Dante Virgili, nel 1970: "Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York" ... “Tant’è, non si può andare contro il proprio tempo. Come se fossero vittime solo i morti gassati non quelli arsi con le bombe al fosforo. E gli atomizzati in Giappone. Già, non fu un crimine. Ma quei lanci si ritorceranno presto su di loro, eh eh ALTRE Enola Gay. Mi lecco le labbra pensando all’ammasso di pietre cui si ridurranno le loro città. Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York”
sabato 16 agosto 2014
Dante Virgili, nel 1970: "Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York" ... “Tant’è, non si può andare contro il proprio tempo. Come se fossero vittime solo i morti gassati non quelli arsi con le bombe al fosforo. E gli atomizzati in Giappone. Già, non fu un crimine. Ma quei lanci si ritorceranno presto su di loro, eh eh ALTRE Enola Gay. Mi lecco le labbra pensando all’ammasso di pietre cui si ridurranno le loro città. Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York”
“Di tutte le scene d’orrore della guerra che si siano mai mostrate al mondo, l’ospedale di Sebastopoli offrì quella più straziante e rivoltante. Entrando da una di quelle porte, fui testimone di una visione che pochi uomini, grazie a Dio, hanno mai osservato: … i cadaveri decomposti e putrescenti dei soldati, lasciati a morire nella loro estrema agonia, senza cure, senza assistenza, ammucchiati il più stretto possibile… saturi del sangue che colava e stillava sul pavimento, filtrando tra il pus. Molti giacevano, ancora in vita, con le ferite infestate di vermi. Molti, resi quasi folli da ciò che avevano attorno, o cercando rifugio da esso, erano riusciti nonostante le sofferenze a rifugiarsi sotto ai letti, e da lì spiavano noi agghiacciati spettatori. Molti, con le braccia e gambe spezzate e fratturate, le ossa rotte fuoriuscenti dalla viva carne, imploravano aiuto, acqua, cibo, o pietà, o, non potendo parlare a causa dell’avvicinarsi della morte o da terribili ferite alla testa o al torace, puntavano alle loro ferite letali. […] I corpi di diversi uomini si erano gonfiati sino a livelli incredibili: e i connotati che si erano distesi sino a proporzioni mostruose, con occhi che sporgevano dalle orbite, e lingue nerastre protrudenti dalle bocche, schiacciate dai denti serrati nei rantoli della morte, costringevano a rabbrividire e distogliere lo sguardo”
Da O. Figes, Crimea, 1853-1856.
Da O. Figes, Crimea, 1853-1856.
“I francesi, i tedeschi, gli americani da tempo non hanno più nessuna energia. Ho avuto molte occasioni per convincermene. Non sentono più la vita. Il futuro appartiene ai talebani, ai turchi, basta guardare come se le danno, ai curdi, a tutta questa folla selvaggia di individui sospetti che gli europei disdegnano e non capiscono. L’Europa è già morta, stanca e profondamente cambiata, perciò tutte quelle splendide fichette di rue du Petit Musc è inutile che sbattano le ciglia. Ci vorrebbe un ceceno che gli s’infili nella mutande per insegnar loro a rigar dritto"
Da il Libro dell’acqua di Eduard Limonov.
Da il Libro dell’acqua di Eduard Limonov.
"I miei noiosi colleghi letterati, anche i migliori tra loro, non hanno capito e si ostinano a non capire quanto l'essermi lanciato nella guerra e nella politica abbia ampliato le mie possibilità. Il nuovo senso estetico era quello che nasceva sfrecciando per una città bruciata sopra la corazza di un carro armato circondato da giovani belve con fucili d'assalto".
Eduard Limonov.
Highway of Death, Kuwait 1991
"Se non fotografassi questo, gente come mia madre penserebbe che la guerra sia quella che si vede in TV". Kenneth Jarecke, fotogiornalista, Autostrada della morte, Kuwait 1991.
"E' proprio un peccato, ed è ben strano, che il male fosse così bello?”
“Non mi dimenticherò mai quel giovane carrista SS che imburrava calmo la sua fetta di pane con il piatto della lama del suo pugnale, non degnandoci di uno sguardo. Attorno a lui stagnava un odore di guerra. Di tela sudata, di cuoio, d’olio e di grasso tiepido. E se ci avesse offerto dei pugnali, delle uniformi della nostra taglia, e se ci avesse fatto sedere ai comandi di quell’enorme giocatolo, cosa avremmo fatto dei nostri quaderni e libri di scuola? Un allegro falò, probabilmente. Ma era tedesco, come è francese, venti anni dopo, quel paracadutista che non presta alcuna attenzione ai bambini di questo villaggio della Cabilia. Una ragazza si è fermata per guardare l’SS con la Testa di morto. Lui ha alzato gli occhi, lei ha abbassato i suoi, ed è ripartita tutta impettita e fiera. Lui ha sorriso, seguendola con lo sguardo. Forse la ragazza avrà osato pensare che è proprio un peccato, ed è ben strano, che il male fosse così bello?”
Jean Cau, Le meurtre d’un enfant, 1965.
"A casa sentivo la radio. La voce del Duce e quella del Führer. Dal mio letto sentivo i soldati tedeschi nelle trincee cantare in coro Lili Marlene e altri Lied. Tutta la grande musica corale tedesca l'ho appresa dalle trincee via radio. Altro che Santa Cecilia o La Scala. Era la loro 'musica di perdizione'. Canti ipnotici 'che uccidevano il pensiero e attutivano il dolore'. Non prendevo sonno apposta per ascoltarli questi canti. Erano demoni, e cantavano come angeli. Per me valevano non una, ma tre guerre mondiali".
Carmelo Bene.
Carmelo Bene.
"Dedico questo libro ai Mani di Apollonio di Tiana, contemporaneo di Cristo, e a quanto può restare di Illuminati autentici in questo mondo che se ne va.
E per sottolineare la sua inattualità profonda, il suo spiritualismo, la sua inutilità, lo dedico alla anarchia ed alla guerra per questo mondo.
Lo dedico infine agli Antenati, agli Eroi nel senso antico ed ai Mani del Grandi Morti".
Antonin Artaud, Eliogabalo, 1934.
E per sottolineare la sua inattualità profonda, il suo spiritualismo, la sua inutilità, lo dedico alla anarchia ed alla guerra per questo mondo.
Lo dedico infine agli Antenati, agli Eroi nel senso antico ed ai Mani del Grandi Morti".
Antonin Artaud, Eliogabalo, 1934.
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