domenica 25 dicembre 2011

Morto Giorgio Bocca, una volta fascistone

LUTTO

E' morto a Milano Giorgio Bocca """partigiano""" (per le virgolette, vedi sotto, NdMinitrue), giornalista e scrittore

L'ex combattente di Giustizia e Libertà e fondatore di Repubblica si è spento nella sua casa milanese all'età di 91 anni. Il cordoglio del mondo della cultura e della politica. De Benedetti: "Il suo impegno civile rimarrà una delle più profonde caratteristiche dei nostri giornali"

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/12/25/news/morte_giorgio_bocca-27198140/ ______________________________________
CAMERATA GIORGIO BOCCA PRESENTE!
[…] E Giorgio Bocca, oggi così mangiafascisti? Leggetelo il 14 agosto 1942 sul giornale della federazione fascista di Cuneo: “...sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavi-tù” (1). E, per restare tra i giovani di allora leggete di Gianni Granzotto, dal 1940 al ‘43, gli articoli sul Lavoro di Genova e su Critica fascista e imparerete perché la guerra nazifascista poneva “per noi non soltanto un’alternativa di vittoria, ma una ragione di vita o di morte”. All’appello bellico non mancava di rispondere l’ex direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini, che nel gennaio 1942 vaticinava su Augustea: “Sarà, sotto l’egida dell’Asse invincibile, la nuova Europa del Diritto, della Giustizia, della Libertà, dell’Amore. L’Europa dell’Avvenire... Solo con la solidarietà e la fraternità fra i diversi popoli si può realizzare un ordine duraturo e fecondo; che è poi l’obiettivo di quel blocco di Paesi che fa capo al Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappo-ne”. Proficuo lavoro quello di chi raccoglierà in volume le centi-naia e centinaia di articoli apologetici del conflitto, scritti da quan-ti lo hanno poi dissacrato e bestemmiato soltanto perché non con-cluso con quella vittoria che avrebbe avvantaggiato la loro buona sorte pubblica e privata. Di nomi ne abbiamo una bisaccia. Ma valga in questa sede uno ancora, e di taluno che oggi rumina popu-lismo, antifascismo, filocomunismo in ogni ora del giorno, cioè del democristiano ministro del lavoro onorevole Carlo Donat Cat-tin, che allora prestava servizio permanente presso il GUF di Tori-no, e che, in un numero speciale intitolato Giovinezza e datato 18 dicembre 1942, scriveva: “La vena del nostro destino batte più for-te. Prima di affrontarlo, ci confessiamo. [...] In ciascuno di noi vi-bra una salda coscienza, e plasmato il senso del dovere e del co-mando, è vivo l’entusiasmo per uno scopo chiaro e netto: la Patria fascista. Con questo spirito le imperfezioni contingenti non conta-no più, sono superate in partenza. Per la guerra siamo maturi, e il suo invito ci trova con la baionetta in canna... La guerra non ci ha traditi... La guerra è incominciata da poco, ed è nostra. Il cuore te-so al Sovrano, sotto la guida del Duce, noi siamo pronti a combat-tere, noi abbiamo la certezza della Vittoria”. Anche Donat Cattin, anche Giovanni Spadolini, anche Giorgio Bocca, anche Vittorio Gorresio, anche Ricciardetto, anche tutti gli altri hanno vinto la guerra. Soltanto gli iscritti al MSI l’hanno perduta. (2) (1) L’articolo citato, apparso su “La Provincia Granda”, proseguiva così: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli e-brei?”. Bocca si distinse anche nel 1943, accusando di disfattismo un in-dustriale, Paolo Berardi, il quale aveva incautamente espresso l’opinione che l’Italia stesse ormai perdendo la guerra, e, dopo averlo aggredito fisi-camente e denunciato, riportò tronfiamente l’accaduto nell’articolo La sberla... e la bestia, pubblicato su “la Provincia Granda” dell’8 gennaio 1943. A poco vale la giustificazione addotta da Bocca, chiamante in cau-sa la sua tenera età di ventitré anni. Già da anni vi erano coetanei di Boc-ca che sfidavano l’altrui piombo da una parte o dall’altra della barricata. (2) N. Tripodi, op. cit., p. 188-189

Documenti dell’odio giudaico. «I ‘Protocolli’ dei Savi anziani di Sion»

Sono i «Protocolli dei Savi anziani di Sion» un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo Ebreo intende giungere al dominio del mondo. La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana. Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione.

Il povero «gojm» o «gentile» così il testo chiama i non Ebrei, leggendo quei «Protocolli» rimane al tempo stesso stupito ed atterrito. Anche se è in grado di sceverare da ciò che ha effettivo valore tutto quello che può essere enfasi ieratica o presunzione propria di chi si crede prediletto da Dio, il lettore ariano rimane impressionato dinanzi ad un’opera così macchinosa e gigantesca, così ammalata di criminalità con tanta tenacia e spaventosa perseveranza condotta attraverso ai secoli da esseri che si sono sempre tenuti nell’ombra ed al riparo di propizi paraventi.

Il testo, dopo aver enunciato il principio che diritto è uguale a forza, descrive i mezzi ed indica i risultati a cui il popolo Ebreo è già arrivato e quali mete dovrà ancora raggiungere per possedere il monopolio della forza, cioè del diritto, cioè del dominio del mondo.

In questo intento il popolo eletto, sparsosi per volontà di Dio in tutte le parti del mondo, ha lottato e lavorato per allontanare i «gentili» sempre più da una visione realistica della vita, per gettarli in braccia all’utopia, per indebolire la forza dei loro governi e per carpire nel frattempo le loro sostanze per mezzo della speculazione. Lungo tempo è durata la preparazione consistente nella formazione di un reticolo capillare, unito negli intenti e potente nella finanza; quindi ha avuto inizio l’opera di dissolvimento.

I primi ostacoli da abbattere erano le due forze dell’aristocrazia e del clero. Gli ebrei preparano la rivoluzione francese; l’aristocrazia cade nelle loro mani per mezzo del denaro, il clero viene combattuto e discreditato per mezzo della critica e della stampa. Il malgoverno da essi prodotto stanca e disgusta il popolo. Gli ebrei lanciano allora il grido: «Libertà, eguaglianza, fratellanza». La massa illusa e piena di speranza abbatte le solide istituzioni e prepara il campo a quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’oro, divengono i dominatori.

Dice il testo: «Abbiamo trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito» e più oltre «l’abuso di potere da parte dei singoli farà crollare tutte le istituzioni». Un gran passo è già stato fatto, ma altre forze sono ancora da abbattere: la famiglia e la religione. Menti ebraiche preparano allora e confezionano per i veramente ingenui «gentili» un’altra più affascinante utopia: il collettivismo. Cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano.

Dice il testo: «Lasceremo che cavalchino il corsiero delle vane speranze di poter distruggere l’individualità umana». Quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, quando i popoli saranno esasperati dal fallimento di queste teorie e delle forme di governo che ne sono la conseguenza, allora, con la forza del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa, unita nella persona del monarca del sangue di Davide, imperniata sulla divisione gerarchica delle caste.

Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati però degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli.

Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia immutabile, della realtà. Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un’utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei).

L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei.

A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? È certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo.

Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù” (Giorgio Bocca, La Provincia granda – Sentinella d’Italia, Foglio d’ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo, il 14 agosto 1942).

http://www.camelotdestraideale.it/2010/05/08/giorgio-bocca-fascista-e-antisemita-provincia-granda/

2 commenti:

leo ha detto...

(Ho scritto di Bocca su TWITTER)
<>

(Poi ognuno la pensi come vuole...)

leo ha detto...

(Ho scritto di Bocca su TWITTER)
<>
leo

(Poi ognuno la pensi come vuole...)