giovedì 9 luglio 2009

Il mitico Massimo Introvigne, "massimo esperto mondiale", exposed!




Miguel Martinez

Sono ormai dieci anni che seguiamo le vicende del tuttologo e dirigente di Alleanza Cattolica, l’avvocato Massimo Introvigne (qui potete leggere una breve presentazione di questo particolarissimo personaggio ). Massimo Introvigne adotta sempre la stessa tecnica. Si lascia presentare come il massimo esperto mondiale in qualunque campo di cui si stia parlando. In quanto esperto, spiega, lui è non-judgemental (l’inglese lo pronuncia discretamente), cioè non esprime giudizi ma guarda i fatti.
Elenca quindi una serie di fatti, e lo fa bene, perché conosce il linguaggio scientifico abbastanza da apparire uno scholar, mentre conosce anche le tecniche di divulgazione, in modo da risultare sempre comprensibile. Dei fatti che elenca, nove portano inevitabilmente il lettore in una direzione e uno nell’altra, dimostrando così che lui prende in considerazione tutti i punti di vista. Il trucco sta nella scelta del campo. Introvigne si appiglia a notizie clamorose, che però riguardano qualche realtà di cui nessuno sa niente: Scientology, satanismo, testi apocalittici islamici, regolamenti ecclesiastici sul celibato, gruppi di estrema sinistra… Trattandosi di luoghi inesplorati, Introvigne può selezionare i propri fatti come vuole. In genere, non se li inventa di sana pianta, anche se qualche volta succede. Di solito, basta escludere tutto ciò che non indirizza il lettore dove vuole lui. Anche questa settimana, Massimo Introvigne ci offre un campionario di tutta la sua retorica. Facendo riferimento al caso del vescovo lefevriano
Richard Williamson, Introvigne ha scritto un lungo articolo dall’apparenza dotta, per Il Domenicale, l’inqualificabile settimanale culturale diMarcello Dell’Utri.

In
questa storica foto pubblicata sull’Europeo (giugno 1977), vediamo da sinistra a destra il futuro vescovo Richard Williamson, Massimo Introvigne -allora seminarista lefevriano - e monsignor Marcel Lefèbvre alla villa romana della famiglia Pallavicini, un episodio che il Vicario Generale di Roma,
il cardinale Ugo Poletti, definì sull’Osservatore Romano “un episodio da dimenticare”.
Il testo di Introvigne si intitola “Le origini di sinistra del negazionismo dell’Olocausto: in margine al caso Williamson “La via del negazionismo? Prima a sinistra”“.
Ora, gli scritti degli anticlericali (con qualche eccezione) offrono campionari straordinari di ignoranza e confusione cariche di emotività; immaginatevi poi un anticlericale medio che scrive di negazionismo/revisionismo. Quindi basterebbe qualche riga per rispondere loro [1]. Invece, Introvigne decide di esagerare, tanto pensa che nessuno sappia in realtà nulla di sedevacantisti, revisionisti e gruppetti politici minoritari.Leggendo l’articolo di Introvigne, il lettore, dopo aver visto una gran quantità di fatti curiosi e sconosciuti (veri, o come vedremo presunti), il lettore si convince da solo che: 1) Il negazionismo/revisionismo, come i Gulag, le tasse e la pioggia, è colpa dei comunisti. 2) Esiste un saldo fronte occidentale che unisce la destra politica, gli alleati vincitori della seconda guerra mondiale, lo stato d’Israele, i cattolici e gli ebrei. 3) Contro questo saldo fronte occidentale, si schierano vari folli islamonazicomunisti, ma in testa ci sono sempre – come abbiamo visto – i comunisti. 4) La Società San Pio X è tutta dentro il fronte occidentale, salvo qualche mela marcia caduta vittima della propaganda comunista.Mica lo dice Introvigne. Lo dicono i Fatti. Fatti che Introvigne ha selezionato accuratamente prima. Introvigne dice alcune cose vere. Ad esempio, che il padre di Monsignor Lefèbvre era nella resistenza antinazista francese ed è morto nel lager di Sonnenburg. Oppure che il revisionismo storico francese (e in parte quello italiano) è stato soprattutto un fenomeno di “sinistra”. Ma Introvigne semplicemente rimuove tutto il revisionismo anglosassone e germanico, influente quanto e forse più di quello francese. Basti pensare al più noto revisionista [2], l’inglese David Irving, incarcerato in isolamento in Austria per 400 giorni per alcune frasi dette durante una conferenza tenuta sedici anni prima. David Irving non è un “neonazista”, ma è sicuramente un tipico conservatore di destra inglese: per capirlo, è sufficiente leggere il suo
diario dal carcere. Però Introvigne ha fatto i conti senza l’oste. Serge Thion, uno studioso francese proveniente dall’estrema sinistra non stalinista, e che ha vissuto una vita avventurosa lavorando con la resistenza algerina e poi con quella vietnamita, può essere considerato un esperto di revisionismo. E’ stato infatti espulso dal Centro Nazionale Francese per la Ricerca Scientifica (dove lavorava come esperto dell’Asia Sudorientale) per il suo sostegno ai revisionisti/negazionisti francesi.Serge Thion ha scritto un articolo che potete leggere sul blog di Andrea Carancini. [Salvare i lefebvriani : Qui http://www.aaargh.codoh.com/blog/reviit/ 13 maggio 2009] Thion ha le sue posizioni, che non sono le mie. Ma il suo articolo è importante perché demolisce tutta la ricostruzione storica, apparentemente così pacata e obiettiva, di Massimo Introvigne, rivelandone la natura strumentale.
Nota:[1] Favolosa l’accusa al Papa di aver “tolto la scomunica al vescovo negazionista“, mentre Benedetto XVI ha semplicemente revocato la scomunica personale contro quattro individui, accusati di aver accettato un’ordinazione episcopale illecita nel 1988. Una vicenda che non ha nulla a che vedere con la storia della Seconda guerra mondiale, ma molto con il fatto che in Francia e in certi paesi latinoamericani, i sacerdoti “tradizionalisti” iniziano a superare di numero quelli della Chiesa “ufficiale”. Comunque, anticlericali e clericali formano ciò che a Roma chiamerebbero una bella coppia. Il vescovo di Treviso, Andrea Bruno Mazzocato - attaccando il sacerdote della San Pio X don Floriano Abrahamowicz – afferma il politicamente corretto estendendo il concetto di infallibilità pontificia anche alla storiografia. Seguite attentamente la logica di questa
sua dichiarazione:
“E’ infondata ed estranea al sentire cristiano l’affermazione di don Floriano Abrahamowicz. Ogni posizione che prende le distanze dal pensiero del Papa - ha sottolineato il vescovo – è da considerare storicamente infondata“.
[2] Citiamo il nome di Irving per la sua notorietà. In realtà, David Irving sostiene una posizione molto particolare che non si può definire “negazionista”. Scettico su Auschwitz, in un’intervista a
The Guardianha dichiarato
“A mio avviso, le vere operazioni omicide si sono svolte nei campi Reinhardt a occidente del fiume Bug. Nei tre campi che si trovavano lì [Sobibor, Belzec e Treblinka], gli uomini di Heinrich Himmler hanno ucciso forse addirittura 2,4 milioni di persone nei due anni fino all’ottobre del 1943″.
da:
Povero Marco Respinti, presidente e membro unico dell'Introvigne's Fan Club Cattoneocon!

sabato 23 maggio 2009

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi



Una sgradita sorpresa per l'intellò pluripremiato Uwe Timm, che aveva -ovviamente- puntato il ditino politicamente corretto contro lo stragismo di Stato, polizia RFT assassina, etcetc oltre aver speculato ignobilmente, in altra "opera", sulla memoria di suo fratello, caduto sul fronte russo, e dei genitori... "colpevoli" di non essere, come lui, dei sinistrorsi radicalchic complessati... notizia che fa riflettere anche sulla stampa e gli intellettuali militanti rossi, e sul loro ruolo nel deformare il passato e plasmare il futuro.

Germania/ Faz: agente che uccise studente Ohnesorg era spia Stasi
Omicidio contribuì a radicalizzare movimento studentesco
APCOM

Svolta a sorpresa in una delle vicende più tragiche e cariche di conseguenze nella recentre storia tedesca. Karl-Heinz Kurras, l´agente che il 2 giugno 1967 uccise lo studente Benno Ohnesorg a Berlino Ovest, sarebbe stato una spia della Stasi, la famigerata polizia segreta dell´ex Germania orientale. Lo rivelano il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) e la tv pubblica tedesca Zdf, citando dei documenti inediti ritrovati da due ricercatori nell´archivio della "Birthler-Behoerde", l´autorità federale che conserva gli atti della Stasi. Stando a Faz e Zdf nel 1955 Kurras si impegnò con la Stasi a spiare la polizia di Berlino Ovest. Non solo, ma nel 1964 l'agente aderì anche alla SED, il partito comunista dell'ex Ddr. Raggiunto dal Tagesspiegel, Kurras, oggi ottantunenne, ha respinto ogni accusa. La Faz pubblica però una foto della sua tessera di iscrizione alla SED. Nei documenti non ci sarebbero tuttavia indizi che fanno pensare che sia stata la Stasi a commissionare l'uccisione di Ohnesorg. In ogni caso alla luce delle nuove rivelazioni l'"Associazione delle vittime dello stalinismo" e l'"Associazione 17 giugno" hanno presentato una nuova denuncia contro Kurras, che nel 1967 e nel 1970 venne prosciolto dall'accusa di omicidio colposo. La morte di Benno Ohnesorg riveste un ruolo centrale nella storia del Sessantotto tedesco. Il 2 giugno 1967 durante le proteste contro la visita dello scià a Berlino ovest lo studente di germanistica venne freddato con un colpo di pistola sparato a distanza ravvicinata dall'agente Kurras. La sua uccisione contribuì in modo decisivo alla radicalizzazione di un movimento studentesto rimasto fino ad allora pacifico. Uno dei più noti gruppi terroristici tedeschi negli anni Settanta, il "Movimento 2 giugno", prese il nome proprio dal giorno dell'assassinio di Ohnesorg.

mercoledì 13 maggio 2009

Di Pietro sprona gli intellettuali e chiama alla 'resistenza': ''Sveglia, l'olio di ricino è dietro l'angolo"



Ieri in un convegno con Pardi, Vattimo e Tranfaglia
Di Pietro sprona gli intellettuali e chiama alla 'resistenza': ''Sveglia, l'olio di ricino è dietro l'angolo"

SPERIAMO ABBIA RAGIONE!!!

Roma, 13 mag. (Adnkronos) - Antonio Di Pietro lavora alla "logistica della resistenza": convincere chi non vuole sottostare all'egemonia del "pensiero unico" a fare politica nell'Idv "a avere il coraggio di metterci la faccia" per risvegliare il Paese dal sonno berlusconiano. "Il rozzo, il villico, l'illetterato, il plebeo", quello che "studiava di notte per prendersi una laurea", ha spiegato in un convegno perche' ha deciso di rivolgersi agli intellettuali, ai professori universitari, agli scienziati, convincendoli a candidarsi nell'Idv alle prossime europee.
Accanto a Di Pietro, oltre al professore e deputato Pancho Pardi, siedono il filosofo Gianni Vattimo, lo storico Nicola Tranfaglia, il drammaturgo e regista Giorgio Pressburger, l'antropologa e editrice Luisa Capelli, "gente -spiega il leader dell'Idv- che rappresenta quella parte del Paese che ha deciso di non arrendersi". Come accadde alla vigilia del ventennio mussoliniano, Di Pietro vede un'"intellighenzia addormentata e incapace di reagire", mentre "vedo gia' avanzare l'olio di ricino". Domina il pensiero unico imposto dalle tv berlusconiane e non. Per questo "l'Idv va alla ricerca di quella cultura libera che non si e' ancora venduta. Oggi mettersi con l'Idv e' da coraggiosi. I 'professori' veri sono quelli che mettono a disposizione di tutti la loro cultura e il loro sapere. Io invece quando parlo con tanti intellettuali cercando di coinvolgerli nel nostro progetto, incontro solo sufficienza, supponenza, strafottenza e pavoneggiamenti. Gente che in sostanza ci dice: 'ma che volete? Riprendete il vostro carretto e toglietevi di mezzo'". "I sondaggi -aggiunge il presidente dell'Idv- non li guardo perche' non ho tempo di leggerli. Per questo non li faccio fare. Ma vedo in giro tanta gente, tanti mezzi d'informazione che li pubblicano, che si rammaricano perche' l'Idv sta sempre li', cresce, mentre tanti altri vanno indietro. Per questo dico alla cultura di darci una mano a fare un salto di qualita'. In un Paese normale un partito come il nostro, che lotta per la legalita' e il rispetto delle leggi, non dovrebbe nemmeno esistere". "Tutti i partiti dovrebbero avere a cuore questi valori e promuoverli ma invece non e' cosi'. Non vedo l'ora di fare il passaggio di consegne: quando questi valori verranno rispettati mi faro' da parte. Io -conclude Di Pietro- sono solo un mulo da soma che vuole riportare le persone che valgono, le persone competenti e di valore ai posti che spettano loro". Adnkronos.com - 13/05/2009

martedì 12 maggio 2009

Magris dal Danubio a Montenero di Bisaccia e Di Pietro!



Premettiamo che Magris (il Maggiani triestino, approposito, Maggiani, l'altro buono che riuscì a fare copia/incolla con le parole del Papa citandole "nazismo male assoluto, comunismo male necessario", facendo intendere che il comunismo avesse anche una valenza positiva, quando invece la Chiesa precisò: "Dunque, il comunismo è un male almeno doppiamente necessario: necessario come conseguenza di premesse erronee, di un’erronea concezione dell’uomo, e necessario come castigo intrinseco, storico, di tale conseguenza. Necessario in quanto «utile», cioè coerente con la logica di bene dell’economia divina. Utile per smascherare l’intima essenza di male di tutto il processo che lo ha generato. Così come — nella vita di un uomo — la sofferenza, quando è punizione del male, può essere «utile», perché smaschera la natura di male degli atti che l’hanno generata." ) ci è sempre stato sugli zebedei...

Ma che c’azzecca Magris con Di Pietro?

Dev’essere il sottile fascino del populismo in canottiera, l'attrazione fatale dell'uomo di lettere per l'uomo di poche letture, per i modi rudi da contadino, per il parlar chiaro («così mi capisce pure a mia nonna» direbbe Tonino) così lontano dalla stratosfera delle belle lettere. Ma a questo punto è materia per sociologi: Di Pietro e l’élite culturale, un connubio sorprendente. Perché, dopo le adesioni di filosofi, storici, editori e letterati, chi se lo aspettava anche l’outing di un raffinato scrittore in odore di Nobel come Claudio Magris, in sostegno di Antonio Di Pietro e del suo rumoroso battaglione Idv? Se ne vociferava, si raccontava di mail di propaganda spedite da Magris agli amici per far votare Antonio, ma ieri c’è stato il suggello ufficiale con una nota inviata dal fine germanista alle agenzie, sotto forma di appello per l’altro intellettuale mitteleuropeo carambolato nel partito dell’ex pm e candidato in Europa, Giorgio Pressburger.

Motivo dell’innamoramento dell’editorialista del Corriere per la causa di Tonino? A parte l’amicizia col danubiano [diremmo danubbbbreo, NdMinitrue] Pressburger («è un vero europeo» [eurobbbreo? NdMinistrue]), è che l’Idv gli sembra «un’opposizione al contempo moderata, aliena da ogni estremismo e ferma». Già qui, l’uso di quell’aggettivo «moderato», per Di Pietro (che fa opposizione dando agli avversari del magnaccia, del nazista, del fascista etc), è una licenza che solo un virtuoso delle lettere può concedersi. Percorsi intellettuali troppo sottili per essere compresi in qualche riga, ma che hanno tuttavia portato Magris dalle sponde del Danubio alle radure di Montenero di Bisaccia. Un salto impressionante. Come farà ad abbinare le letture di Roth, Musil, Michelstaedter, Schnitzler ai discorsi in italiano stentato di Di Pietro, è un mistero che Magris dovrà prima o poi rivelare. Lui e gli altri uomini di lettere finiti nella rete di Tonino.

Va detto che Magris non è a digiuno di politica. È stato anche senatore nella XII legislatura, con una lista tutta sua, Lista Magris, talmente magra che c’era solo lui. Ma almeno lì era lui a rappresentare se stesso. Ora lo rappresenteranno Leoluca Orlando, il sindacalista Zipponi e magari l’hostess Maruska. È la distanza siderale tra uomini di cultura come Magris (e gli altri fini dicitori) e il leader di Montenero di Bisaccia a colpire e interrogare anche fior di cervelli (il politologo Angelo Panebianco e il filosofo Aldo Schiavone ne facevano dell’accademia l’altra sera in tv da Gad Lerner). Difficile spiegare le ragioni di questo idillio, perché se è probabile che Di Pietro possa servire agli intellettuali (offrendo loro un seggio o almeno una ribalta), è improbabile che possa accadere l’inverso, visto che Tonino ha fama di leader che decide da sé e sopporta male gli indipendenti o i consiglieri (con l’eccezione di Travaglio).

L’outing dei raffinati intellettuali per Di Pietro però è soprattutto un colpo per il Pd, area da cui vengono quasi tutti i nuovi dipietristi con la libreria ricolma (il caso esemplare è quello del poeta Valerio Magrelli, che ha messo in versi la sua rottura col Pd riservandosi di decidere se votare Di Pietro...). Il Pd li ha traditi, la sinistra non esiste più: tanto vale buttarsi su Tonino. Poi dipende dai casi singoli. Ci sono quelli in cerca di poltrona dopo forzata astinenza, ed è il gruppo più nutrito. Ci sono l’editore Stefano Passigli, ex diessino a lungo senza incarichi, Pressburger, ex assessore ds a Spoleto poi caduto nell’oblio, lo storico comunista Nicola Tranfaglia, ex deputato Pdci con cui ha rotto a male parole, il filosofo Vattimo, ex un po’ di tutto... Ma ci sono altri cultori delle lettere che per la prima volta si buttano in politica, e lo fanno col politico meno intellettuale dell’arco costituzionale. Tra questi c’è la candidata Luisa Capelli, fondatrice dell’editrice Meltemi, raffinatissima, che pubblica saggi iper-specialistici di filosofia, da Kant a Lèvinas a Durkheim.

Dalla Critica della ragion pura alle critiche di Tonino: misteri della cultura superiore. Tutti la spiegano col fatto che Tonino è l’unico a fare opposizione, così ha detto Vattimo, così Pressburger, così Tranfaglia e così ora Magris. Lo votiamo o ci candidiamo con lui perché è contro Berlusconi. Concetti un po’ deboli per intellettuali di quel calibro. Insomma devono ancora dimostrare di non aver scelto come in quel bellissimo romanzo di Magris: Alla cieca.

domenica 10 maggio 2009

Rosy Bindi, Berlusconi, pedofilia!



Rosy Bindi: no all'immunità morale del premier. «Sotto accusa - dice la vicepresidente della Camera Rosy Bindi - non ci sono solo le scelte private di un marito, ma la connivenza morale e culturale di un Paese che non si indigna e non reagisce di fronte alla pretesa immunità morale del proprio presidente del Consiglio. E' certamente una vicenda privata, ma le motivazioni della signora Lario non sono solo private e devono fa riflettere. Chi ha un ruolo pubblico e di governo non può pensare di confondere senza alcun pudore sacro e profano con la certezza che tutto sarà archiviato come se niente fosse o magari con un incremento di popolarita».

Napoli (Pdl): la Bindi vuole l'Inquisizione. «La vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, vorrebbe chiamare un tribunale di morale, diciamo pure una Santa Inquisizione, a pronunciarsi sulla vita privata del presidente del Consiglio e della signora Veronica Lario - afferma Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl - Bindi arriva ad accusare tutti gli italiani di "connivenza morale e culturale" per la loro mancata indignazione nei confronti del premier. Si tratta di una bestemmia, e di una grave bestemmia per una cattolica praticante come Rosy Bindi.
Gli italiani non sono, come lei, accecati dall'odio per l'uomo Silvio Berlusconi. Sono in gran parte cattolici, magari "non adulti" come Bindi, ma laicamente rispettosi della vita privata di ciascuno e di tutti, quindi anche del presidente del Consiglio. Soprattutto sono elettori in grado di giudicare i comportamenti non solo pubblici di ogni esponente politico, uomo o donna. Sapranno, quindi, giudicare la proposta di ripristinare la Santa Inquisizione tanto cara a Bindi».


Rosy Bindi, anche in questa circostanza, non smette di confermare l'adagio che la vuole "più bella che intelligente"... tirare fuori, con sdegno massimo, roboante indignazione, e flautulente protervia, nientepocodimenochè la pedofilia per la vicenda da rotocalco Berlusca/Lario la dice lunga...

Aggiungeremo solo che questi alti afflati morali cattolici o laici o cazzocomunisti, non sembra abbiano pervaso la Bindi quando, la scorsa legislatura, i suoi "compagni di coalizione" erano un assortimento di trans, pseudoguerriglieri no global, ex (mica tanto) terroristi dei bei e inimitabili anni di piombo (e come lei potesse "porgere l'altra guancia", quando le BR uccisero Bachelet, del quale la Bindi era assistente ci lascia sgomenti), capitanati dallo svenditore dell'IRI, il cui portavoce era il notorio chierichetto Sircana, beccato mentre andava a trans equi e solidali.

Mala tempora currunt.

mercoledì 6 maggio 2009

Minipax speak: Kabul, decine di vittime civili in raid aerei


Kabul - Decine di civili, inclusi donne e bambini, sono rimasti uccisi mentre cercavano riparo dai raid aerei compiuti tra lunedì e martedì nell'Afghanistan occidentale. La portavoce del Cicr, Jessica Barry, ha detto che una squadra della Croce rossa si è recata ieri nel luogo in cui hanno avuto luogo i raid aerei delle forze americane e ha potuto constatare la presenza di diversi cadaveri oltre che la distruzione di alcune case. E' la prima conferma internazionale di un incidente su cui gli Stati Uniti e le autorità afghane stanno ancora indagando.

Un volontario tra le vittime Tra le vittime dei raid aerei ci sono anche un volontario della Croce Rossa afghana e 13 membri della sua famiglia. Il comitato della Croce Rossa Internazionale (Cicr) ha confermato la morte di decine di civili, tra cui donne e bambini. Intanto il capo della polizia di Farah ha confermato il bilancio di almeno 30 morti riferito la notte scorsa: "Oltre trenta cadaveri di civili sono stati trasportati a bordo di due camion", ha detto Abdul Ghafar Watandar aggiungendo che una delegazione composta da rappresentanti dell’Onu, dell’esercito americano e del ministero dell’Interno afghano si sono recati sul posto.

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KABUL - Decine di case rase al suolo: in pratica, secondo quanto riferito dal portavoce della Croce Rossa Jessica Barry, un intero villaggio distrutto nella provincia di Farah, in Afghanistan. E, tra le macerie, decine di corpi, secondo le prime stime oltre 30, tra cui molte donne e bambini. E' questo lo scenario dopo diversi attacchi aerei compiuto dalle forze internazionali in Afghanistan, compiuti lunedì e martedì.

APERTE DUE INCHIESTE - Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha ordinato un’inchiesta sui bombardamenti aereo delle forze della coalizione nella provincia di Farah, costato la vita a moltissimi civili. Karzai è intanto giunto a Washington per un vertice alla Casa Bianca con il presidente degli Stati uniti, Barack Obama e con il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta anche dal comando americano che, fino alla diffusione della notizia da parte della Croce Rosse, non aveva fatto riferimento ad alcun attacco.

cfr. Vittime civili dei bombardamenti USA:

When U.S. warplanes strafed [with AC-130 gunships] the farming village of Chowkar-Karez, 25 miles north of Kandahar on October 22-23rd,killing at least 93 civilians, a Pentagon official said, "the people there are dead because we wanted them dead." The reason? They sympathized with the Taliban1. When asked about the Chowkar incident, Rumsfeld replied, "I cannot deal with that particular village."2


A U.S. officer aboard the US aircraft carrier, Carl Vinson, described the use of 2,000 lb cluster bombs dropped by B-52 bombers: "A 2,000 lb. bomb, no matter where you drop it, is a significant emotional event for anyone within a square mile."3


Mantra of the U.S. mainstream corporate media : "the report cannot be independently verified"


"..shameful dependence on and uncritical acceptance of Pentagon handouts instead of substantial, critical coverage of the ground situation in Afghanistan. The US corporate media seems to be muting any talk of civilian casualties first by framing any such news with "Taliban claims that…." And then happily putting the matter to rest with Pentagon spokesman…" "
[Joel Lee, Hyderabad, Znet Inter Active]


"When people decry civilian deaths caused by the U.S. government, they're aiding propaganda efforts. In sharp contrast, when civilian deaths are caused by bombers who hate America, the perpetrators are evil and those deaths are tragedies.

When they put bombs in cars and kill people, they're uncivilized killers. When we put bombs on missiles and kill people, we're upholding civilized values. When they kill, they're terrorists. When we kill, we're striking against terror."4


giovedì 23 aprile 2009

Presidente Giorgio Napolitano, stia muto...



... che è meglio, invece di blaterare di "libertà, democrazia e indipendenza".

Anche le giovani promesse del partito si fecero guardiane dell’ortodossia. Al congresso del PCI del dicembre 1956 l’allora trentunenne delegato di Caserta, Giorgio Napolitano, replicò così ad Antonio Giolitti, la cui voce si era levata solitaria contro l’intervento sovietico. In Ungheria «non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni»; l’azione sovietica, «evitando che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per arrestare l’aggressione imperialista in Medio Oriente, oltre che impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

http://www.ildomenicale.it/articolo.asp?id_articolo=656

mercoledì 18 marzo 2009

Roberto Saviano, il salvatore della patria (ma non di Scampia)



Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione a Scampia, sbagliava. Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione del suo conto corrente, c'ha azzeccato. Se Saviano pensava che le cose che ha scritto "come lui nessuno mai", si vede che gli sono sfuggiti qualche centinaio di film, libri e articoli precedenti al suo best seller (best seller tra l'italiano medio o gli intellò, non certo a Scampia).

Risibili e probabilmente frutto di egocentrismo sono poi le sue sparate sull'"Oscar a Gomorra negato per colpa della camorra" etc... quando i Casalesi -parliamo di veraci napoletani, non di austeri siciliani- non avrebbero probabilmente aspettato altro che di ammirarsi sul grande schermo anche negli States, gloriandosi delle loro gesta.

Rispetto a chi specula sulla camorra e sulla mafia con filmetti o libercoli, almeno i mafiosi e i camorristi, nella loro crudeltà seppur ormai avant pop tra Beretta 92 e canzoni neomelodiche, hanno una loro grandezza. Seppur per i loro turpi scopi, loro la vita la rischiano veramente. Come la vita di chi sopravvive allo Zen e a Scampia, in una povertà morale a noi inimmaginabile, è molto lontana di chi -scortato o meno- calca, e non nel terrore, non i corridoi lastricati di immondizia e siringhe delle "Vele", ma la Hall of Fame di Hollywood e i salotti di Fazio.

Caro Roberto, ricordati del sarto

Una citazione rovina il ritmo, spezza l’incantesimo, intralcia la lettura. Saviano scrive con una penna che scivola veloce, senza pause e senza incertezze: racconta, narra, romanza. Non sapremo mai quanto di vero c’è in «Gomorra» e quanto sia puro artificio narrativo. Chissenefrega, in fondo. Romanzo, saggio, inchiesta, reportage: a un buon libro non si danno etichette. Il suo ha raccontato per la prima volta la camorra come nessun altro: ha trasformato un argomento che si trascinava stancamente sulle pagine dei giornali in un «soggetto» da stampa internazionale, poi da documentari e film. Ca-sa-le-si. Scandito, come mai prima. Quanti a Codroipo sapevano prima di Gomorra chi fossero e che cosa facessero? Saviano conosce la scrittura e la lettura: non può essere andato in ogni singolo posto raccontato nel suo libro, non ha potuto assistere a ogni scambio, traffico o fatto che descrive in prima persona. Ha preso spunto dall’attualità, dai documenti dei magistrati, dagli atti dei processi e può aver succhiato anche da articoli di giornale. Non c’è niente di male, di più: ha fatto bene. Perché chi vive ogni giorno quella realtà e la racconta in un trafiletto a pagina 15, in quelle trenta righe per un delitto che non si negano mai a un morto ammazzato o a un’operazione antimafia o a un sequestro di droga, trova una miniera di informazioni che messe insieme diventano un romanzo. C’ha messo la testa, Saviano. C’ha messo la penna. Quella che forse, un cronista non ha. Se ha copiato, se s’è ispirato, se ha usato il lavoro di altri per se stesso non ha sbagliato. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ora un processo stabilirà se c’è stato o meno plagio, se è vero o no che abbia copiato articoli di Simone Di Meo, un giornalista di Cronache di Napoli. Anche se l’avesse fatto nessuno tolga a Saviano i suoi numeri: vendere milioni di copie è un miracolo e convincere milioni di persone a leggere di Camorra è un miracolo al quadrato. Però cambia qualcosa. Cambia che Saviano sa quanto faticano i cronisti delle terre di mafia, sa che ci sono giornalisti che ogni giorno subiscono i ricatti e le intimidazioni che lui ha subito. Lui sa perché una storia così l’ha scritta in «Gomorra»: è quella del Sarto che cuce vestiti per conto terzi poi vede la notte degli Oscar e scopre che il suo vestito è finito addosso ad Angelina Jolie e lui, creatore di quella meraviglia non ha neanche un titolo nella coda della notte più magica della tv. Quel creatore di bellezza decide per reazione di diventare un autista di Camorra. Chi lavora ogni giorno per uno stipendio normale, ma rischia la vita per un articolo, è come il Sarto.
Saviano non può dimenticare. Lui ha avuto la protezione di un mondo grande, di editori, giornali, politici, magistrati. Gli altri no. Citare una come Rosaria Capacchione, la cronista del Mattino da anni minacciata dalla Camorra, è un atto di umanità oltre che di giustizia. Saviano ha avuto due anni per rendere a Di Meo l’onore: bastava un’intervista, una riga in un articolo, una citazione nel libro. Ha avuto palcoscenici, pagine di quotidiani e settimanali. Bastava dire la verità: «Ho scritto un romanzo basato su fatti veri e di questi fatti hanno scritto, oltre me, tizio, caio e sempronio». Prendere il lavoro di altri non è un furto, può essere un’ispirazione. Saviano e i savianisti hanno caricato di valore sociale «Gomorra». Se ce l’ha il libro, non può averla l’autore. Una citazione non costa niente. È giustizia, quella che Saviano avrebbe chiesto per sé. Quella che avrebbero chiesto tutti gli altri.

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».

Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.

In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

domenica 15 marzo 2009

Piero Pelù, concerto, "teatro civile", CGIL e cassaintegrati: ci mancava proprio un altro Beppe Grillo...




Sentivamo proprio la necessità di un altro Beppe Grillo, che si occupi, come fa Pelù nel suo utlimo tour concerto-teatro, di temi come Mussolini, la P2, Berlusconi... e siccome un artista alla domanda "che fare?" sulla disoccupazione deve dare una risposta, al posto di donare un pò di $$$ ai poveri disoccupati, prelevandoli dalle sue più che discrete royalties, che fa? Ma certo, gli "dà voce" portandoseli per i "15 minutes of fame" sul palco, courtesy della CGIL che glieli deporta sul palco. Eh, la kultura italiana, quali vertici tocca... ecco un altro che ha scoperto come in Italia i tribuni della plebe fanno più soldi che non gli strimpellatori... e come da foto, la CGIL non ha mai perso tempo nello strumentalizzare vivi e morti, infanti e vecchietti, tutti abili e arruolati per la "causa"...


ROMA - Dopo un lungo tour estivo che l’ha visto protagonista in tutte le più importanti arene e piazze italiane nell’estate 2008, Piero Pelù presenta per la prima volta un avventuroso e poliedrico spettacolo che unisce la sua musica al teatro. Collabora con lui firmando anche la regia Sergio Bini in arte BUSTRIC, autore, regista, attore a livello mondiale (www.bustric.com). La sceneggiatura dello spettacolo, basata sui temi delle 21 canzoni della scaletta, è scritta a quattro mani da Pelù e Bustric così come la scenografia che sarà ispirata al futurismo e a Calder. Uno spettacolo di grandi emozioni, atmosfere ed energia che metterà in rilievo le capacità vocali interpretative e vocali di Piero.Piero Pelù eseguirà sia le canzoni del repertorio Litfiba (alcune mai suonate dal vivo prima d’ora) sia quelle appartenenti al suo repertorio da solista, con nuovi arrangiamenti per lo spettacolo.Il “FENOMENI TOUR TEATRALE 2009” sarà anche luogo in cui concretizzare la solidarietà. In ogni data del tour infatti, saranno ospitati cinque lavoratori di aziende in difficoltà economiche, per offrire loro la possibilità di testimoniare un momento storico particolarmente difficile per il mondo del lavoro.

sabato 14 marzo 2009

Quando la pedofilia diventa spregiudicatezza chic? Ma ovviamente se ci sono di mezzo Sartre e Simone de Beauvoir...




Una notizia "oldie but goldie" sull'intellò preferito dai radicalchic, worldwide:

SARTRE E SIMONE ' MANGIABAMBINE'

Repubblica — 05 febbraio 1993 pagina 27 sezione: CULTURA

Parigi - Tutti conoscono la teoria degli "amori contingenti", che suppongono due attori principali e uno subalterno, concepita e messa in pratica da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Tuttavia finora ne era circolata un' unica versione - la loro - attraverso i loro scritti e le rispettive biografie. Oggi Bianca Lamblin, più nota sotto lo pseudonimo di Louise Védrine, narra la propria esperienza di questi amori triangolari ne Mémoires d' une jeune fille dérangée (il titolo parafrasa quello di una celebre opera della stessa Beauvoir) che uscirà la settimana prossima da Balland. Un terribile atto d' accusa: desterà di certo un immenso scalpore. Rompendo cinquant' anni di silenzio, l' autrice, che dichiara agire "non per desiderio di vendetta", ma per ristabilire la verità, afferma di essere stata vittima da minorenne "degli impulsi dongiovanneschi" di Sartre e dell' "ambivalente e losca protezione" della Beauvoir, accusando quest' ultima di aver svolto il ruolo di mezzana per procurare al suo compagno "carne fresca", ovvero giovani fanciulle da lei "pregustate" prima di rifilargliele. Recitavano insomma una versione volgare de Les liaisons dangereuses, dissimulando la loro perversità l' uno sotto l' apparenza del filosofo bonario,l' altra della donna austera. Ma veniamo ai fatti precisi. Ebrea polacca, nata a Lublino nel 1921, Bianca Bienenfeld (è il suo cognome da ragazza) emigra con la famiglia a Parigi quando è ancora in fasce. Sarà una bambina fragile e un' adolescente magrolina e anemica, ma molto sveglia e curiosa di tutto. Ha 16 anni quando la Beauvoir diventa la sua professoressa di filosofia al liceo Molière. Immediatamente è soggiogata dalla sua intelligenza e dal suo carattere volitivo, e l' idealizza. I loro rapporti derivano ben presto verso un' amicizia intima. Fuori di scuola maestra e allieva si ritrovano nei caffè, fanno lunghe passeggiate assieme. La prima spiega la propria concezione dell' amore, che condivide con Sartre: soprattutto niente matrimoni e niente figli - sono troppo ingombranti -, ma libertà totale per vivere ognuno le proprie avventure sentimentali e sessuali, a condizione di raccontarsi tutto e di non mentire mai. Sotto la sua influenza la discepola rinuncia ai propri pregiudizi in favore della castità e contro l' omosessualità. Una volta preparato psicologicamente il terreno, Simone passa all' attacco. Per festeggiare il suo successo all' esame di maturità invita Bianca per un' escursione nel Morvan. Così una notte esse si ritrovano in un piccolo villaggio, in una squallida stanza priva di elettricità. Quella notte avverranno i loro primi approcci fisici, ancora timidi, ma sufficienti per svegliare la sensualità dell' adolescente. Fino ad allora Bianca non ha conosciuto Sartre. Sarà Simone a suggerirle di incontrarlo in un caffè per sottoporgli certi quesiti filosofici. Lui l' accoglie cortesemente e risponde con precisione pedagogica. Si rivedranno durante le vacanze invernali, questa volta in compagnia del "Castoro", in un alberghetto del Mont d' Arbois: la coppia adulta condivide una stanza matrimoniale, la ragazzina dorme nel bagno adiacente. Da quel momento il filosofo, che ha 34 anni, mentre Bianca ne ha 17, comincia a farle una corte assidua. La chiama la sua ape, il suo toporagno, la sua scimmietta. La seduce con un frasario immaginifico, contrastante con la sua autorità di mentore. Un giorno la trascina in un albergo, lo stesso dove alloggia il Castoro, ben deciso a "consumare". Per la ragazza ancora vergine, che non si è mai mostrata nuda davanti a un uomo, sarà un' esperienza traumatizzante. La bruttezza di Sartre e la sua mancanza di sensibilità amorosa - nessun trasporto, nessun gesto spontaneo - la paralizzano. Lui le spiega l' anatomia e i meccanismi dell' atto sessuale come un docente di scienze naturali, prima di passare all' azione come se intendesse praticare un intervento chirurgico su una vittima passiva. Dopo questa prima prova disastrosa, Bianca rimarrà frigida per tutta la durata della loro breve relazione. "La mescolanza di brutalità, di cafonaggine, di freddezza fisica, di pedanteria e di rozzezza di Sartre", dichiarerà cinquant' anni dopo, "ha inibito a lungo in me qualsiasi possibilità di soddisfazione sessuale normale". Tant' è vero che dovrà andare in analisi da Lacan. Riuscirà a superare questo trauma solo grazie all' amore a alla pazienza del suo futuro marito, Bernard Lamblin, un brillante allievo di Sartre, e all' affetto che proverà per le sue due bambine. Ma resterà sempre fragile. Nel frattempo i suoi rapporti con Simone proseguono con alti e bassi. Nonostante sia lei a tenere le redini del "terzetto", il Castoro soffre di crisi di gelosia, che dissimula accuratamente. Passa allora alla riconquista della sua candida rivale, la quale ritrova nelle sue braccia un piacere mai provato in quelle di Sartre. Ben presto la guerra interrompe però queste ambigue relazioni triangolari. Sartre è mobilitato, poi fatto prigioniero. Separata dai suoi uomini - Jean-Paul, il compagno ufficiale, e il "piccolo Bost", amante di secondo grado - Simone gravita ora in un universo esclusivamente femminile, cercando di dividere il suo tempo fra le sue tre giovani predilette, Olga Kosakiewicz, Nathalie Sorokine e Bianca. Ma quest' ultima è troppo ossessionata dai rischi che può correre in quanto ebrea (sposando nel 1941 Bernard Lamblin, francese di razza ariana, riuscirà personalmente a sfuggire alle persecuzioni antisemite, ma soffrirà molto della morte di una parte della sua famiglia deportata ad Auschwitz). Ora il Castoro non capisce la sua angoscia, anzi la deride. "Vaticina come una Cassandra, esitando fra il campo di concentramento e il suicidio", scrive al riguardo in una lettera del 1940. A questo punto Bianca decide di rompere i ponti con lei e al tempo stesso di bruciare tutte le lettere di Sartre, almeno quelle che non ha imprudentemente affidato al Castoro. Gesto simbolico per consacrare la fine del "nauseabondo terzetto". Ciò nonostante, dopo la Liberazione, riprenderà contatto col Castoro. I loro rapporti sono in apparenza più sereni, ma inquinati dal rifiuto di evocare i malintesi del passato. Tuttavia, poco prima di morire, Simone spezzerà il silenzio per rivolgere all' amica un' ultima domanda: "Che ne pensi di tutta la nostra storia?". Dopo un attimo di esitazione questa le risponde: "Mi avete fatto molto male. Per causa vostra il mio equilibrio mentale rischiò di essere distrutto, la mia vita avvelenata. Ma senza di voi non sarei diventata quella che sono: mi avete iniziato alla filosofia, aperto più vasti orizzonti. Perciò bene e male si equivalgono". Ma quattro anni dopo la morte di Simone, avendo letto nel suo Diario di guerra e nelle sue Lettere a Sartre pubblicati postumi certe riflessioni ingiuriose al suo riguardo, si è ricreduta e ha deciso di replicare. "In definitiva Sartre e Simone de Beauvoir mi hanno fatto soltanto del male", è la conclusione amara e implacabile di questo libro di vendetta. - di ELENA GUICCIARDI