi!" con eventuale corollario "E cchi tte vvole, cozza!"

Invece, politicamente, ci interessa la solidarietà espressa alla Bindi dalla Melandri, quella che danzava scatenata un ballo democratico, antirazzista e equosolidale nella villa di Briatore a Malindi (prima negando - dicendo che in Africa sì ci andava, ma per progetti equosolidali, appunto - e poi costretta dalle foto a smentire se stessa) e che da Ministro alla cultura preferiva andare ai banchetti che non agli eventi culturali istituzionali. Praticamente una Berluscona.



Ri-approposito, grande serietà, quasi come quella berlusconiana, fare politica con le magliette...


e sulle "Donne democratiche" - solo leggere "donne democratiche" mi fa sbellicare dalle risate per il suo suono di tronfio autoconvincimento di squisita superiorità morale di queste poverelle - sarà sufficente citare il grande Gaber:


Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione. . .

mercoledì 23 settembre 2009

Giustizia cazzocomunista secondo Albertina Soliani:"Verrà un giorno in cui il popolo italiano farà finalmente piazza pulita di tutto questo ciarpame"



Cari lettori, sarà che la redazione di Libero a Milano è a un tiro di schioppo da piazzale Loreto e l’evocazione delle masse risveglia certi fantasmi, ma lette queste parole abbiamo pensato che non c’era più niente da ridere: «Verrà un giorno in cui il popolo italiano farà finalmente piazza pulita di tutto questo ciarpame». La frase è di Albertina Soliani, senatrice del Pd, che dietro un nome mite cela una clava, usata alla cieca contro il nostro giornale, reo (...) (...) di aver pubblicato un fotomontaggio satirico di Striscia la notizia (sì, lo so, fa ridere) sul leader in pectore dell’opposizione italiana, Ezio Mauro. Con sprezzo del ridicolo la sinistra parruccona è scesa dalla terrazza, ha mollato le tartine e lo champagne e s’è indignata parlando di «strategia lesiva della libertà di stampa» (Luigi Zanda) e «meschino attacco personale» (Vincenzo Vita e Fabrizio Morri, in versione coppia di fatto). Non si è mai fatta sfiorare la mente dal fatto che quella pubblicata dal nostro quotidiano fosse un’immagine satirica, non ha mai nutrito il minimo dubbio che quella libertà di espressione con cui si riempie la bocca in questi giorni non vale solo per il suo giornale-partito di riferimento, Repubblica, ma anche per gli altri. Nessun dubbio. D’altronde, la nostra storia patria ci insegna che i randellatori hanno sempre avuto granitiche certezze e il Partito democratico, almeno in questo, è lo sgangherato erede della tradizione socialista e rivoluzionaria del giovane Benito Mussolini. (da Libero di oggi)



Albertina Soliani (Boretto, 10 dicembre 1944) è una politica italiana.
Laureata in
Pedagogia presso l'Università Cattolica di Milano, è stata insegnante nelle scuole elementari e medie e direttrice didattica a Parma.
Formata nell'
Azione Cattolica, è stata iscritta alla Democrazia Cristiana e quindi segretaria provinciale del Partito Popolare Italiano. Responsabile nazionale del settore scuola dei Democratici, dei quali è stata tra i fondatori. Coordinatrice regionale per l'Emilia-Romagna dei Democratici. (da Wiki)

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La faccettina da clone di Rosy Bindi già non lasciava dubbi, ma la sua carrieretta politica è una conferma: ci troviamo davanti alla ennesima cazzocomunistaprogressista, pregna sino alla punta dei suoi candidi boccoli di pietas per gli umili e per gli ultimi, ma solo se votanti PD; per i nazifassssisti (ossia per chiunque non abbia votato Prodi e/o Veltroni e/o Franceschini), la tenera, dolce e compassionevole vecchiettina accanto alla dentiera, al Capitale e al Vangelo secondo Don Gallo tiene corda e sapone... "Verrà un giorno in cui il popolo italiano farà finalmente piazza pulita di tutto questo ciarpame"... in una nuova, equa e solidale Piazzale Loreto, immaginiamo. Un grande esempio di democrazia da parte della Società Civile, veramente.

venerdì 21 agosto 2009

La Pravda (cattolica) informa: Migranti morti, la Chiesa accusa:"Occhi chiusi come con la Shoah"




L'articolo dell'Avvenire gronda talmente di farisaico pietismo interessato e malafede che è imperativo più che mai essere pagani, atei, mistici, musulmani, buddisti, animisti, Wicca, etc etc ma NON cattolici romani, variante cattocomunista o meno. Non ne avevamo bisogno, ma questo conferma che la Chiesa preferisce governanti cazzocomunisti un pò parodia Brigate Rosse un pò che vanno a trans (ma di nascosto, vedi il chierichetto Sircana) al centrodestra (pagliaccesco anch'esso, peraltro...).

Migranti morti, la Chiesa accusa:"Occhi chiusi come con la Shoah"
Editoriale del giornale dei vescovi: "Nessuna politica di controllo consente di lasciare una barca alla deriva"Monsignor Bruno Schettino: "Grave offesa all'umanità e al senso cristiano della vita"

ROMA - "L'Occidente a occhi chiusi" non ha voluto vedere il barcone degli eritrei dispersi in mare, come durante il nazismo nessuno vedeva i convogli piombati pieni di ebrei. Duro il commento del gionale dei vescovi sull'ennesima strage dei migranti. E durissime le parole di monsignor Bruno Schettino, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e arcivescovo di Capua: "Una grave offesa all'umanità e al senso cristiano della vita". L'Avvenire. In un editoriale pubblicato in prima pagina, Marina Corradi sostiene che c'è "almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo dell'immigrazione consente a una comunicatà internazionale di lasciare una barca carica di naufragi al suo destino. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a terra, opereranno altre leggi: diritto d'asilo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano". Invece quel barcone vuoto dice del farsi avanti della "nuova legge del non vedere": "Come in un'abitudine, in un'assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei soto il nazismo - scrive Corradi - ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalistarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L'Occidente a occhi chiusi". "Così è stata violata una legge antica - conclude - "che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L'idea di cos'è un uomo, e di quanto infinitamente vale". La Cei. La morte di oltre 70 immigrati che cercavano di raggiungere la Sicilia rappresenta una "grave offesa all'umanità e al senso cristiano della vita". E' quanto ha detto amonsignor Bruno Schettino, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e arcivescovo di Capua. Si percepisce, ha detto monsignor Schettino "un senso di povertà dell'umanità, non c'è attenzione verso l'altro, verso gente che è in fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla povertà in cerca di serenità e di pace".

"E' una morte assurda - ha aggiunto - donne bambini innocenti gettati in mare, è il senso dell'uomo che decade, urge l'impegno dei cristiani di attivarsi concretamente verso coloro che soffrono, il problema è umano prima che politico". Rispetto al problema dell'immigrazione così come esso si presenta oggi nel nostro Paese "come educatori di umanità e di umanesimo - afferma monsignor Schettino - dobbiamo essere propositivi, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, nel senso di una vera accoglienza verso i poveri. Davanti al povero bisogna inchinarsi. Il tema dell'accoglienza riguarda cristiani e non cristiani, l'umano è sempre umano". "Dobbiamo superare le distinzioni di parte - ha aggiunto l'arcivescovo - e affrontare il problema nella sua globalità il primato dell'uomo serve a costruire un'umanità rinnovata. Io per esperienza personale mi prodigo molto in favore degli immigrati, non abbiamo bisogno di declamazioni di principi ma di esperienze concrete forti".




giovedì 20 agosto 2009

Berlusconi, il Papa e Avvenire. Un agguato mediatico: La stampa fabbrica un falso scoop anti Cav


Non che ce ne freghi molto dell'Uomo di Arcore, ma ci culliamo nella orrida figura fatta dall'autorevole quotidiano torinese, indice della serietà del giornalismo radical chic engagè sinistrorso, o, in questo caso, azionista italiano. Complimenti comunque alla valentissima giornalaia autrice dell''errore (errore?). Nell'immagine, la redazione della testata sanziona la reproba.

Un agguato mediatico:
"La Stampa" fabbrica un falso scoop anti Cav

di Guido Mattioni

Una cosa così, non l’avevamo mai vista. Una cosa così, non l’avevamo mai nemmeno ipotizzata. Perché agli occhi, al cuore, ma soprattutto allo stomaco seppur corazzato di chiunque abbia alle spalle qualche decennio di carriera giornalistica, una cosa tanto spudoratamente falsa quanto quella pubblicata ieri alle pagine 10 e 11 del quotidiano La Stampa - e aventi Silvio Berlusconi in veste di scontato bersaglio - risulta quanto mai sgradevole.La «patacca» si trova proprio al centro di quelle pagine. È una fotografia a colori che illustra un riquadrino orizzontale su fondo grigio e titolato in rosso: «Così “Avvenire” sul presidente del Consiglio». A un occhio distratto, niente di che. Tre succinte didascalie per ripercorrere le posizioni assunte dal quotidiano dei vescovi, nella querelle con Berlusconi, rispettivamente il 5 maggio, il 25 luglio e il 12 agosto scorsi. Fin qui tutto normale.Ma è appunto la foto messa lì a illustrare il riquadro, ciò che sconvolge. Vi appare infatti un’ipotetica prima pagina dell’Avvenire sulla quale campeggia un titolo incredibile, per quanto sfacciatamente falso: «Il Papa a sorpresa: “Silvio ora basta”». E c’è anche un occhiello, rubricato “Il fatto”: «Il Pontefice bacchetta il premier anche sulla Finanziaria. “Mi aveva promesso politiche per la difesa della famiglia. Poi ho scoperto che la famiglia era la sua e quella di suo fratello Paolo”».Titolo falso già nei toni, perché mai un pontefice si rivolgerà a un leader politico dalla prima pagina di un giornale. Titolo falso anche nell’etichetta, perché è ancor più difficile che lo faccia dandogli del «tu». Titolo falso come si intuisce dal logo del 40° di vita che compare accanto alla testata dell’Avvenire, giornale che nel 2009 di anni ne ha compiuti invece 42, dimostrando così palesemente le dita sporche di marmellata di chi ha pensato e dato alle stampe una simile bufala.E dire che nel suo insieme, quella doppia pagina della storica e «autorevole» testata torinese di via Marenco, poteva infatti apparire come un capolavoro di ingegneria redazional-tipografica. Ed essere anche giudicata dagli addetti ai lavori un abile castello fatto di titoli, sommari, retroscena e approfondimenti. Il tutto, confezionato pro domo Stampa attorno alla nota vicenda che ha visto il premier rispondere dalle pagine del settimanale Chi alle considerazioni dei vescovi pubblicate sul quotidiano della Cei.Sarebbe stato tutto lecito, ci mancherebbe, come è sempre lecito in democrazia essere schierati (ma chissà perché lo rinfacciano soltanto a noi del Giornale?) e nutrire tanto simpatie quanto speculari antipatie, politiche e no. Ma il fatto... o meglio, ciò che da ieri possiamo chiamare «il fattaccio brutto» di via Marenco, è che proprio al centro di quella doppia pagina, sotto la grande foto di un Cavaliere dall’espressione a dir poco stizzita, il quotidiano diretto dal giovane Mario Calabresi abbia toccato un’inimmaginabile vetta di falsità. Più che vetta, un abisso.Che il titolo sia fasullo, lo ha confermato del resto al Giornale lo stesso Avvenire, per bocca del caporedattore degli Interni, Luciano Moia. «Figuriamoci se si può virgolettare così una frase in prima pagina, attribuendola perdipiù a Benedetto XVI. Il Papa non si occupa certo di queste cose - è sbottato -. Il direttore non è in redazione, ma vi posso assicurare che il clima da noi è di profonda irritazione. Sembra proprio una cosa fatta apposta, e non si capisce perché».


lunedì 3 agosto 2009

Polemica all'Istituto italiano di cultura: Antonio Puri Purini e gli zombie nazzzisti!


LA POLEMICA Il film curato da Piero Melograni sulla visita del Führer era stato approvato dall' Istituto di cultura


Hitler e il Duce nel ' 38. Scoppia un caso Italia a Berlino
La presentazione del documentario bocciata dall' ambasciatore


Quegli otto giorni che cambiarono l' Europa, e rafforzarono definitivamente l' Asse, tornano a innescare, se non le passioni, almeno le polemiche tra Roma e Berlino. Perché una manifestazione indetta nella capitale tedesca per discutere lo storico viaggio in Italia di Adolf Hitler, nel maggio 1938, al culmine della potenza e della popolarità delle due dittature, è diventata un caso diplomatico e culturale. Ma c' è un aspetto inconsueto nella vicenda: lo scontro, benché si svolga sul suolo tedesco, è tutto italiano. L' ambasciatore Antonio Puri Purini contesta il direttore dell' Istituto italiano di cultura a Berlino, Renato Cristin, senza risparmio di argomenti polemici. «Non è la prima volta che l' attuale ambasciatore a Berlino tenta di boicottare le attività dell' Istituto», denuncia Renato Cristin. «Negli altri casi ho tollerato per senso di responsabilità istituzionale, e perché non coinvolgevano direttamente le istituzioni universitarie e la ricerca, ma questa volta devo reagire perché la manifestazione è una tavola rotonda di carattere accademico, organizzata in collaborazione con la Freie Universität di Berlino». «Siamo di fronte a un errore formale, dove LA POLEMICA Il film curato da Piero Melograni sulla visita del Führer era stato approvato dall' Istituto di cultura
Hitler e il Duce nel ' 38. Scoppia un caso Italia a Berlino
La presentazione del documentario bocciata dall' ambasciatore


Quegli otto giorni che cambiarono l' Europa, e rafforzarono definitivamente l' Asse, tornano a innescare, se non le passioni, almeno le polemiche tra Roma e Berlino. Perché una manifestazione indetta nella capitale tedesca per discutere lo storico viaggio in Italia di Adolf Hitler, nel maggio 1938, al culmine della potenza e della popolarità delle due dittature, è diventata un caso diplomatico e culturale. Ma c' è un aspetto inconsueto nella vicenda: lo scontro, benché si svolga sul suolo tedesco, è tutto italiano. L' ambasciatore Antonio Puri Purini contesta il direttore dell' Istituto italiano di cultura a Berlino, Renato Cristin, senza risparmio di argomenti polemici. «Non è la prima volta che l' attuale ambasciatore a Berlino tenta di boicottare le attività dell' Istituto», denuncia Renato Cristin. «Negli altri casi ho tollerato per senso di responsabilità istituzionale, e perché non coinvolgevano direttamente le istituzioni universitarie e la ricerca, ma questa volta devo reagire perché la manifestazione è una tavola rotonda di carattere accademico, organizzata in collaborazione con la Freie Universität di Berlino». «Siamo di fronte a un errore formale, dove però la forma diventa sostanza», replica l' ambasciatore Antonio Puri Purini, «nel senso che qui si rasenta l' apologia del fascismo e del nazismo». Pietra dello scandalo non è la manifestazione in sé, che tra l' altro prevede, oltre a quella di alcuni accademici tedeschi, anche la partecipazione dello storico Piero Melograni e dell' attuale presidente dell' Istituto Luce, il senatore diessino Stefano Passigli. Lo è invece l' invito ufficiale, che comprende la panoramica di una piazza italiana traboccante di folla e una delle tante immagini scattate in quei giorni frenetici, che ritrae Duce e Führer a fianco a fianco, sguardo deciso e passo militare. «Appaiono aitanti, simpatici e sicuri della loro forza davanti a un pubblico esultante», commenta l' ambasciatore Puri Purini, «e questa è l' immagine che viene proposta oggi per una conferenza che ha avviato l' Italia verso l' abisso. Sarebbe come se l' ambasciatore russo, oggi, autorizzasse una rievocazione trionfale del patto Molotov-Ribbentrop». «Su proposta di Piero Melograni ho proposto ai colleghi della Freie Universität questo lavoro, realizzato con l' Istituto Luce, e loro dopo aver valutato con favore il documento e la sua presentazione nell' invito ufficiale, hanno deciso di proiettarlo facendone seguire una tavola rotonda», risponde Cristin. «Tutti d' accordo, dunque, noi e loro. Adesso posso soltanto denunciare il tentativo di sabotare una libera iniziativa accademica tedesca, e chiedere che le istituzioni italiane facciano chiarezza. Si vuole limitare libertà e autonomia della ricerca». Ma la questione dell' invito? «Sfido chiunque a trovarci un' apologia della dittatura», commenta Cristin. «Se si decidesse di correggere l' invito, sostituendolo con un altro, si finirebbe col peggiorare le cose», insiste Puri Purini. Aggiunge: «Escludo che da parte dell' Istituto ci sia stata malizia, tuttavia ora chiedo un rinvio dell' evento a data da destinarsi». E invece no, non se ne parla, fa sapere Cristin: «Io non recedo, è inconcepibile che l' università tedesca si pieghi. Dunque, la manifestazione si terrà il 24 novembre, come previsto». In mezzo ai due fuochi, lo storico Piero Melograni, ideatore del filmato, non prende posizione nel merito della polemica ma rivendica le novità storiche contenute nel suo lavoro: «Tra l' altro dimostra come la polizia fascista abbia approfittato dei fondi stanziati per la visita di Hitler allo scopo di potenziare se stessa e creare i suoi famosi archivi». Come andrà a finire, adesso, è difficile prevederlo: i primi ad assistere sorpresi allo scontro frontale, per il momento, sono i tedeschi. Perché quello storico viaggio in Italia compiuto da Hitler nel maggio del ' 38, dopo l' annessione dell' Austria, ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva. Per le centinaia di tedeschi al seguito del Führer, quella fu l' occasione di una parata gigantesca, anzi di una «calata in Italia» che certificò non solo l' apogeo nazista, ma lo status privilegiato degli invitati. Per il regime fascista, fu l' occasione irripetibile di esibire la propria, apparente, forza organizzativa. Per l' Asse Roma-Berlino, una specie di sigillo finale. L' ultima, effimera estate degli spiriti prima che sul mondo calassero i venti gelidi della guerra e dello sterminio: così oggi la maggior parte dei libri di storia descrive quei giorni. Non per caso, le scene di entusiasmo collettivo della folla romana fanno da contrappunto malinconico e grottesco, in «Una giornata particolare», il celebre film di Ettore Scola, all' amore struggente e impossibile tra Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Crepuscolare lui, splendida lei, entrambi senza speranza. * * * libro & film «Una giornata particolare», ovvero «incontrarsi e dirsi addio nella Roma del ' 38»: è il libro pubblicato dalle edizioni Lindau, e curato da Tullio Kezich, che racconta il film di Scola, affidando a scrittori come Enzo Bettiza la ricostruzione del contesto storico. Molti fotogrammi del film, pubblicati nel libro, sono tratti dai documentari sulla visita di Hitler; gli altri raccontano la storia d' amore fra Sofia Loren e Marcello Mastroianni, omosessuale e vittima del regime
Fertilio Dario
Pagina 31(6 novembre 2006) - Corriere della Sera



Notizia vecchia ma sempre emblematica del bispensiero... l'ambasciatore Puri Purini, nella sua purissima fede progressista-politicamente corretta versione GPU, avrebbe preferito gettare nel buco della memoria le foto in oggetto, e sostituirle con la foto in alto in questo post: volete mettere, invece di banali nazzzzzisti che «Appaiono aitanti, simpatici e sicuri della loro forza davanti a un pubblico esultante»! Si sa che i nazzzisti erano sempre e soltanto invece tetri, impotenti e violenti, insicuri ma arroganti, brutti e cattivi, con volti corrosi dal potere... Sennò che rappresentanti del Male Assoluto erano?

sabato 11 luglio 2009

Gian Antonio Stella, arripigliati!


Bilanci Il successo non cancella stizza e amarezza (nota di Minitrue: stizza e amarezza dei pennivendoli del Guardian, Espresso, Repubblica e Corsera semmai, che ancora oggi parlano di "domande non fatte al premier" dai giornalisti "autocensurati" all'Aquila... e cosa dovevano chiedere, di grazia, magari se il 72enne premier aveva deflorato una 16enne o sodomizzato una tardona battona 40enne? Erano queste le domande giornalisticamente-moralmente coraggiose?)

Il Cavaliere e l’arte di saper vincere

«Ho fatto fare un figurone a tutti gli italiani. Compreso Franceschini. E perfino Di Pietro». E’ un peccato che chiudendo i lavori del G8 Silvio Berlusconi non abbia detto sorridendo una battuta del genere. Il suo successo sarebbe stato completo.

L’uomo era in grado di farlo. Anche se un giorno ammiccò ridendo a un complimento che «il più grande battutista in circolazione è D’Alema» (che ricambiò dicendo che il Cavaliere era «umanamente proprio simpatico») i suoi stessi avversari sanno che a volte, con una battuta, sa spiazzare tutti. Di più: forse nessun altro, nella politica italiana, è in grado di sdrammatizzare anche la situazione più tesa con due parole giuste buttate lì al momento giusto. E’ la sua arte. Mica per altro chi lo ama lo chiama il Grande Comunicatore. Capace anche di spiritose auto-ironie.

Come la volta che, stufo di critiche, disse: «Faccio come zia Marina, che ha 80 anni e siccome nessuno le dice che è bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: Marina, cume te se bela!» Ecco: dopo i giorni dell’Aquila, lui non aveva alcuna necessità di dirsi «cume te se bel!». Commenti favorevoli, salvo eccezioni, su un po’ tutti i giornali italiani e stranieri. Immagini sorridenti in tutti i telegiornali del mondo. Massima attenzione planetaria sulle macerie dell’Abruzzo. Complimenti pressoché unanimi (e meritati) per il modo in cui, con la sponda di «San» Guido Bertolaso e dei suoi giovanotti della Protezione Civile, era riuscito in poche settimane a trasformare una grande caserma della Finanza in una struttura capace di ospitare al meglio un vertice internazionale. Per non parlare del più spettacolare dei «colpi» messi a segno: la sciolta disinvoltura con cui, nel giro di poche ore, si era trasfigurato da grande amico di George W. Bush in prezioso alleato di Barack Obama, generoso con lui di lodi oltre ogni attesa.

Insomma: meglio di così forse non poteva andare. E non c’è italiano che, per come si era messa nelle settimane scorse, non debba oggi sentirsi sollevato. Di più: fiero della prova di orgoglio e professionalità fornita, tutti insieme, all’Aquila. E questo al di là di ogni opinione: come disse anni fa Giuliano Amato denunciando i rischi di esporre il nostro Paese ai ceffoni internazionali in nome della polemica politica intestina anti-berlusconiana, «guai se cominciano a trattarci come un materasso su cui saltare, perché in quel materasso ci siamo anche noi». Tutti.

Per questo è un peccato che il Cavaliere non abbia saputo godersi fino in fondo, senza quelle piccole stizze, il momento di trionfo personale. Diranno i suoi amici: più che comprensibile, dopo tutto quello che gli era stato scaraventato addosso... Può darsi. Come è comprensibile che abbia apprezzato in conferenza stampa certe domande al miele, come quella di Franco Gizzi, per pura coincidenza fratello del capo- ufficio stampa della Regione pidiellina, così entusiasta della scelta aquilana («favolosa intuizione», «ci ha fatto sognare », «grazie per dedicare a noi in agosto le sue preziose ferie...») da essere amabilmente punzecchiato dallo stesso presidente: «E’ sicuro di essere un giornalista?».

Fatto sta che, quando un collega dell’Ansa gli ha chiesto se i risultati del vertice «che lei stesso ha definito eccellenti possano aiutare a rilanciare la politica estera del governo e se a partire da questi risultati si possano gettare le basi per riannodare il dialogo con l’opposizione in politica estera e in politica interna », Berlusconi ha deciso l’affondo. E dopo avere liquidato la sinistra («se cambiamo l’opposizione certamente sì...») e rivendicato una serie di risultati, ha chiuso: «Se questo vi sembra un governo che ha bisogno di un rilancio, è un giudizio che si distacca dalla realtà oggettiva. Vi consiglio di leggere meno giornali».

Ed è stato lì che, rifiutando quel minimo di garbo, generosità e allegria che altri vincitori avrebbero concesso nel momento dell’esultanza agli avversari (veri o presunti), il Cavaliere ha deciso di tenersi il successo aquilano tutto per sé. Peccato. Se oltre a Erasmo da Rotterdam («come diceva lui le decisioni più rappresentative sono spesso frutto di una lungimirante follia») avesse riletto anche Polibio, vi avrebbe trovato una traccia di antica saggezza: «Coloro che sanno vincere sono molto più numerosi di quelli che sanno fare buon uso della loro vittoria».

Gian Antonio Stella

Nota di Minitrue: Stella, pur di non riconoscere la vittoria su tutti i fronti del Berlusca, attinge le vette dell'arrampicata sugli specchi, e, novello Garfield dalle zampette a ventosa, si attacca al fatto che "si, ha vinto, ma che parvenu, che zozzone, non sa vincere..."

A Stella, get a life.


domenica 10 maggio 2009

Rosy Bindi, Berlusconi, pedofilia!



Rosy Bindi: no all'immunità morale del premier. «Sotto accusa - dice la vicepresidente della Camera Rosy Bindi - non ci sono solo le scelte private di un marito, ma la connivenza morale e culturale di un Paese che non si indigna e non reagisce di fronte alla pretesa immunità morale del proprio presidente del Consiglio. E' certamente una vicenda privata, ma le motivazioni della signora Lario non sono solo private e devono fa riflettere. Chi ha un ruolo pubblico e di governo non può pensare di confondere senza alcun pudore sacro e profano con la certezza che tutto sarà archiviato come se niente fosse o magari con un incremento di popolarita».

Napoli (Pdl): la Bindi vuole l'Inquisizione. «La vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, vorrebbe chiamare un tribunale di morale, diciamo pure una Santa Inquisizione, a pronunciarsi sulla vita privata del presidente del Consiglio e della signora Veronica Lario - afferma Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl - Bindi arriva ad accusare tutti gli italiani di "connivenza morale e culturale" per la loro mancata indignazione nei confronti del premier. Si tratta di una bestemmia, e di una grave bestemmia per una cattolica praticante come Rosy Bindi.
Gli italiani non sono, come lei, accecati dall'odio per l'uomo Silvio Berlusconi. Sono in gran parte cattolici, magari "non adulti" come Bindi, ma laicamente rispettosi della vita privata di ciascuno e di tutti, quindi anche del presidente del Consiglio. Soprattutto sono elettori in grado di giudicare i comportamenti non solo pubblici di ogni esponente politico, uomo o donna. Sapranno, quindi, giudicare la proposta di ripristinare la Santa Inquisizione tanto cara a Bindi».


Rosy Bindi, anche in questa circostanza, non smette di confermare l'adagio che la vuole "più bella che intelligente"... tirare fuori, con sdegno massimo, roboante indignazione, e flautulente protervia, nientepocodimenochè la pedofilia per la vicenda da rotocalco Berlusca/Lario la dice lunga...

Aggiungeremo solo che questi alti afflati morali cattolici o laici o cazzocomunisti, non sembra abbiano pervaso la Bindi quando, la scorsa legislatura, i suoi "compagni di coalizione" erano un assortimento di trans, pseudoguerriglieri no global, ex (mica tanto) terroristi dei bei e inimitabili anni di piombo (e come lei potesse "porgere l'altra guancia", quando le BR uccisero Bachelet, del quale la Bindi era assistente ci lascia sgomenti), capitanati dallo svenditore dell'IRI, il cui portavoce era il notorio chierichetto Sircana, beccato mentre andava a trans equi e solidali.

Mala tempora currunt.