“Di tutte le scene d’orrore della guerra che si siano mai mostrate al mondo, l’ospedale di Sebastopoli offrì quella più straziante e rivoltante. Entrando da una di quelle porte, fui testimone di una visione che pochi uomini, grazie a Dio, hanno mai osservato: … i cadaveri decomposti e putrescenti dei soldati, lasciati a morire nella loro estrema agonia, senza cure, senza assistenza, ammucchiati il più stretto possibile… saturi del sangue che colava e stillava sul pavimento, filtrando tra il pus. Molti giacevano, ancora in vita, con le ferite infestate di vermi. Molti, resi quasi folli da ciò che avevano attorno, o cercando rifugio da esso, erano riusciti nonostante le sofferenze a rifugiarsi sotto ai letti, e da lì spiavano noi agghiacciati spettatori. Molti, con le braccia e gambe spezzate e fratturate, le ossa rotte fuoriuscenti dalla viva carne, imploravano aiuto, acqua, cibo, o pietà, o, non potendo parlare a causa dell’avvicinarsi della morte o da terribili ferite alla testa o al torace, puntavano alle loro ferite letali. […] I corpi di diversi uomini si erano gonfiati sino a livelli incredibili: e i connotati che si erano distesi sino a proporzioni mostruose, con occhi che sporgevano dalle orbite, e lingue nerastre protrudenti dalle bocche, schiacciate dai denti serrati nei rantoli della morte, costringevano a rabbrividire e distogliere lo sguardo”
Da O. Figes, Crimea, 1853-1856.
Da O. Figes, Crimea, 1853-1856.

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