domenica 16 dicembre 2007

Martini Cocktail, shaken, not stirred...



Siamo riusciti a mutare un rito professato da Fitzgerald, Hemingway, Mae West, tra abiti da sera, cristalli scintillanti, tintinnare di bicchieri e battute di spirito, etc etc in una specie di succedaneo del trogolo dei maiali, sgomitanti per riempirsi i piatti di pasta scotta e toast di due giorni prima e assordati dalle grida di subumani cibernetici orgoglio dei manicomi.
Ovvero, dall'aperitivo all'apericena.
Tony Micelotta (barman al Duke's Hotel, St. James, Londra, dove amava prendersi un Pink Gin la Regina Madre): "L'aperitivo si prende per stimolare l'appetito, non per affogarlo in una montagna di pizzette".
Non si può che essere d'accordo.
"Fate sì che un buon aperitivo occasionale diventi una forma di cultura, uno stile di vita, mai largo consumo malefico, mai un vizio".
Su questo dissentiamo, visto che nutriamo una certa simpatia per i "three bottles men", i dandy primi novecento che si bevevano tre bottiglie di superalcolici al giorno, ritenendoli infinitamente superiori alle varie Amanda Cristiana Knox e Raffaele Andrea Sollecito che affollano i locali presunti trendy delle nostre città, gestiti da ragazzotti squallidi e ignoranti, incapaci di servire un bicchiere di latte, e per i quali IBA probabilmente è la sigla della associazione internazionale Basket.

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