giovedì 8 gennaio 2009

Dino Messina: onestà intellettuale dal Corriere della Sera... con l'eskimo!


La destra lancia il caso Sgorlon
Applausi allo scrittore che se la prende con i critici di sinistra

Scrittore italiano di straordinario successo, avendo vinto due volte il Supercampiello (unico caso nella storia del premio), lo Strega, il Napoli, il Flaiano, il Nonino, l' Isola d' Elba, il Fiuggi, l' Hemingway, il Basilicata, il Vallombrosa, l' Enna, il Rapallo e via dicendo, il friulano Carlo Sgorlon, vicino alla soglia degli ottant' anni, ha abbandonato i temi cari alla sua narrativa, il mito, la favola, la natura, e si è dato all' autobiografia: La penna d' oro (Morganti, pagine 221, 15). Un libro in cui non solo racconta i motivi della sua poetica, le scelte tradizionaliste che l' hanno reso una voce fuori dal coro nella lunga stagione in cui tutti volevano essere anticonformisti. Sgorlon è infatti contrario all' aborto, al divorzio, considera il Sessantotto una iattura e anche in campo letterario non ama gli autori idolatrati dal salotto buono della sinistra letteraria: Italo Calvino, troppo geometrizzante, Leonardo Sciascia, succube della musa illuminista, ma anche l' ingegner Carlo Emilio Gadda e il conterraneo Pier Paolo Pasolini. Il salotto letterario di sinistra ha incassato e ricambiato. E questo al placido Sgorlon non è andato giù e lo scrive chiaro e tondo nelle pagine autobiografiche, tradendo il suo proverbiale riserbo. I giornali di destra ma anche la stampa cattolica non aspettavano occasione più ghiotta per intonare il grido di guerra contro la «sinistra conformista, tutta servile verso il potere, tutta conventicole e meschini rituali d' appartenenza, luoghi comuni». Così ha scritto il poeta Giuseppe Conte lunedì scorso sul Giornale, aprendo l' articolo con il ricordo personale di un premio ricevuto assieme al recensito tanti anni fa a Latina. Nel pezzo di Conte c' è tutto, le passioni letterarie di Sgorlon, a cominciare da Jorge Luis Borges, l' ispirazione poetica che ha fatto dell' autore de Il trono di legno e dell' Armata dei fiumi perduti una delle voci più interessanti del secondo dopoguerra, il risentimento verso alcuni critici, ma anche verso gli organizzatori di festival letterari del Friuli che mai avrebbero reso omaggio all' illustre conterraneo. Quali volti e quali nomi abbiano i rappresentanti della «sinistra conformista» dall' articolo non è dato sapere. Conte cita soltanto en passant la recensione molto positiva a La penna d' oro di Dario Fertilio e una nota critica di Giorgio De Rienzo, uscite sul Corriere della Sera. Sulla pagina culturale del Giornale «il caso Sgorlon» acquista i connotati ben più ampi di un «caso Italia» se si legge l' articolo di Paolo Bianchi pubblicato a corredo della recensione di Conte. Partendo da Susanna Tamaro, che ha pagato, come abbiamo notato anche noi più volte, il successo di pubblico e la scelta di fede cristiana con l' emarginazione da parte della critica togata, l' articolista mette assieme un fritto misto di autori «esiliati» in patria perché «in Italia uno scrittore per essere incoronato come tale, per infiocchettarsi della S maiuscola, deve sbrodolare almeno qualche dichiarazione d' impegno». Naturalmente in favore della sinistra. Dopo Eugenio Corti, autore de Il cavallo rosso, trasaliamo davanti ad altri nomi di autori da bestseller «esiliati»: scopriamo che Luciano De Crescenzo «non ha buoni rapporti con le enclave culturali della grande stampa» e che il povero Federico Moccia, abile a far cassetta con Tre metri sopra il cielo, romanzo pubblicato dall' editore di sinistra Feltrinelli, s' è lagnato pubblicamente perché nessun recensore si occupa in modo degno di lui. Infine, ha chiesto accoratamente Bianchi, «alzi la mano chi ha mai letto una recensione davvero approfondita a uno degli ultimi dieci romanzi di Andrea De Carlo». Lo sa Bianchi che De Carlo è stato scoperto, praticamente bambino, da Italo Calvino, che ha pubblicato da Einaudi, Mondadori, Bompiani, che ha una rassegna stampa enciclopedica? E poi perché ignorare che esistono rispettabili romanzi commerciali e una letteratura di ricerca? Bisogna per forza considerare Moccia alla stregua di Sciascia e l' ingegner De Crescenzo vale davvero l' ingegner Gadda? Ieri mattina il «caso» lanciato dal Giornale è rimbalzato sul Secolo d' Italia, quotidiano di Alleanza nazionale e sull' inserto culturale di Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana. In un corsivo di prima pagina sul Secolo Luciano Lanna ai nomi di Sgorlon, De Carlo, Tamaro, ha aggiunto quello del regista Sergio Leone, che, come ha dichiarato la vedova Carla Ramalli al nostro Paolo Conti, non ha mai goduto consensi in un certo establishment culturale. «Ma in fondo perché dolersene - ha commentato Lanna - non sono comunque meglio il successo e la popolarità che l' inutile plauso di certi ambienti?». Un nome che faccia parte di «questi ambienti» nemmeno da Lanna è dato sapere. Su Avvenire neppure Fulvio Panzeri, che di solito si distingue per coraggio e originalità, ha resistito alla tentazione di buttarsi in questa polemica contro il mulino a vento di una sinistra senza volto e senza nome che tanti guai ha combinato. Anche Panzeri usa l' espressione «certa sinistra», preceduta da «cultura laicista». L' elenco delle vittime del salotto «radical chic» si allunga: Giovanni Testori, Margherita Guidacci, Luigi Santucci, Mario Pomilio, Italo Alighiero Chiusano. Dopo tanto piangere e lamentarsi ci viene un sospetto. Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere? Forse sarebbe il caso di voltar pagina e passare a un capitolo più stimolante. * Paragoni «Da Susanna Tamaro e Luciano De Crescenzo a Federico Moccia, ecco gli esiliati di successo»
Messina Dino
Pagina 41(7 gennaio 2009) - Corriere della Sera


"Non è che quello della sinistra snob, del salotto chic, della camarilla letteraria politicamente impegnata sia diventato un cliché, un bersaglio facile da colpire dietro cui non si nasconde un vero potere?"


Messina, ci è o ci fa? Se ci è, ossia marxistastalinianotrinariciuto, nessun problema. Ha il coraggio delle sue idee, come i boia della GPU o i Khmer rossi. Chapeau. Se ci fa, è un altro discorso.


Messina, magari un "vero potere" forse forse c'è, e c'era davvero, basti ricordare che persino un capolavoro come "Il gattopardo", poichè "romanzo borghese" e non "trattante temi progressisti", fu bocciato da Einaudi/Vittorini...


Ma Messina lo sa benissimo; non è uno stupido. Basta solo scoprire se è solo l'ennesimo, pavloviano, "utile idiota" o se doveva pagare dazio ai successori, numerosi, di Vittorini per conservarsi il suo posticino alla ribalta nel palcoscenico della Kultura italiota.


Risposta a Messina su il Giornale di oggi:


Questa è l'armata rossa della critica

di Luigi Mascheroni


Il potere più forte è quello che non ha volto né nome. Basterebbe questo per rispondere a chi, come Dino Messina ieri sul Corriere della Sera, chiede «Fuori i nomi!» a proposito della polemica sugli intellettuali di sinistra che hanno emarginato grandi autori «colpevoli» di non essere organici all’ideologia prima comunista poi progressista. Non basta - nota il Corriere - lamentarsi contro una generica «sinistra snob», anonimi «salotti chic», imprecisate «lobby culturali»: servono i nomi. Giusto. Eccoli.Alberto Moravia (e uno) contrastò pesantemente un autore anticonformista come Giuseppe Berto, con il quale ebbe un plateale scontro nel ’62, in occasione del Premio Formentor: Berto osò contestare l’onnipotente «capomafia culturale» (parole sue) il quale aveva caldeggiato alla giuria (a danno de La vita agra di Bianciardi...) un libro scritto dalla sua compagna, Dacia Maraini. Berto denunciò proprio quello che il Corriere mette in dubbio: il pericolo che «la società letteraria si corrompa, che da giudice dei valori si trasformi in camarilla», gridando che «è ora di finirla con questi monopoli culturali protetti dai giornali di sinistra». Morale: tutti, in privato, solidarizzarono con Berto, nessuno si espose, Moravia recuperò in fretta tutto il suo prestigio e Berto fu messo da parte. Due anni dopo, quando uscì Il male oscuro, oggi un classico, Walter Pedullà (e due) mise addirittura in dubbio «l’autenticità del conflitto bertiano con il padre».Alfredo Cattabiani, che tra il 1969 e il 1970 fu chiamato a dirigere la Rusconi Libri e che decise la pubblicazione di autori come Prezzolini, Cristina Campo, Ceronetti..., fu prima ignorato e poi, quando i libri si vendevano a decine di migliaia di copie, denigrato. Umberto Eco (e tre) pubblicò sull’Espresso un articolo minaccioso verso scrittori come Quinzio e Ceronetti che avevano avallato la Rusconi; e Pedullà (ancora lui) su Rinascita mise in guardia dai «piani provocatoriamente reazionari» di Rusconi mentre Ceronetti, reo di collaborazionismo, fu allontanato dall’Espresso di Livio Zanetti (e sei). Cattabiani, in una intervista del 1994, ricordò anche questo aneddoto: «E ora ecco uno degli ultimi recenti episodi di censura: l’anno scorso usciva un mio libro, Santi d’Italia. Si trattava di lanciarlo adeguatamente e la Rizzoli lo consigliò anche a Corrado Augias (e sette) per la sua rubrica tv Babele. Silenzio per settimane. L’ufficio stampa Rizzoli mi confessò: “Non sono riuscita a ottenere nulla. Sa, Augias è di sinistra... Che vuole? Le cose stanno così”».Le cose stavano (o erano state così) - per inciso - anche per molti altri, come Guareschi o Piero Chiara, ignorati o considerati poco più che macchiette in vita, e recuperati post-mortem. Ancora: Edoardo Sanguineti (e otto), leader del famigerato Gruppo 63 (che militarizzò per anni tutte le antologie e storie della letteratura), liquidò Salvatore Quasimodo come un non-poeta, salvando solo le sue traduzioni dei lirici greci. Nonostante il Nobel.Tiro al piccione di Giose Rimanelli, romanzo sulla Resistenza vista da un repubblichino, invece, pur col parere favorevole di Pavese e Vittorini, fu bocciato da Calvino (ancora lui) e dirottato in Mondadori adducendo varie ragioni.Sorvolando sulle scelte, autorevoli quanto opinabili, di Alberto Asor Rosa per la sua Storia della Letteratura italiana, si può ricordare la triade Alicata-Muscetta-Salinari (e nove e dieci e undici), marxisti-comunisti prima ancora che critici letterari. Disposti a dilaniarsi “in famiglia” ad esempio sul Metello di Pratolini, ma compatti nel rappresentare, “fuori casa”, il ruolo del Pci come garante morale della cultura italiana. A proposito di Carlo Muscetta: è a lui che Italo Calvino (e dodici) scrive la famosa lettera, nel ’51, per spiegare la bocciatura del romanzo «eretico» di Cassola Anna e i comunisti (poi uscito nel ’52 col titolo Fausto e Anna) stroncando i pericoli ideologici di un libro che «potrebbe intitolarsi: “Come si diventa democristiani”». Salinari, da parte sua, è lo storico della letteratura (il celebre Salinari-Ricci...) che a proposito del Silone di Una manciata di more (’52), scriveva che la sua «caratteristica fondamentale di scrittore è l’impotenza», il «suo gusto grossolano e provinciale», e non gli resta che «cambiar mestiere». A proposito di manuali. Proviamo a sfogliare la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino (e tredici, e ci fermiamo), apparsa nel ’71 e diventata per un trentennio la Bibbia letteraria dei licei: parte quarta, titolo «Rinnovamento o restaurazione», periodo: secondo dopoguerra; testi di Pintor, Vittorini, Togliatti, Bobbio, Gramsci, Calvino, Amendola; parte quinta, titolo «Contestazione, ricerche, mercato», periodo: dagli anni del boom in avanti; autori: Calvino, Colletti, Scalfari, Pasolini, Levi, Foa, Morante, D’Arrigo, Consolo, Eco, Magris. Guglielmino è mancato nel 2001. Se fosse vivo oggi - probabilmente - antologizzerebbe Baricco, Ammaniti, Giordano. E Saviano.

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