“Non mi dimenticherò mai quel giovane carrista SS che imburrava calmo la sua fetta di pane con il piatto della lama del suo pugnale, non degnandoci di uno sguardo. Attorno a lui stagnava un odore di guerra. Di tela sudata, di cuoio, d’olio e di grasso tiepido. E se ci avesse offerto dei pugnali, delle uniformi della nostra taglia, e se ci avesse fatto sedere ai comandi di quell’enorme giocatolo, cosa avremmo fatto dei nostri quaderni e libri di scuola? Un allegro falò, probabilmente. Ma era tedesco, come è francese, venti anni dopo, quel paracadutista che non presta alcuna attenzione ai bambini di questo villaggio della Cabilia. Una ragazza si è fermata per guardare l’SS con la Testa di morto. Lui ha alzato gli occhi, lei ha abbassato i suoi, ed è ripartita tutta impettita e fiera. Lui ha sorriso, seguendola con lo sguardo. Forse la ragazza avrà osato pensare che è proprio un peccato, ed è ben strano, che il male fosse così bello?”
Jean Cau, Le meurtre d’un enfant, 1965.
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