E-book: Norimberga o la terra promessa

Norimberga o la terra promessa, di Maurice Bardèche

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Prefazione
Abbiamo trovato affascinante questo lavoro di Bardèche,
un’opera che, a differenza di molte, non subisce l’oltraggio del
tempo e che, anzi, il volgere degli anni rende sempre più fresca
e vitale. Le sue geniali intuizioni, o forse sarebbe più corretto
definirle lucide deduzioni, hanno dell’incredibile. Egli
aveva, infatti, compreso, con anni, decenni di anticipo, la portata,
sciagurata ed immane, del mito di Norimberga.
L’immigrazione selvaggia, la globalizzazione dei mercati, la
guerra del golfo, la dubbia politica del fondo monetario internazionale
e l’intervento “umanitario” nel Kossovo non sono
altro che lo stato “in essere” di quanto l’autore aveva individuato,
“in potenza” 50 anni orsono. Nessuna sfera di cristallo
lo aveva aiutato nella stesura della sua opera, solo la sua intelligenza.
Le premesse esistevano, esistevano tutte, Bardèche ha
saputo coglierle. Norimberga ossia la Terra Promessa. Le
messi abbondanti di questo nuovo mondo ci sono state, e ci
sono, generosamente donate. L’avarizia non è difetto imputabile
ai suoi “grandi sacerdoti” e la carestia è parola priva di significato
in quella terra benedetta, vivificata dai … signori di
Norimberga, da quei Jackson, l’uno giudice e l’altro effigie su
banconote a corso legale, che tanto hanno fatto per lei e, purtroppo,
per noi. Era stata da poco “scoperta”, non era trascorso
che un lustro dal radioso evento e già i suoi preziosi frutti venivano
donati all’autore del libro, reo di aver levato uno
sguardo libero, non servile, su quei lidi. Un dono modesto se
paragonato a quelli elargiti nel periodo eroico, ma un po’ rozzo,
della fondazione e a quelli che nel corso degli anni saranno,
puntualmente, offerti.
Un anno di carcere e 50.000 franchi di multa, non un gran ché,
a ben vedere, per chi si considerava “un ècrivain fasciste” ed
era profondamente, razionalmente e visceralmente, grazie a
Dio, politically un-correct.
L’editore

Premessa
Ci sono libri del cui specifico retroterra ideologico non si sottoscriverebbe
neppure una sillaba e di fronte ai quali, tuttavia,
ci si deve inchinare. Nuremberg ou La Terre Promise è uno di
questi. Le autorità lo fecero sequestrare al suo apparire, ancora
oggi ne è proibita in Francia la ristampa ed esso valse la galera
all'autore. Ma la nobiltà di cui Bardèche era partecipe era
quella di Voltaire che rivendica la memoria di Lally-Tolendal
e di Calas e quella di Zola che prende le difese di Dreyfus.
Negli stessi giorni in cui egli lo scriveva, l'argomentazione
centrale di esso, la critica, cioè, e la ripulsa della farisaica parodia
di giustizia messa in scena dai vincitori a Norimberga,
parodia al riparo della quale costoro consumavano la loro vendetta
su dei vinti che l'iniquità tramutava, da colpevoli quali
erano (quantunque non più colpevoli dei vincitori), in vittime,
si trovava a corrispondere al pensiero di Benedetto Croce. E a
Croce quel pensiero ispirava un indignato discorso alla Costituente.
Passano gli anni e di quel discorso non ci si ricorda più.
Allora può succedere che un tizio, un francese, un mostro di
erudizione o supposto tale, un tizio che però, come la quasi
generalità dei suoi conterranei, ha un'idea penosamente orecchiantistica
dello stato e delle tendenze della nostra cultura,
creda di ingraziarsi il lettore italiano di oggi mettendo avanti
proprio il nome di Croce nella prefazione di un libro in cui, fra
le altre cose, si può leggere, in un linguaggio spirante pacatezza
ed equanimità, l'apologia del tribunale militare internazionale
e della sua procedura da cannibali. E il lettore italiano non
si rende conto dell'incongruità, dato che quel discorso è immeritatamente
finito nel dimenticatoio.
Norimberga. Quell'opera di ingiustizia era anche opera di
menzogna. Oggi lo si può dire e dimostrare anche più esaurientemente
di mezzo secolo fa e più, perché Norimberga, che
è parecchie cose insieme, è anche la macchina di propalazione
della leggenda dello sterminio e dei sei milioni. Per certi
aspetti le pagine che Bardèche dedicava a questo punto sulla
scorta dell'informazione estremamente frammentaria disponi9
bile a quel tempo sono esemplari. Mostrano che perfino allora
era possibile dubitare: bastava non permettere che nel proprio
foro interiore la voce della ragione venisse sopraffatta dal frastuono
della più sospettabile delle propagande. Nuremberg fa
di Bardèche uno degli antesignani del revisionismo olocaustico;
in carcere egli sarà fra i primi lettori del Mensonge
d'Ulysse di Rassinier e se ne servirà per la preparazione della
propria autodifesa.
E Nuremberg è molte altre cose ancora. Si può, lo ripetiamo,
non concordare minimamente con le premesse ideologiche di
Bardèche. Ma il suo ripristino di alcune evidenze testimonia di
una pulizia morale e intellettuale in cui è raro imbattersi. Per
certi versi quello che viene qui riproposto è anche un libretto
profetico: la globalizzazione vi è descritta con un anticipo di
più decenni. E non è attualissima la questione della sinistra
«ingerenza umanitaria »?
Ed è, Nuremberg, un'estrema espressione letteraria di un filone
tutto francese che sembra paradossale, ma non lo è, vedere affiorare
in colui che si considerava « uno scrittore fascista »: il
filone del socialismo proudhoniano, che era anch'esso un nazional-
socialismo; ed era stata una sorta di bizzarria della storia
a realizzare il paradosso di portarlo a convergere, quel filone,
con tutt'altro nazionalsocialismo. Ma sarebbe, questo, un
discorso lungo e complesso. Accontentiamoci di constatare
che l'ascendenza proudhoniana era una fra quelle che permettevano
allo « scrittore fascista » di considerare le cose senza
venir meno, a differenza di tanti a lui vicini, agli imperativi
nascenti da un senso di umanità che gli faceva onore.
H.d.B.
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Cenni biografici
La critica letteraria e la politica sono stati i grandi amori "intellettuali"
di Bardèche. In entrambi i campi i suoi scritti hanno
lasciato un segno personalissimo e dal difficile oblio, merito
anche di uno stile raffinato, elegante, e di una grande lucidità
di pensiero, sempre accompagnata da un'onestà non comune.
Alcuni saggi su Proust, Flaubert, Stendhal, Celine e
l'amato Balzac fanno del loro autore uno dei maggiori studiosi
della letteratura francese. Norimberga ossia la terra promessa,
sull'altro versante, occupa un posto di grande rilievo e lo consacra
tra i fondatori del revisionismo contemporaneo. Condannato,
per questo suo lavoro, ad un anno di reclusione, trascorse
in carcere alcune settimane. Dopo il suo rilascio fondò la rivista
Défance de l'Occident che darà ospitalità agli scritti di Rassinier
e Faurisson, permettendo così al revisionismo di crescere
e irrobustirsi. Già nel 1948 aveva fondato la casa editrice
Les Sept Couleurs un omaggio e una necessità al contempo. La
necessità di esprimere le sue idee, di far sentire la sua voce e
quella di altri, un omaggio, anche nel nome, a Brasillach, il
"poeta assassinato", quel Brasillach che era stato non solo suo
cognato, ma anche e soprattutto l'amico di sempre, il fratello
d'elezione. Maurice Bardèche ci ha lasciato, all'età di 91 anni,
il 30 luglio 1998.
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Epigrafe
Salomone contò tutti gli stranieri che erano nel paese d'Israele e il
cui censimento era stato già fatto da David, suo padre. Erano centocinquantatremilaseicento.
Ed egli ne prese settantamila per portare i carichi,
ottantamila per tagliare le pietre della montagna e tremilaseicento per sorvegliare
il popolo e farlo lavorare.
Secondo libro delle "Cronache".2,17-18
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Prima Parte
Io non difendo la Germania: difendo la verità. Non so se la verità
esista ed anzi molte persone si affannano a dimostrarmi
con ragionamenti che non esiste affatto, ma so che la menzogna
esiste, che esiste la deformazione sistematica dei fatti. Noi
viviamo da tre anni su un "falso" della storia. É un'abile falsificazione
che dapprima accende la fantasia e si appoggia quindi
sulla cospirazione delle fantasie stesse. Si è cominciato col
dire: ecco tutto ciò che avete sofferto. E poi: ricordatevi di
tutto ciò che avete sofferto. È stata perfino inventata una filosofia
di questo falso, la quale ci spiega che la nostra realtà di
allora non ha alcuna importanza, ma soltanto conta "l'immagine"
che ne appariva. Sembra che tale trasposizione sia "l'unica
realtà ". Il gruppo Rotschild viene promosso così ad esistenza
metafisica. Io credo stupidamente alla verità: credo, perfino,
che essa finisca col trionfare su tutto ed anche sull'immagine.
Il destino precario del falso inventato dalla resistenza ce ne ha
già fornito la prova. Oggi il blocco e' spezzato i colori si scrostano:
i cartelloni pubblicitari durano poco tempo. Ma allora,
se la propaganda delle democrazie ha mentito per tre anni su di
noi, se ha travisato le nostre azioni, come crederle quando ci
parla della Germania? Non può aver falsificato la storia dell'occupazione
nello stesso modo con cui ha presentato falsamente
il comportamento del governo francese? L'opinione
pubblica comincia a rettificare il suo giudizio sull'epurazione.
Non dobbiamo chiederci se non debba farsi la medesima revisione
sulla condanna pronunciata dai medesimi giudici a Norimberga?
Non e' per lo meno onesto, ed anzi necessario, porci
questo quesito? Se il provvedimento giudiziario che ha colpito
migliaia di francesi è impostura chi ci prova il contrario per
quello da cui sono stati colpiti migliaia di tedeschi? Abbiamo
il diritto di disinteressarcene? Potremo sopportare che migliaia
d'uomini, in questo momento, soffrano e si ribellino al nostro
rifiuto di testimoniare, alla nostra viltà, alla nostra falsa pietà?
Essi respingono la camicia di forza che vogliamo imporre alla
loro voce e al loro passato: sanno che i nostri giornali mento14
no, i nostri scrittori mentono; lo sanno e non lo dimenticheranno.
Lasceremo che su di noi cada il loro sguardo di giusto disprezzo?
Sappiamo bene che tutta la storia di questa guerra e'
da rifare: rifiuteremo il nostro apporto alla verità? Abbiamo
visto questi uomini installati nelle nostre case e nelle nostre
città: essi sono stati i nostri nemici e, cosa molto più crudele, i
nostri padroni. Questo fatto non toglie loro il diritto che tutti
gli uomini hanno alla verità e alla giustizia; il loro diritto all'onestà
degli altri uomini. Hanno combattuto coraggiosamente,
hanno subito il destino della guerra che avevano accettata:
oggi, distrutte le loro città, abitano tra le rovine, non possiedono
più nulla, vivono come mendicanti di ciò che il vincitore
largisce loro, i bambini muoiono e le figlie sono preda dello
straniero: la loro miseria va oltre l'immaginazione umana. Rifiuteremo
loro il pane e il sale? E se questi mendicanti di cui
stiamo facendo dei proscritti fossero in definitiva uomini come
noi? Se le nostre mani non fossero più pure delle loro e le nostre
coscienze non fossero più limpide delle loro coscienze? Se
ci fossimo sbagliati? Se ci avessero mentito? Tuttavia su questa
sentenza senza possibilità di appello, i vincitori ci chiedono
di fondare il dialogo con la Germania, o piuttosto di rifiutarlo.
Si sono impadroniti della spada di Geova e hanno scacciato il
tedesco dalle terre umane. La rovina della Germania non bastava
ai vincitori. I tedeschi non sono soltanto dei vinti, sono
dei vinti speciali. In loro è stato vinto il Male: bisogna persuaderli
che sono dei barbari, "i barbari ". Tutto ciò che stava accadendo,
l'ultimo grado della miseria, una desolazione da diluvio
universale, la patria sprofondata come Gomorra ed essi
soli, erranti, attoniti, in mezzo alle rovine come all'indomani
della fine del mondo, bisognava insegnar loro che era "fatto
bene", come dicono i bambini. Era una giusta punizione del
cielo. I tedeschi dovevano sedere sulle loro rovine e battersi il
petto perché "erano stati dei mostri". Ed è giusto che le città
dei mostri siano distrutte e così le loro donne e i figlioletti. E
la radio di tutti i popoli del mondo, e la stampa di tutti i popoli
del mondo, e milioni di voci da tutte le parti del mondo, senza
eccezione, senza note false, si misero a spiegare all'uomo assi15
so sulle rovine perché era un mostro. Questo libro è rivolto a
quei reprobi. Bisogna che sappiano che non tutto il mondo ha
accettato ciecamente il verdetto dei vincitori : un giorno o l'altro
verrà il tempo di appellare. I tribunali formati con la vittoria
delle armi pronunziano soltanto sentenze effimere. L'opportunismo
politico e la paura revocano già questi giudizi. La
nostra opinione sulla Germania e sul regime nazionalsocialista
è indipendente dalle contingenze attuali. Nello scrivere questo
libro, abbiamo una sola ambizione: quella di poterlo rileggere
tra quindici anni senza vergogna. Quando ci sembrerà che
l'esercito tedesco e il partito nazionalsocialista abbiano commesso
dei delitti, naturalmente li chiameremo delitti. Ma
quando giudicheremo che le accuse portate contro di loro siano
frutto di sofismi e di menzogne, denunceremo quei sofismi
e quelle menzogne. Tutto ciò somiglia un po' troppo a un'illuminazione
di teatro: si puntano i riflettori e s'illumina una scena,
il resto rimane in ombra. É ora di accendere i lampadari e
di guardare in faccia gli spettatori. In via preliminare, osserviamo
subito che il processo fatto alla Germania, o più esattamente
al nazionalsocialismo, ha una base solida, molto più solida
di quanto sia generalmente creduto. Soltanto non è quella
proclamata. Le cose, per la verità, sono molto più drammatiche
di come vengono prospettate; il fondamento dell'accusa, il
movente dell'accusa è molto più angoscioso per i vincitori.
L'opinione pubblica e i mandanti delle potenze vincitrici affermano
dì essersi eretti a giudici quali rappresentanti della civiltà
! É la spiegazione ufficiale, ed anche il sofisma ufficiale,
giacché si prende per principio e base sicura proprio ciò intorno
a cui verte la discussione. Soltanto alla fine del processo
aperto tra la Germania e gli alleati si potrà dire da quale parte
la civiltà fosse. Non certo al principio, e soprattutto non è una
delle parti in causa che potrà dirlo. Gli Stati Uniti, l'Inghilterra
e l'URSS hanno spostato i loro giuristi più sapienti per sostenere
un ragionamento da bambini: "Da quattro anni la nostra
radio ripete che siete dei barbari, siete stati vinti, dunque siete
dei barbari". Giacché è evidente che il signor Shawcross, il signor
Jackson e il signor Rudenko non fanno altro, quando dal
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pulpito di Norimberga si appellano all'indignazione unanime
del popolo civile, indignazione provocata, sostenuta, condotta
dalla loro propaganda e che può essere diretta come una nube
di cavallette su qualsiasi forma di vita politica a loro non accetta.
Ora, cerchiamo di vederci chiaro, di non prendere abbagli.
Quell'indignazione prefabbricata è stata per lungo tempo
ed è ancora il principale fondamento dell'accusa contro il regime
tedesco. L'indignazione del mondo civile impone il processo,
ne guida la condotta, e, infine, tutto: i giudici di Norimberga
sono soltanto i segretari, gli scribi di quella unanimità.
Ci mettono a forza occhiali rossi e c'invitano subito dopo a dichiarare
che le cose sono rosse. Ecco un programma d'avvenire
i cui meriti filosofici non siamo riusciti fino ad ora a catalogare.
La verità è tutt'altra. Il fondamento vero del processo di
Norimberga, quello che nessuno ha mai osato designare, temo
sia la paura: è lo spettacolo delle rovine, il panico del vincitore.
"Bisogna che gli altri abbiano torto". É necessario, perché
se per caso essi non fossero stati dei mostri, quale peso immane
avrebbero le città distrutte e le bombe al fosforo. L'orrore,
la disperazione dei vincitori è il vero motivo del processo. Si
sono velati il viso davanti alla necessità di certe cose e, per infondersi
coraggio, hanno trasformato i loro massacri in crociate.
Hanno inventato a posteriori il diritto al massacro in
nome dell'umanità. Da assassini si sono promossi gendarmi. Si
sa del resto che, da una certa cifra di morti in su ogni guerra
diviene obbligatoriamente una guerra del diritto. La vittoria è
completa soltanto quando, dopo aver forzato la cittadella, si
conquistano le coscienze. Da questo punto di vista il processo
di Norimberga è un mezzo di guerra moderna meritevole di
essere descritto quanto un bombardiere. La stessa cosa era
stata già tentata nel 1918, ma siccome la guerra fu allora soltanto
una costosa operazione militare, bastò rifilare ai tedeschi
la responsabilità dell'aggressione. Nessuno voleva essere responsabile
dei morti. Si accollò tutto ai vinti obbligando i loro
negoziatori a firmare che la Germania era responsabile della
guerra. Ma questa volta, in un conflitto divenuto dalle due
parti il massacro degli innocenti, non bastava ottenere dai vinti
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il riconoscimento dell'aggressione. Per giustificare i crimini
commessi nella condotta della guerra, era assolutamente necessario
scoprirne di più gravi dall'altra parte. Era necessario
assolutamente che i bombardieri inglesi e americani apparissero
come la spada del Signore. Gli alleati non avevano scelta.
Se non affermavano solennemente, se non provavano con
qualsiasi mezzo di essere stati i salvatori dell'umanità, non
erano che assassini. Se un giorno gli uomini cesseranno di credere
alla "mostruosità tedesca", non domanderanno conto delle
città distrutte? Appare dunque evidente l'interesse della propaganda
inglese e americana, e, in minor grado, della propaganda
sovietica, nel sostenere la tesi dei "crimini tedeschi". E apparirà
anche più chiaro osservando che questa tesi, nonostante
il suo interesse pubblicitario, si è fissata tardivamente nella sua
forma definitiva. Da principio nessuno ci credette: le radio si
sforzavano di giustificare l'entrata in guerra, l'opinione pubblica
temeva in verità un'egemonia tedesca, ma non credeva ad
una "mostruosità tedesca". Gli ufficiali, durante i primi mesi
dell'occupazione, dicevano :"Non si ripeterà lo scherzo delle
atrocità tedesche". I bombardamenti di Coventry e di Londra,
primi bombardamenti aerei di popolazioni civili, guastarono
quella fiducia. E, poco dopo, la guerra sottomarina, l'occupazione,
gli ostaggi, le rappresaglie. Le radio allora conseguirono
il primo successo con l'avvelenamento dell'opinione pubblica.
I tedeschi erano mostri perché erano avversari sleali, perché
credevano solo alla legge del più forte. Di fronte a loro stavano
nazioni corrette, sempre battute perché si comportavano
con lealtà. I popoli però non ritennero ancora i tedeschi dei
"mostri", riconobbero i temi di propaganda contemporanei del
Kaiser e alla grossa Bertha. L'occupazione dei territori dell'est
e, contemporaneamente, la lotta intrapresa in tutta Europa
contro il terrorismo e il sabotaggio, fornirono altri argomenti. I
tedeschi erano "mostri" perché da per tutto erano inseguiti dai
loro uccisori. Si montò su un piedistallo il mito della Gestapo:
in tutta Europa gli eserciti tedeschi instaurarono il terrore, le
notti erano popolate d'ossessionanti rumori di passi, le prigioni
erano piene e ad ogni alba risuonavano crepitii di fucili. Il sen18
so di questa guerra diventava chiaro: milioni di uomini, da un
capo all'altro del continente, lottavano per la liberazione dei
nuovi schiavi; i bombardieri si chiamarono "Liberatori". A
quel tempo l'America entrò in guerra. I popoli non credevano
ancora che i tedeschi fossero mostri, ma accettavano già la
guerra come una crociata per la libertà. Fu il secondo stadio
dell'avvelenamento. Queste immagini non corrispondevano
però ancora al voltaggio della nostra attuale propaganda. La
ritirata delle armate tedesche dall'est permise finalmente di
lanciare la parola. Era il momento atteso: il riflusso tedesco
lasciava dei relitti. Si parlò di crimini di guerra e una dichiarazione
del 30 ottobre 1943 permise, con soddisfazione generale,
di segnalare quei crimini all'opinione pubblica e di prevederne
la punizione. Questa volta i tedeschi erano "mostri" sul serio,
tagliavano le mani ai bambini, come sempre si era detto. Non
era più forza: era barbarie. A partire da quel momento, il mondo
civile "proclamava contro di loro i suoi diritti ": giacché
alla fine vi sono pure delle coscienze delicate che non ammettono
di punire la slealtà con i bombardamenti aerei né di
considerare il regime autoritario come un delitto di diritto comune,
mentre tutti sono pronti a castigare severamente i massacratori
di bambini, a metterli fuori delle leggi di guerra. Vi
era flagrante delitto; e fu diffuso e sfruttato. I popoli cominciarono
a pensare che i tedeschi potevano davvero essere mostri e
si giunse al terzo grado d'avvelenamento, il quale consiste nel
dimenticare ciò che si fa ogni notte nelle incursioni, a forza di
pensare rabbiosamente a ciò che avviene ogni giorno nelle prigioni.
A questo si sperava, sin da principio, di condurre le coscienze;
in questa disposizione bisognava mantenerle. E tanto
più era necessario perché poco dopo, nel dicembre 1943, i
metodi di bombardamento cambiarono: invece dì prendere di
mira obiettivi militari, gli aviatori alleati ricevettero ordine di
applicare la tattica del bombardamento a tappeto che distruggeva
città intere. E quelle distruzioni apocalittiche esigevano,
è chiaro, una mostruosità corrispondente. La necessità era così
assoluta che, da quel momento, furono gettate le basi di una
potente organizzazione di controllo dei crimini tedeschi: la sua
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missione fu quella di installarsi sulle orme delle prime ondate
di occupazione, presso a poco come in Russia le formazioni di
polizia seguivano l'avanzata delle truppe blindate. Quest'accostamento
è suggestivo: i tedeschi facevano piazza pulita, gli
americani accusavano, tutti avevano fretta. Come si sa, tali ricerche
furono coronate dal successo. Nel gennaio 1945, furono
scoperti, con un colpo di fortuna, quei campi di concentramento
di cui nessuno sino ad allora aveva sentito parlare, e che
diventarono la prova necessaria, il flagrante delitto allo stato
puro, il "crimine contro l'umanità" che giustificava tutto. Furono
prese fotografie, girati film, fatte pubblicazioni, tutto fu
portato a conoscenza con una pubblicità spaventosa, simile ad
una marca di stilografica. La guerra morale era vinta. La mostruosità
tedesca era provata da quei documenti preziosi. Il popolo
che aveva inventate cose simili non aveva il diritto di lamentarsi
di nulla. E il silenzio fu tale, il sipario fu levato così
abilmente e bruscamente, che non una voce si alzò ad osservare
quanto tutto ciò fosse troppo bello per esser vero. Così fu
affermata la colpevolezza tedesca, per ragioni diversissime secondo
i tempi: l'unica cosa da notare è che tale colpevolezza
aumenta a mano a mano che si moltiplicano i bombardamenti.
Questo sincronismo è di per se stesso abbastanza sospetto, e
dobbiamo accogliere con cautela le accuse di governi i quali
hanno un bisogno così evidente di moneta spicciola. Non è
inutile, forse, osservare un po' da vicino quest'ammirevole
macchina. Innanzi tutto, i più sinceri complimenti ai tecnici
(per la maggior parte ebrei) che hanno orchestrato il programma,
e dopo cerchiamo di vederci chiaro, di riconoscerci in
questo dramma composto di scene a sorpresa, dove le accuse
arrivano proprio al momento giusto come colpi di scena nel
melodramma. Il nostro compito è appunto questo e il mio libro
è soltanto una prima pietra. Esso conterrà più domande che affermazioni,
più analisi che documenti. Ma è già qualche cosa
mettere un po' d'ordine in una materia presentata deliberatamente
in stato di confusione. Il lavoro è stato fatto così bene
che oggi nessuno osa più chiamare le cose con il loro vero
nome. "Mostruosi" si sono detti, a volta a volta, gli atti, gli
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uomini, le idee. Tutte le menti sono adesso colpite da stupore;
legate, inerti, brancolano in un mondo ovattato di menzogne. E
talvolta, quando incontrano alcune verità, se ne allontanano
con orrore perché le verità sono proscritte. Il primo oggetto di
queste riflessioni sarà dunque una specie di restaurazione dell'evidenza.
Questo lavoro di rettifica non deve essere però limitato
ai fatti. Il tribunale di Norimberga ha giudicato in nome
di certi principi, di una certa morale politica. Tutte quelle accuse
hanno il loro rovescio. Ci viene proposto un avvenire
fondato su una condanna del passato. Noi vogliamo veder
chiaro anche in quell'avvenire, vogliamo guardare in faccia
quei principi. Notiamo già anche che questa nuova etica si riferisce
ad un mondo strano, un mondo simile a quello di un
malato, un mondo elastico che i nostri sguardi non riconoscono
più: un mondo però che è quello degli "altri", precisamente
quello presentito da Bernanos quando temeva il giorno in cui
si sarebbero realizzati i sogni racchiusi nel cervello sornione di
un piccolo lustrascarpe negroide del ghetto di New York. Ci
siamo: le coscienze sono adulterate, il giuoco di Circe è riuscito:
siamo diventati tutti ebrei. Cominciamo dunque col descrivere
l'edificio del processo di Norimberga alle cui sommità
s'innalza l'Acropoli della città nuova. Là mettono capo le accuse
là comincia il mondo futuro. La segreteria del tribunale militare
internazionale ha cominciato dall'anno scorso la pubblicazione
del resoconto stenografico del processo di Norimberga.
Questa pubblicazione deve comprendere 24 volumi, in
quarto, di circa 500-700 pagine ciascuno. L'edizione francese
comprende attualmente 12 volumi, che corrispondono soprattutto
ai documenti d'accusa. Questa parte del lavoro ci basta,
giacché l'accusa, con quello che dice, porta su se stessa un
giudizio preciso. Ci sembra inutile udire la difesa. Ricordiamo
innanzitutto un po' d'architettura. Il tribunale militare internazionale
fu deliberato dagli accordi di Londra dell'otto agosto
1945 conclusi tra la Francia, la Gran Bretagna e l'Unione delle
Repubbliche Sovietiche. A quegli accordi erano annessi uno
statuto del tribunale che stabiliva la composizione, il funzionamento,
la giurisprudenza del tribunale stesso e la lista delle
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azioni da considerarsi come criminali. Si seppe dunque per la
prima volta da questo statuto pubblicato l'otto agosto 1945,
che certi atti mai menzionati sinora nei testi di diritto internazionale,
erano considerati come criminali, e che gli accusati
avrebbero dovuto risponderne appunto come tali. Si seppe
inoltre che l'immunità, la quale sempre copre gli esecutori di
ordini, non sarebbe stata presa in considerazione e che il tribunale
avrebbe potuto dichiarare una data organizzazione politica
portata davanti ad esso non un'organizzazione politica, ma
un'associazione di malfattori riuniti allo scopo di perpetrare un
complotto o crimine; tutti i suoi membri quindi potevano essere
trattati come cospiratori e criminali. Il processo si svolse durante
un anno, dall'ottobre 1945 all'ottobre 1946. Il tribunale
era costituito da tre giudici, l'uno americano, il secondo francese,
l'altro russo; e presieduto da un alto magistrato britannico,
Lord Justì ce Lawrence. L'accusa fu sostenuta da quattro
procuratori generali assistiti da quarantanove magistrati minori
in uniforme. Una segreteria importante era stata incaricata di
riunire e classificare i documenti. I capi di accusa furono
quattro: "complotto" (l'azione politica del partito nazionalsocialista
fin dalla sua origine è equiparata ad un complotto);
"crimini contro la pace" (accusa di aver procurato la guerra);
"crimini di guerra" e "crimini contro l'umanità". L'accusa fu
sostenuta mediante una serie d'esposti del pubblico ministero;
ciascuno di tali esposti si basava sulla produzione di documenti
pubblicati dopo il processo. Tutto il mondo sa, poiché la
stampa l'ha spiegato minuziosamente, che gli esposti venivano
letti davanti ad un microfono: dovevano essere pronunciati con
lentezza, ogni frase era separata dalla seguente da una pausa.
Immediatamente i traduttori traducevano. Gli accusati, gli avvocati
e i membri del pubblico ministero disponevano di cuffie
attraverso le quali potevano ascoltare i dibattiti nella propria
lingua, mettendosi sulla lunghezza d'onda corrispondente all'emissione
del proprio traduttore. Questa virtuosità tecnica ha
colpito molto le fantasie e tuttavia, a ben riflettere, non è certo
questa la cosa più sorprendente del processo. Le apparenze
della giustizia furono salvaguardate in modo perfetto. La dife22
sa aveva pochi diritti, ma quei pochi furono rispettati. Qualche
zelante ausiliario del pubblico ministero fu richiamato all'ordine
per essersi permesso di qualificare, prematuramente, gli atti
sui quali doveva fare il proprio rapporto. Il tribunale interruppe
l'esposto del pubblico ministero francese per il suo carattere
sleale e dispersivo, e rifiutò di ascoltarne il seguito. Molti accusati
furono assolti. Le forme infine furono perfette e mai
giustizia più discutibile fu resa con maggior correttezza. Questo
apparato moderno, infatti, come si sa ebbe per risultato di
resuscitare la giurisprudenza delle tribù negre. Il re vincitore
s'insedia sul suo trono e fa chiamare gli stregoni: e lì, davanti
ai guerrieri seduti sui talloni, i capi vinti, vengono sgozzati.
Cominciamo a temere che tutto il resto sia commedia; e il
pubblico, dopo diciotto mesi, non si fa già più ingannare da
questa messa in scena. Vengono sgozzati perché sono stati
vinti. Nessun uomo giusto può negare che le stesse atrocità di
cui li si rimprovera possano essere rimproverate ai comandanti
degli eserciti alleati: le bombe al fosforo valgono i campi di
concentramento. Il tribunale americano che ha condannato
Göring a morte, non ha maggiore autorità agli occhi del mondo,
del tribunale tedesco che avrebbe potuto condannare Roosevelt.
Un tribunale che fabbrica le leggi dopo essersi installato
sul suo seggio, ci riporta ai confini della storia. Nemmeno
al tempo di Chilperico si osava giudicare in questo modo. La
legge del più forte è un atto leale al confronto. Quando il Gallo
grida: Vae victis, per lo meno non crede d'essere Salomone.
Quel tribunale invece è riuscito ad essere un'assemblea dì negri
in colletto duro: è il programma della nostra futura civiltà.
Una specie di mascherata, un incubo: sono vestiti da giudici,
sono gravi, sono incappellati nelle loro cuffie, hanno teste da
patriarchi, leggono carte con voce dolciastra, contemporaneamente
in quattro lingue, ma in realtà sono re negri travestiti;
nella sala gelida e rispettosa si ode in sordina il tamburo di
guerra delle tribù. Sono negri pulitissimi e perfettamente modernizzati.
Essi, senza saperlo hanno ottenuto, nella loro ingenuità
ed incoscienza di negri, un risultato senza dubbio imprevisto:
con la loro malafede hanno riabilitato quelli stessi la cui
23
difesa era quasi impossibile, ed hanno dato a milioni di tedeschi
rifugiati nel disastro, resi grandi dalla disfatta e dalla loro
condizione di vinti, il diritto di disprezzarli. Göring, beffardo,
sapeva bene di essere approvato in tutto, giacché essi agivano,
nei loro paludamenti di giudici, in nome della legge del più
forte, che era la sua legge. E, ridendo, guardava Göring mascherato
da giudice giudicare Göring mascherato da forzato.
Del resto, l'aspetto secondario ed esteriore di questa commedia
giudiziaria non e' il più interessante. Che il giudizio reso dai
capi americani sui capi tedeschi sia stato un errore politico, è
un punto su cui gran parte dell'opinione pubblica è oggi d'accordo,
compresa una parte della stampa americana. Ma è un
errore politico tra molti altri. Il tribunale di Norimberga è stato,
in fondo, una forma di giustizia sommaria; e ciò importa
poco. Ciò che importa maggiormente, e che rimproveriamo sul
serio ai giudici di Norimberga, è di non essersi accontentati di
essere una giustizia sommaria: noi contestiamo la loro pretesa
di essere veri giudici, noi attacchiamo proprio ciò che i loro
difensori difendono. Esaminiamo dunque quella pretesa.
Chiamiamo al tribunale della verità non gli uomini di stato
americani colpevoli di condannare l'uomo di stato tedesco che
firmò con loro la resa, ma la coscienza universale. Poiché essi
sostengono di essere la saggezza, fingiamo dì considerarli effettivamente
saggi; poiché dicono di essere la legge, accettiamoli
per un momento come legislatori. Penetriamo al seguito
dei signori Shawcross, Justice Jackson e Rudenko nei giardini
del nuovo diritto: sono terre popolate di prodigi. Questi prodigi
non è possibile ignorarli. Il viaggio che stiamo per intraprendere
ha qualche cosa d'emozionante perché non possiamo
negligere il mondo che ci circonda. É il mondo in cui vivremo.
I tedeschi sono gli accusati, ma il mondo intero, e noi stessi,
siamo vincolati, poiché quello che faremo contro la giurisprudenza
di Norimberga è ormai un delitto e potrà esserci imputato
come tale. Questo processo ha emanato una legge delle
nazioni, che nessuno può ignorare: ottocentomila cinesi saranno
forse impiccati tra dieci anni in nome dello statuto di Norimberga,
nello stesso modo che duecentomila tedeschi sono
24
oggi nei campi di concentramento in onore del patto Briand-
Kellogg di cui non hanno forse mai sentito parlare. La prima
terrazza sulla quale si elevano i nuovi giardini del diritto è una
concezione modernissima della responsabilità. Finora avevamo
creduto di dover rispondere soltanto dei nostri atti e su
questo principio avevamo fondato le nostre umili ragioni.
Questo principio è sorpassato. Per dare una base stabile alla
morale delle nazioni, essa è stata fondata sulla responsabilità
collettiva. Intendiamoci bene su questo punto. I giudici di Norimberga
non hanno mai affermato che il popolo tedesco fosse
collettivamente responsabile degli atti del regime nazionalsocialista,
anzi hanno molte volte asserito il contrario. Il popolo
tedesco è condannato in massa dall'opinione dei popoli civili,
esso "fa orrore" : ma i giudici affettano serenità e tengono a
non porlo sotto accusa nella sua interezza. Tuttavia il diritto
dei popoli è come l'imposta; gli occorre qualche cosa d'imponibile.
Perché ci sia un giudizio, innanzi tutto sono necessari
dei colpevoli, ed è intollerabile che al loro posto si trovi invece
una gerarchia che culmina in un solo capo responsabile, il
quale vi giuoca il brutto tiro di uccidersi. E così il nuovo diritto
precisa subito le competenze. Colpevoli sono tutti coloro
che fanno parte di una "organizzazione criminale". Nulla di
più logico. Tuttavia le difficoltà cominciano proprio qui, giacché
le nozioni del nuovo diritto hanno tutte qualche cosa di
vago, sono dilatabili all'infinito., Un'organizzazione criminale
assomiglia ad un romanzo poliziesco: il colpevole si conosce
soltanto alla fine. Così i quadri del partito nazionalsocialista
costituiscono un'organizzazione criminale, ma i quadri del
partito comunista (assai simili) non costituiscono un organizzazione
criminale. Nei due casi, gli uomini hanno tuttavia lo
stesso carattere, adoperano gli stessi metodi e con l'identico
fanatismo si propongono lo stesso fine e cioè la dittatura del
partito. Non vi è dunque nulla nella loro composizione o, come
dicono i filosofi, nella loro essenza che distingua i due
gruppi l'uno dall'altro. E nemmeno nella condotta: lo storico,
infatti, pretende che i responsabili del partito comunista non
sono più rispettosi della vita e della libertà umane di quanto lo
25
furono i capi responsabili del partito nazionalsocialista. Dovremmo
dunque umiliarci a concludere che condanniamo gli
uni perché li teniamo sotto i piedi, e non processiamo gli altri
perché essi possono infischiarsene? Quest'ipotesi va pure presa
in considerazione. La giurisdizione internazionale ha una
competenza limitata ai paesi sottoposti e vinti. Essa chiama
"inconveniente" nei forti ciò che chiama "crimine" nei vinti.
Essa è radicalmente diversa dalla giurisdizione penale o civile,
nel senso che non può colpire certe azioni ed è perciò impotente
a stabilire una qualificazione universale vera delle azioni.
Questa giustizia è come la luce del giorno: rischiara soltanto la
metà delle terre abitate. La sua impotenza è il difetto minore;
nell'impotenza c'è una certa buona fede. Ma la legge internazionale
è schiava, inoltre, delle contingenze politiche; vi sono
condanne che "non vuole" pronunziare. I dirigenti politici del
partito comunista potrebbero benissimo, teoricamente, essere
condannati in blocco da un tribunale impotente a far eseguire
la sua sentenza: ciò sarebbe meno grave che vedere un tribunale
ignorare deliberatamente la somiglianza evidente tra i dirigenti
comunisti ed i dirigenti nazionalsocialisti. Risulta qui
chiaramente che una giustizia uguale per tutti non c'è, né può
esservi. Non è più "secondo che sarete potenti o miserabili",
ma "secondo che sarai dall'una o dall'altra parte". Appare allora
una trasposizione del carattere criminale dall'essenza alla
finalità, e nemmeno alla vera finalità dell'organizzazione, alla
sua finalità lontana (giacché il tribunale non ammette ufficialmente
il carattere "progressista" della dittatura staliniana), ma
ad una finalità vicina di cui il tribunale è unico giudice. Gli
stessi atti non sono più criminali per definizione, in sé; lo sono
o non lo sono secondo una certa ottica. Le deportazioni che
servono la causa della democrazia non sono considerate dalla
nuova giurisprudenza come atti criminali, mentre ogni deportazione
è delittuosa nel campo dei nemici della democrazia.
Così il tribunale vede tutti gli atti sotto un indice di rifrazione,
come si guardano i bastoni nell'acqua: sotto un certo angolo
sono diritti, sotto un altro tortuosi. Tutto ciò rende la vita assai
difficile a noi privati: ne consegue, infatti, che nessuno può
26
mai essere sicuro di non far parte di un organizzazione criminale.
Il calzolaio tedesco, padre di tre bambini, vecchio combattente
di Verdun, che ha preso nel 1934 la tessera del partito
nazista, è stato accusato dal pubblico ministero di far parte di
un'organizzazione criminale. Cosa faceva di diverso il commerciante
francese, padre di tre bambini, vecchio combattente
di Verdun, entrando nel movimento "Croci di fuoco"? L'uno e
l'altro credevano di appoggiare un'azione politica atta ad assicurare
il risorgere del proprio paese. L'uno e l'altro hanno
compiuto il medesimo atto: e tuttavia gli avvenimenti hanno
dato a ciascuno di quegli atti un valore diverso. L'uno è un patriota
(se ha ascoltato la radio inglese, beninteso), ma l'altro
viene accusato dai rappresentanti della coscienza umana. Queste
difficoltà sono gravissime. Il terreno ci sfugge sotto i piedi.
I nostri sapienti giuristi forse non se ne rendono conto, ma
vengono così ad accettare una concezione del tutto moderna
della giustizia: quella che nell'URSS servì di base ai processi
di Mosca. La nostra concezione della giustizia era stata sinora
romana e cristiana: romana, in quanto esige che ogni atto punibile
riceva una qualifica invariabile essenziale all'atto stesso:
cristiana, in quanto deve essere sempre considerata l'intenzione,
sia per aggravare, sia per attenuare le circostanze dell'atto
qualificato delitto. Esiste tuttavia un'altra concezione della
colpa e per molti versi può chiamarsi marxista: essa consiste
nel pensare che un azione qualsiasi, non colpevole in sé né per
la sua intenzione al momento in cui fu commessa, può apparire
legittimamente colpevole in una certa visuale posteriore degli
avvenimenti. Non faccio paragoni. I marxisti sono senza dubbio
in buona fede, giacché essi vivono in una specie di mondo
non euclideo ove le linee della storia appaiono raggruppate e
deformate o, se si vuole, armonizzate in una prospettiva marxista.
Shawcross e Justice Jackson, invece, rappresentanti inglese
e americano, vivono in un mondo euclideo, ove tutto è
sicuro, chiaro o almeno dovrebbe esserlo, e dove i fatti dovrebbero
essere fatti e nulla più. Soltanto la loro malafede ci
trasporta in un mondo instabile; e là le nostre intenzioni non
contano più, persino le azioni non contano, "ciò che noi siamo
27
in realtà non conta". La nostra storia e la nostra vita può essere
ormai plasmata e rifatta da una specie di demiurgo politico, da
un vasaio che le darà una forma mai avuta prima. Ciascuna
delle nostre azioni nel mondo che si prepara è come una bolla
di sapone tenuta dalla storia in cima alla sua cannuccia: alla
fine essa può dargli la forma e la colorazione che vuole. Allora
si avanza il giudice e dice: "Voi non siete più un calzolaio tedesco
o un commerciante francese come credevate siete un
mostro, eravate iscritto ad un'associazione di malfattori, avete
partecipato ad un complotto contro la pace, com'è chiaramente
indicato nella 1ª sezione del mio atto d'accusa". Difficilmente
potremo rispondere ai tedeschi se un giorno ci diranno di non
veder nulla di "mostruoso" nel nazionalsocialismo: certo possono
essere stati commessi degli eccessi, com'è avvenuto in
tutte le guerre, e ogni volta che un regime deve affidarsi alla
protezione della polizia contro il sabotaggio. Ma nulla in tutto
questo tocca l'essenza del nazionalsocialismo, ed essi sono
persuasi ancora di aver lottato per la giustizia e per verità, per
ciò che credevano allora e continuano a credere adesso giusto
e vero. Che risponderemo a quegli uomini contro i quali abbiamo
intrapreso una guerra di religione? Essi pure hanno i loro
santi, che risponderemo ai loro santi? Quando uno qualsiasi
tra loro ricorderà quest'immensa messe di grandezza e di sacrificio
che la giovane Germania ha offerto con tutte le sue forze,
quando ci saranno presentate migliaia di spighe bellissime che
diremo, noi, complici dei giudici, complici della menzogna?
Abbiamo giudicato in nome di una certa nozione del progresso
umano: chi ci garantisce l'esattezza di questa nozione? É una
religione come un'altra: chi garantisce che sia la vera religione?
Metà degli uomini la riconosce già falsa, dice d'essere
pronta a morire per il trionfo di un'altra fede. Dov'è la verità
allora? É la nostra religione o quella delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche? E se già nessuno può sapere quali fra i giudici
siano i detentori della verità, che valore ha quell'assoluto in
nome del quale abbiamo sparso la distruzione e la sventura?
Chi prova che il nazionalsocialismo non fosse anch'esso la verità?
Quale prova abbiamo di non aver preso per "essenziale"
28
alcune contingenze, accidenti inevitabili della lotta, come potrebbe
accadere per il comunismo ad esempio: o più semplicemente
ancora, e se avessimo mentito? E se il nazionalsocialismo
fosse stato invece la verità e il progresso o almeno una
forma della verità e del progresso? Se al mondo futuro, per costruirsi,
fosse necessario scegliere tra il comunismo e un nazionalismo
autoritario, se la concezione democratica, ormai
condannata dalla storia, non fosse vitale? É ormai generalmente
ammessa la distruzione di città intere per il trionfo dell'essenziale,
per la salvezza della civiltà: e se il nazionalsocialismo
fosse anch'esso uno di quei carri che portano gli dei e le
cui ruote debbono pur passare, se necessario, su migliaia di
corpi? Le bombe non provano nulla contro un'idea. Se noi distruggessimo
un giorno la Russia sovietica, il comunismo sarebbe
per questo meno vero? Chi può essere sicuro d'avere Dio
dalla sua parte? Qui, in fondo; alla base della lotta c'è soltanto
una Chiesa contro un'altra Chiesa. Le metafisiche non possono
provarsi. Ma quesiti simili ci porterebbero troppo lontano. Essi
hanno una sola ragione di esser ed è che una volta di più, e in
modo diverso, ci fanno comprendere come la situazione dei
vincitori sia drammatica e precaria, e come l'ingiustizia sia
loro assolutamente necessaria. È un nuovo affare Dreyfus. Se
l'accusato è innocente, il mondo degli altri oscilla sulle sue basi.
Ascoltiamoli con attenzione e torniamo alle nostre meditazioni
giudiziarie; cioè al nostro calzolaio tedesco il quale, senza
saperlo, si è trovato ad essere complice di un'associazione
di malfattori. Il complesso giudiziario che deve giudicarlo somiglia
molto agli specchi deformanti del museo Grévin. Constateremo,
andando avanti, che questa nuova maniera di concepire
la giustizia mette in rilievo un arretramento del mondo
cristiano; mondo non rigorosamente euclideo come quello romano,
come il diritto romano, ma che ci rendeva possibile una
reversibilità. Nella concezione cristiana della giustizia, l'uomo
poteva sempre difendere 1'intenzione. Anche se i propri atti lo
spaventavano: giacché il fenomeno d'ottica così importante nel
nuovo diritto esiste anche nella realtà. Basta una svolta dell'evento,
e le nostre azioni possono apparirci con una fisionmia
29
sconosciuta. Azioni estranee ed accessorie colorano diversamente
il loro aspetto. Atti di cui siamo irresponsabili pesano
con la loro vicinanza sul settore della nostra piena responsabilità.
Noi stessi veniamo allora ad essere trasformati da giuochi
di luce, d'ombra, di prospettiva. Uno straniero sorge dal passato,
e quello straniero siamo noi. La giustizia cristiana era,
sotto quest'aspetto, un diritto di reintegrazione della personalità
contro il diritto romano, geometrico, scientifico, materialista.
Essa aveva provato l'esistenza della prospettiva degli
eventi e dava all'uomo il diritto di gridare: "Ma io non l'avevo
voluto!" Aveva inoltre introdotto nella giustizia un elemento
psicologico, il quale permetteva di opporre alla materialità dei
fatti una materialità psicologica spesso in contraddizione con
l'altra. La giustizia umana era divenuta innanzi tutto una ricerca
delle cause. Si accostava quanto più possibile all'azione, sì
chinava sui volti. Basta ricordare questi principi per comprendere
a quanto abbiamo rinunciato. Norimberga non vuol più
vedere volti. Norimberga non vuole nemmeno individualizzare
le azioni. Norimberga vede masse, pensa attraverso masse e
statistiche e tutto consegna alla giustizia temporale. Non si
giudica più, è passato di moda: si sfronda si taglia via. Questa
trasformazione della giustizia è avvenuta con l'appoggio degli
stessi cristiani, almeno di una parte di loro, e per la maggior
gloria di Dio. Si trattava, occorre ricordarlo, di difendere la
personalità umana. Non sono sicuro, in verità, che quei cristiani
si siano resi conto che quel regresso del diritto era un'abdicazione
dello stesso pensiero cristiano, che venivano a cancellare
con la loro cooperazione il paziente lavoro integrativo
della predicazione di Cristo al diritto romano, che essi rafforzavano
anzi alcune posizioni da loro eternamente denunciate. I
falsi movimenti causati dalla passione e dalla paura hanno
conseguenze più gravi di quanto da principio si crede. La
Chiesa si erge oggi a difensore delle persone umane di fronte a
governi i quali hanno soltanto applicato, a casa loro, una regola
proclamata universale dal processo di Norimberga. Si
trova qui la continuità della tradizione cristiana. Ma allora non
dovrebbe essa un giorno levarsi contro gli equivoci, condanna
30
re le condanne collettive ovunque siano state pronunciate, e
non più soltanto in alcuni paesi d'Europa, e ritirare al nuovo
diritto creatosi a Norimberga l'adesione data da principio? Qui
bisogna scegliere tra il parlare come Cristo o come il signor
François de Menthon. Dobbiamo tuttavia ammettere che i nostri
giuristi possiedono rimedi per ogni cosa ed anche per la
vita pericolosa che ci obbligano a condurre. Questi rimedi non
sono scritti nel verdetto, non sono stati rivelati all'udienza: essi
risaltano dal contesto, dallo spirito di Norimberga per così dire,
infine dal modo con cui il processo è stato presentato e
commentato. Ma la nostra esegesi sarebbe completa se trascurassimo
questi consigli prodigatici da voci autorizzate, alla fine
dell'udienza? Sappiamo da tre anni che i commenti dei cronisti
giudiziari avevano altrettanto peso sul destino degli accusati
quanto gli articoli del codice. Vedete, dicono i chiosatori
dei nuovi giuristi, c'è un modo semplicissimo di riconoscere se
l'organizzazione alla quale appartenete rischia di essere un
giorno dichiarata criminale. Voi dovete diffidare soprattutto
dell'energia. Se da qualche parte subodorate l'aggettivo "nazionalista",
se siete invitati a sentirvi padroni a casa vostra, se
vi si parla d'unità, di disciplina, di forza, di grandezza, non
potete negare che questo sia un vocabolario poco democratico,
e conseguentemente voi rischiate di vedere un giorno la vostra
organizzazione diventare criminale. Diffidate dei cattivi pensi
e sappiate che la criminalità è sempre misurata dalle stesse intenzioni.
I chiosatori qui sono d'accordo col verdetto. Il giudizio
che figurò nel primo tomo del processo constata l'esistenza
di un "complotto o piano concertato contro la pace". Dichiarazione
che solleva molte chiose. É chiaro comunque che il
complotto ha inizio con l'esistenza del partito: il partito stesso
è lo strumento del complotto e, in definitiva, il complotto. Tale
decisione ha strane conseguenze. Essa equivale in realtà, all'interdizione
di associarsi per certe rivendicazioni, con certi
metodi. É proprio ciò che il tribunale vuol dire: voi vi esponete,
egli dice, a commettere un giorno delitti contro pace o delitti
contro l'umanità, e non potete pretendere di ignorarlo dopo
la pubblicazione di Mein Kampf. La condanna insomma è
31
portata sul programma del partito e di conseguenza il giudizio
costituisce per l'avvenire un'usurpazione di tutte le sovranità
nazionali. Il vostro governo è cattivo, dicono i nostri giuristi,
siete liberi di mutarlo; ma potete mutarlo soltanto seguendo
certe regole. Voi pensate che l'organizzazione del mondo non
sia perfetta: potete provare a modificarla, ma vi è interdetto
appoggiarvi a determinati principi. Ora può accadere che le
regole imposteci siano proprio quelle che perpetuano l'impotenza
e che i principi interdetti siano quelli che distruggerebbero
il disordine. E se le regole imposteci fossero esse a perpetuare
l'impotenza, e i principi interdetti servissero a distruggere
il disordine? L'accusa di complotto è un'invenzione eccellente.
Il mondo è ormai democratico in perpetuo, è democratico
per decisione del tribunale. Ormai un precedente giudiziario
pesa su ogni specie di risorgimento nazionale. Ciò che è infinitamente
grave, giacché ogni partito è in realtà e per definizione
un complotto o piano concertato, ogni partito essendo
un'associazione d'uomini i quali si propongono di assumere il
potere e di applicare, per quanto possibile, un loro piano chiamato
programma. La sentenza di Norimberga consiste dunque
nel fare una selezione preventiva dei partiti. Gli uni sono legittimi
e gli altri sospetti. Gli uni sono "in linea" con lo spirito
democratico e conseguentemente hanno il diritto di impadronirsi
del potere e di avere un piano concertato: esiste la sicurezza
che quel piano concertato non minaccerà mai la democrazia
e la pace. Gli altri invece non hanno il diritto al potere e
quindi è inutile che esistano: va da sé che essi contengono in
germe ogni specie di delitti contro la pace e l'umanità. Dopo
tutto questo è straordinario che gli americani non comprendano
la politica del signor Gottwald: il signor Gottwald, infatti,
non fa altro che applicare nel suo paese le sagge precauzioni
suggerite dal nuovo diritto, dando soltanto alla parola "democratico"
un senso un po' particolare. C'è in questo semplice
enunciato un principio d'ingerenza, il quale possiede la particolarità
di non tradire o almeno di non sembrar tradire una
volontà identificabile. Non è una potenza o un particolare
gruppo di grandi potenze ad opporsi al risorgere dei movi32
menti nazionalisti; è un'entità assai più vaga, un'entelechia
senza poteri né uffici, è la coscienza dell'umanità. "Non vogliamo
più veder cose simili", dice la coscienza dell'umanità.
"Cose simili" come vedremo, neppure sa esattamente cosa siano.
Nondimeno la voce dell'umanità è comodissima: è una
potenza anonima che si risolve in un principio di impotenza.
Non impone nulla, non pretende di imporre nulla. Se un movimento
analogo al nazionalsocialismo venisse domani a ricostituirsi,
sicuramente l'O.N.U. non interverrà per domandarne
la soppressione. Ma la "coscienza universale" approverà qualsiasi
governo pronunciasse l'ostracismo contro un tale partito
o, per comodità, contro un qualsiasi partito simile al nazionalsocialismo.
Ogni risorgimento nazionale, ogni politica di forza
o semplicemente di convenienza è colpita da sospetto. Si è
procurata una distorsione alle coscienze e adesso ci guardano
zoppicare. Chi ha fatto ciò? Chi l'ha voluto? "Nessuno", come
gridava il Ciclope. Il super-stato non esiste, ma esistono i veti
del super-stato: essi sono nel verdetto di Norimberga. Il superstato
fa tutto il male che può, prima ancora di avere la capacità
di rendersi utile. Il male è di disarmarci contro tutti, contro i
suoi nemici e contro i nostri. La situazione è singolare. Noi
siamo disarmati e minacciati da un'idea: unicamente da
un'idea. Niente è interdetto, ma siamo prevenuti che un certo
"orientamento" non è buono. Siamo invitati a coltivare dentro
di noi certe simpatie e a decidere certi rifiuti definitivi. Ci insegnano
a coniugare verbi come ai bambini: "Mandel è un
gran patriota, Roosevelt è un grande cittadino del mondo, Jean
Richard Bloch è un grande scrittore, Benda è un pensatore", e
inversamente: "Io non sarò mai razzista, io amerò Kriegel-
Valrimont, io maledirò in eterno le SS, Charles Maurras e Je
suis partout". E coloro il cui spirito non è sensibile a queste
simpatie o che rifiutano quei rifiuti? Coloro il cui cuore risponde
ad altre chiamate, il cui spirito pensa attraverso altre
categorie, coloro che sono fatti in un altro modo? L'impressione
qui è la stessa provata nel leggere certi testi marxisti: quella
è gente di un'altra razza con un cervello diverso dal mio. Quest'accostamento
ci mette sulla via buona. Esiste un mondo de33
limitato dall'idealismo democratico nello stesso ordine del delimitato
mondo marxista. Non è da stupire se i loro metodi
coincidono, se la loro giustizia finisce con l'essere la medesima,
anche se le parole non hanno per ambedue il medesimo
senso. Si tratta ancora di una religione, di una violenza sulle
anime. Quando condannano il nazionalsocialismo sanno quel
che fanno. É il fondamento della loro legge. Essi condannano
"la nostra verità", la dichiarano falsa. Condannano il nostro
sentimento, le nostre stesse radici, la nostra maniera di vedere
e di sentire. Ci spiegano che il nostro cervello è fatto male: è
un cervello di barbari. Questo permanente stare in guardia, ci
prepara una forma di vita politica che non dobbiamo ignorare
e che d'altronde tre anni di esperienza continentale non ci permettono
di ignorare. La condanna del partito nazionalsocialista
va assai più lontano di quanto possa sembrare. Essa colpisce in
realtà tutte le forme solide, tutte le forme geologiche della vita
politica. Ogni nazione, ogni partito che abbiano il mito della
patria, della tradizione, del lavoro, della razza sono sospetti.
Chiunque reclami il diritto del primo occupante e attesti cose
evidenti come la signoria della città, offende una morale universale
che nega il diritto dei popoli a redigere la propria legge.
Non soltanto i tedeschi ma noi tutti veniamo così ad essere
spogliati. Nessuno ha più diritto di sedersi nel proprio campicello
e di dire: "Questa terra mi appartiene". Nessuno ha più il
diritto nella città di levarsi e dire: "Noi siamo gli anziani, noi
abbiamo costruito le case di questa città; colui il quale si rifiuta
di obbedire alle leggi se ne vada". Ormai è scritto che un
concilio di esseri impalpabili ha il potere di sapere ciò che avviene
nelle nostre case e nelle città. Delitto contro l'umanità:
questa legge è buona, quella no. La civiltà ha il diritto di veto.
Abbiamo vissuto sinora in un universo solido le cui stratificazioni
erano state create una dopo l'altra dalle varie generazioni.
Tutto era chiaro: il padre era il padre, la legge la legge, lo straniero
lo straniero. Si aveva il diritto di dire che la legge era dura,
ma era legge. Oggi queste basi sicure della vita politica sono
colpite da anatema, queste verità costituiscono il programma
di un partito razzista condannato dal tribunale dell'umanità.
34
In cambio, lo straniero ci raccomanda un universo caro ai suoi
sogni. Non esistono più frontiere né governi. Da un capo all'altro
del continente vigono le medesime leggi: così è per i
passaporti, per i giudici. per la moneta. Una sola polizia e un
solo controllo: il senatore del Milwaukee ispeziona e decide.
Così il commercio è libero; finalmente il commercio è libero.
Vendiamo carote che per caso non si vendono mai a buon
prezzo, e compriamo macchine aratrici che costano sempre carissime.
Siamo però liberi di protestare. Liberi, infinitamente
liberi, di scrivere, di votare, di parlare in pubblico, a patto che
non prendiamo mai provvedimenti atti a mutare un tale stato di
cose. Siamo liberi di agitarci e di batterci in un universo di
ovatta. Non si sa molto bene dove la libertà termina, dove terminano
le nazionalità, non si sa dove finisce ciò che è permesso.
É un universo elastico. Non sappiamo dove poggiare i piedi,
non si sa nemmeno se abbiamo piedi, ci sentiamo leggerissimi
come se avessimo perduto il nostro corpo. Nondimeno
per coloro i quali acconsentono a questa semplice ablazione,
quante infinite ricompense, quante numerosissime mance! Il
mondo fattoci brillare davanti agli occhi è simile ai palazzi
d'Atlantide. Da per tutto pezzi di vetro lucenti, colonne di falso
marmo, iscrizioni, frutti magici. Entrando in quei palazzi si
abdica ogni potere, ma si ha il diritto di toccare le mele d'oro e
di leggere le iscrizioni. Non siete più un entità, non sentite più
il peso del corpo, cessate di essere un uomo: siete un fedele
della religione dell'umanità. In fondo al santuario è assiso un
dio negro. Voi avete tutti i diritti salvo quello di dir male del
dio. La seconda sezione dell'atto di accusa concerne i "crimini
contro la pace". Come si sa, le nazioni unite accusavano il governo
tedesco di aver provocato la guerra mondiale con l'invasione
del territorio polacco, invasione che obbligò la Francia e
l'Inghilterra a dichiarare guerra alla Germania, secondo gli impegni
presi. Esse rendono inoltre il governo tedesco responsabile
del dilagare della guerra, causato dalle aggressioni ai paesi
neutrali. E più ancora, l'accusa pretende di stabilire la premeditazione
per mezzo di documenti confidenziali scoperti negli
archivi tedeschi, documenti di cui non può negarsi l'autentici35
tà, date le precauzioni prese per identificarli. L'uno di essi va
sotto il nome di nota Hossbach, l'altro sotto quello di dossier
Schmundt. La nota Hossbach è il processo verbale redatto dall'ufficiale
d'ordinanza di Hitler durante una conferenza tenuta
alla Cancelleria il 5 novembre 1937, davanti ai principali capi
nazisti, e viene presentato come il testamento politico di Hitler.
É una enunciazione drammaticissima, è vero, della teoria
del Lebensraum e delle sue conseguenze: Hitler presenta una
Germania votata all'asfissia dal punto di vista nazionale e condannata
a cercarsi terre; designa l'est come strada della necessaria
espansione coloniale del Reich e dimostra che questa
espansione può farsi soltanto per mezzo di una serie di guerre
di conquista a cui la Germania si trova inesorabilmente costretta.
Faremo più tardi commenti su quest'esposto. Se esso
deve essere interpretato nel senso dell'accusa (ma gli accusati e
Göring in particolare contestano tale interpretazione) sarebbe
la prova che Hitler vedeva ed accettava la possibilità della
guerra. Il dossier Schmundt è il processo verbale anch'esso redatto
dall'ufficiale d'ordinanza di Hitler (allora colonnello
Schmundt), di una conferenza tenuta alla Cancelleria il 23
maggio 1939, presenti i capi del partito e gli ufficiali responsabili
dello stato maggiore. Questa conferenza è costituita essenzialmente
da un esposto di Hitler, il quale afferma l'inevitabilità
di una guerra con la Polonia come primo atto di espansione
coloniale: studiando le conseguenze di questa guerra,
Hitler ne prevede l'estendersi alla intera Europa e fa comprendere
ai suoi generali, con un'analisi drammatica quanto la precedente,
che la prossima guerra non sarà un'operazione militare,
ma quasi sicuramente l'inizio di una lotta a morte con l'Inghilterra,
lotta di cui nessuno può prevedere l'esito. Qui anche
si impongono riserve e commenti e la difesa contesta la portata
del documento Schmundt. Fatta questa riserva, il dossier
Schmundt ha lo stesso significato della nota Hossbach di cui
rappresenta un'applicazione. Esso proverebbe infatti che Hitler
non ignorava le conseguenze della sua politica e accettava la
possibilità della guerra europea. pur conservando la speranza
di sfuggirvi. Se questi documenti sono stati interpretati corret36
tamente, è difficile sostenere che la Germania non ha responsabilità
nello scatenarsi della guerra. L'accusa produce inoltre
una grandissima quantità di conferenze dello stato maggiore,
di piani di campagna e di studi di operazioni di cui non possiamo
dare qui i dettagli, e che rappresentano prove della premeditazione.
Siccome questi documenti hanno un carattere
meno sensazionale dei dossiers Hossbach e Schmundt e d'altra
parte è difficile distinguere lo studio teorico di una ipotesi tattica
e il piano di operazione presentato come un inizio di azione
o una premeditazione netta, noi pensiamo che basti segnalare
ai lettori l'esistenza di tali documenti senza discuterli. Gli
storici tedeschi dovranno riconoscere inoltre che le armate
germaniche sono penetrate per prime nel territorio polacco,
senza che il governo tedesco abbia lasciato possibilità di sviluppo
ai negoziati in corso. Essi certo non mancheranno di
mettere in luce le sanguinose provocazioni polacche che la difesa
passa sotto silenzio, e di sostenere il carattere fallace dei
negoziati condotti dal gabinetto inglese: diranno anche che il
governo polacco ha fatto di tutto per impedire negoziati e accordo.
Queste sono circostanze capitali e nessun procedimento
giudiziario sulle responsabilità della guerra dovrebbe ometterle;
il tribunale di Norimberga ha il torto di non menzionarle.
Pertanto, resta il fatto che è stato l'esercito tedesco a tirare i
primi colpi di cannone. Il 1° settembre 1939 un telegramma
poteva ancora salvare tutto: quel telegramma poteva partire
soltanto da Berlino. Detto ciò, comincia la mala fede. Da un
lato si frugano tutti gli archivi, si esplorano le mura, si valutano
i consigli, si utilizzano le confidenze: tutto è portato alla
luce, le conversazioni più segrete degli uomini di stato tedeschi
sono esposte sul banco delle prove, nemmeno le intercettazioni
vengono dimenticate. Dall'altro lato, silenzio. Si rimproverano
allo stato maggiore germanico alcuni studi di operazioni
trovati nei suoi archivi: voi preparavate la guerra. dunque!
A chi potremo far credere che contemporaneamente gli
altri stati maggiori europei non facevano piani, non si preparavano
a fronteggiare nessuna eventualità strategica? A chi faremo
credere che gli uomini di stato europei non prendevano
37
accordi? A chi faremo credere che i cassetti di Londra e di Parigi
sono vuoti e che i preparativi tedeschi hanno sorpreso
agnelli i quali pensavano soltanto alla pace? Quando la difesa
chiede al tribunale di esaminare gli analoghi documenti francesi
ed inglesi sull'estensione della guerra, sui piani dello stato
maggiore francese, sui crimini di guerra alleati, sulle disposizioni
date dallo stato maggiore inglese ai vari comandi, sulla
guerra dei partigiani in Russia, alla difesa si risponde che tutto
ciò non interessa il tribunale, che tale problema "è assolutamente
fuori proposito". Le nazioni unite non sono sotto accusa,
si dice. Giustissimo; ma allora perché chiamare "storia" ciò
che è soltanto "messa in scena"? Anche qui soltanto la metà
del mondo è illuminata. In altri tempi, fondandosi su queste
apparenze, si negava la sfericità della terra. La storia comincia
quando la luce viene equamente ripartita, quando ciascuno posa
i propri documenti sul tavolo e dice: giudicate. Se no, si
tratta unicamente di operazioni propagandistiche. É onesto accettare
una tale presentazione dei fatti, è stato da persone di
onore mutilarli in questo modo? É più giusto ed anche più conforme
all'interesse di tutti i paesi dire che la mobilitazione degli
archivisti non ci impressiona. Giacché la tecnica dell'illuminazione
non prevarrà contro l'evidenza. É stata l'Inghilterra
a dichiarare guerra alla Germania il 3 settembre 1939, alle 11
del mattino. La Francia ha fatto la stessa dichiarazione alle
cinque di sera. L'Inghilterra e la Francia avevano ragioni di diritto
per agire così; ma infine hanno agito così. Si è mal piazzati
per rifiutare ogni responsabilità della guerra quando, per
primi, si dichiara la guerra ad un altro stato. In Francia e in Inghilterra
esisteva un partito della guerra: oggi non si può più
ignorarlo. Alcuni uomini di stato vengono rimproverati di essere
stati "colombe", di aver cercato cioè un accomodamento.
Ciò vuol dire che non si volevano accomodamenti; la guerra
era accettata e forse desiderata. Quest'atteggiamento vale bene
la nota di Hossbach, mi pare. Infine, tutti sanno che dopo la
disfatta della Polonia, la Germania cercò di intavolare negoziati
sulla base del fatto compiuto. Forse era immorale, ma era
pure un modo di evitare una guerra europea. Tali proposte non
38
furono accettate: gli altri erano decisissimi a non perdere l'occasione
di una guerra. Queste sono evidenze un po' troppo
forti per essere relegate discretamente in un angolo. Nonostante
la regia di Norimberga, l'avvenire ristabilirà facilmente
la verità: Hitler ha accettato il rischio della guerra per una
conquista che egli riteneva vitale, l'Inghilterra ha deciso di imporgli
la guerra come prezzo di quella conquista. Hitler pensava
di lasciar libero corso al massimo ad un'operazione militare
circoscritta: l'Inghilterra ne ha fatto uscire deliberatamente una
guerra mondiale. Ancora una parola come conclusione delle
nostre doglianze. L'accusa ha dedicato importanti esposti alle
aggressioni che ebbero luogo durante lo svolgimento delle
operazioni militari. Su questo punto, se ci limitiamo a constatare
i fatti, la posizione dell'accusa è solidissima. Quelle aggressioni
sono certe. Ma con quale diritto si possono presentare,
esattamente sul medesimo piano, come atti della medesima
gravità, delle aggressioni strategiche e lo scatenamento di una
guerra mondiale? É sicuramente contrario al diritto, alla giustizia,
ai trattati far comparire alle quattro del mattino una divisione
blindata a Copenaghen o ad Oslo, ma ha questo atto la
stessa portata e la medesima essenza come il mettere fuoco all'Europa?
I veri responsabili della guerra sono indirettamente
responsabili, e nella stessa misura, delle operazioni locali offensive,
inevitabili nello svolgimento della guerra stessa. Se
l'Inghilterra non avesse dichiarato la guerra, la Norvegia non
sarebbe stata occupata. Copenaghen e Oslo hanno cominciato
a tremare il 3 settembre. E quindi ancora, a ben riflettere, non
ci si può impedire di essere turbati da certe considerazioni.
Quando un diplomatico inglese intriga per ottenere determinati
accordi economici o per provocare o stabilire certe disposizioni
politiche, non è un'aggressione, non è una pressione, non si
tratta di nulla di men che corretto riguardo alla legge internazionale:
nondimeno sono bandierine appuntate sulla carta politica
per creare una zona d'influenza senza interventi militari.
E quando lo stesso diplomatico non si contenta più di suggerire,
di consigliare, ma provoca bruscamente una crisi ministeriale
che ha per risultato il congedo di ministri germanofili, si
39
tratta sempre di un giuoco libero di influenze, non è un vero
atto d'ingerenza: e tuttavia non è forse un insediamento politico
camuffato, analogo a quegli interventi che vengono ora
rimproverati al regime sovietico? E quali garanzie abbiamo
che questo insediamento non prepari e non preceda l'insediamento
militare? É facilissimo farsi chiamare in aiuto. La stampa
britannica, indignata da questi procedimenti quando sono
usati da diplomatici sovietici o tedeschi, tende a trovarli del
tutto naturali quando vengono impiegati dall'ambasciata inglese.
Qui siamo evidentemente di fronte a una lacuna della legge
internazionale, una lacuna difficilissima ad essere colmata. Ma
allora, bisogna accettarne le conseguenze. Le aggressioni rimproverate
alla Germania (non mi occuperò dell'attacco alla
Russia) sono, in realtà, interventi preventivi. L'Inghilterra, ad
esempio, ha fatto la stessa cosa in Siria. In caso di guerra una
fatalità pesa sui paesi deboli. Un territorio mal difeso è una
preda; bisogna essere i primi a occuparlo. Secondo lo spirito
della legge internazionale, l'astensione totale sarebbe assolutamente
corretta, ma in questo campo è quasi impossibile applicarla.
I metodi diplomatici eludono la legge, i metodi strategici
la ignorano. Ma alla fine si equivalgono. Non è una fortuna
essere un paese neutrale strategicamente interessante. Cosicché,
in questo dominio in cui i "fatti" sembrano schiacciare
il governo germanico, risulta che la realtà non fu così semplice.
Presentare i "fatti" privi del loro contesto è un modo di
mentire. Non esistono "fatti" bruti né documenti senza circostanze:
ignorarle sistematicamente significa travisare la verità.
Le nostre menzogne non saranno eterne. Domani la nazione
tedesca alzerà a sua volta la voce. Ci dirà che se Hitler ha attaccato
la Polonia, altri uomini attendevano ansiosamente
quell'attacco, speravano in quell'attacco, pregavano perché
avesse luogo. Quegli uomini si chiamano Mandel, Churchill,
Hore Belisha, Paul Reynaud. L'alleanza reazionaria voleva la
"sua" guerra, la considerava una guerra santa; e sapeva che
soltanto una patente aggressione le avrebbe permesso di trascinare
con sé l'opinione pubblica. Gli archivisti tedeschi non
dovranno affannarsi troppo a provare che le condizioni del40
l'aggressione furono freddamente organizzate. Il giorno in cui
la storia di questa guerra sarà scritta, avrete paura. Allora apparirà
con chiarezza l'insieme delle aggressioni locali. Il silenzio
degli alleati sì trasformerà in autoaccusa. Si vedrà che essi
dimenticarono di dire come gli interventi furono resi inevitabili
dalle loro manovre ed intrighi. La loro ipocrisia apparirà in
piena luce. E l'enorme macchina giuridica si rivolgerà contro
di loro perché la loro disonestà sarà palese: giacché colui che
propina il veleno non e meno colpevole di colui che colpisce. I
metodi di Norimberga sono certo una bella cosa. L'assenza di
documenti alleati permette di negare il veleno, e la legge internazionale
permette di designare come colpevole il primo arrivato.
Abbiamo insomma la combinazione di due disonestà:
l'una che riguarda l'inchiesta, l'altra proveniente dal codice.
Con una legge mal fatta e poliziotti disonesti, si può andare
lontano. Questa verità ci è stata dimostrata a nostre spese. Eccoci
dunque giunti ad una prima conclusione; il processo di
Norimberga non è un cristallo puro. Il "complotto" nazionalsocialista
faceva capo ad una Germania forte, ma questa Germania
forte non portava necessariamente alla guerra: essa
chiedeva il diritto di vivere, lo domandava con metodi irritanti,
ma insomma si poteva pure parlamentare. La Germania era in
stato permanente di ribellione contro la costrizione internazionale,
non era in stato permanente di "crimine contro la pace".
Lo scatenarsi della guerra è dovuto ad un concorso di circostanze
molto più complesso di quello consacrato dalla versione
ufficiale. Tutti i paesi vi hanno contribuito, e tutti avevano ragioni
eccellenti per farlo: l'U.R.S.S non pensava che a se stessa
e voleva evitare tranelli, l'Inghilterra e la Francia volevano
fissare bruscamente e in modo definitivo la situazione, la
Germania voleva spezzare una politica di soffocamento. E tutti
avevano dei secondi fini. Non sarebbe meglio fare una specie
di confessione generale? Nessuno è innocente in questa faccenda,
ma ci sono cose di cui si rifiuta la spiegazione; è più
comodo cercare un colpevole. La nostra propaganda dunque
ha mentito per omissione e alterazione della verità nel descrivere
la responsabilità della guerra. D'altra parte, se dai "fatti"
41
si risale ai "principi", ci accorgiamo che per stabilire l'accusa
abbiamo dovuto resuscitare un sistema che non aveva mai potuto
funzionare, condannato ripetute volte dai fatti. Abbiamo
dovuto sostenere, contro l'esperienza e la natura delle cose,
una teoria chimerica e pericolosa che per l'avvenire ci pone in
difficoltà inestricabili. Questo sistema ha un vantaggio: ci
permette di giustificarci. Per offrire a noi stessi tale soddisfazione,
rischiamo però le conseguenze mortali delle false idee.
Giacché si può falsificare la storia, ma la realtà non si lascia
violentare così facilmente. Questo è il sistema della pace indivisibile
dell'irrevocabilità dei trattati. É una specie di concezione
geologica della politica. Si suppone che il mondo politico,
dopo essere stato in ebollizione per un certo numero di secoli
come la superficie del nostro pianeta, abbia raggiunto di
colpo la fase di raffreddamento. L'ha raggiunta in virtù di una
decisione diplomatica. La massa delle energie si suppone solidificata:
essa si è solidificata seguendo certe linee di forza definitive;
questa fisionomia immutabile del mondo politico,
questa colata di lava ormai fissa ed eterna si chiama "l'armatura
dei trattati". Se una falla si apre, se un'incrinatura si produce
da qualche parte, dobbiamo tutti accorrere in aiuto perché la
crosta terrestre è minacciata. La storia degli imperi è chiusa.
Ormai non ci sono più che squadre volanti di salvatori che
vengono chiamate per lavori di sterro e di consolidamento.
Siccome questa solenne sentenza della storia viene generalmente
emessa all'indomani di un cataclisma, essa coincide con
la realtà. Una nazione è vinta in guerra, il suo territorio viene
occupato, le officine saccheggiate, la vita resa impossibile, e
poi le si dice: firmate questo trattato e noi ce ne andremo; voi
restate a casa vostra, la vita ricomincia. Un'eloquenza simile è
persuasiva, si finisce col trovare un capo di governo che firma:
egli si copre la testa di cenere, piange, giura di aver avuto la
mano forzata, si appella all'avvenire sonoro e tenebroso, ma
firma, Da allora, tutto è finito. Shylock ha ormai la sua libbra
di carne. Il trattato è senza appello, il trattato è legge. Avete un
bell'implorare, un bel dimostrare che le catene rendono impossibile
la vita: invano. Il trattato è diventato la base definitiva
42
delle relazioni con la comunità internazionale. Esso vincola
non soltanto coloro che hanno dovuto firmare, ma tutta la posterità.
Nessuno ha il diritto di ripudiarlo, chiunque lo trasgredisse
commetterebbe un crimine. "Un crimine contro la pace".
Non esiste una sola violazione del trattato di Versailles che
non sia stata messa in conto ai capi germanici sotto tale rubrica.
L'atto d'accusa si esprime così : nel tale giorno dell'anno
tale, voi avete compiuto il tale atto contrario al trattato di Versailles,
paragrafò tale. Solidificate nella loro definizione irrevocabile,
chiuse per forza in polmoni d'acciaio entro cui respirano
a fatica, le nazioni vinte implorano, chiedono di vivere. A
questo punto appaiono i vantaggi della rigidezza geologica.
Nessuno è inumano, esse vengono ascoltate, ma per far loro
intendere come il trattato sia un morso. Se saranno buone, se
chiameranno lo straniero, se alieneranno la loro indipendenza,
forse quel morso potrà essere allentato. Si potrà parlare di concessioni,
forse anche di revisione. Caffè ed aranci in cambio di
un governo democratico: un negro, un battello di riso; due negri,
due battelli di riso; una sinagoga, un'intero convoglio. Se
poi vogliono governarsi a modo loro, c'è la legge. Per illustrare
questa situazione, noi sceglieremo un solo documento: quello
citato proprio dall'accusa, la drammatica conferenza del 5 novembre
1937 descritta nella nota Hossbach. Tutte le deduzioni
di Hitler hanno come base questo dilemma: o noi lasciamo il
potere e allora le nazioni anglosassoni forse considereranno la
possibilità di modificare il trattato di Versailles in modo da
permettere alla Germania di vivere, ma di vivere come un paese
tributario; o noi manteniamo il potere e allora il regime è
votato al fallimento perché ci vengono rifiutate le materie prime,
gli sbocchi e i territori a noi indispensabili. É un ricatto
perfettamente legale: ad esso si giunge col carattere irrevocabile
dei trattati. Questo risultato è logico, ma insufficiente,
come l'esperienza ci ha dimostrato. Se si vuol camminare tranquillamente
sul mare di ghiaccio, occorre essere sicuri in
modo assoluto che nel frattempo non sia in corso alcun lavorio
sotterraneo. Le mezze servitù danno delle delusioni. Se vogliamo
che il mondo resti immobile, dobbiamo controllare tale
43
immobilità. L'applicazione completa e cosciente di questo sistema
ci avrebbe dovuto portare a controllare l'industria tedesca,
l'armamento tedesco, la popolazione tedesca, il vitto tedesco,
le elezioni tedesche e ad esercitare questo controllo in
nome delle nazioni solidali nella indivisibilità della pace.
Quando si combatte la vita, bisogna combatterla sino in fondo.
Se non volete che essa si prenda una rivincita, l'unica soluzione
è un malthusianesimo razziale ed economico che può essere
tutt'al più alleggerito dall'emigrazione e dall'esportazione: le
nazioni vinte fabbricheranno per le altre mercanzie e schiavi.
E sarà prudente sorvegliarli a lungo mediante una larvata occupazione.
Il trattato dì Versailles ci condannava a mantenere
la Germania in schiavitù. Ci imponeva e imponeva al mondo
intero un'ingerenza perpetua che non abbiamo esercitata. Venti
anni d'esperienza politica ci hanno dimostrato che non esistono
mezzi termini tra la libertà totale e la servitù dei vinti. Nondimeno
il tribunale internazionale rifiuta dì rendersene conto. La
logica gli fa paura. Esso pone alcune premesse indispensabili
all'accusa, ma subito dopo si vela la faccia e non vuol concludere.
S'incaponisce come un bambino, risponde come un bambino,
si rifugia nel vago, si mette al sicuro dietro le parole.
Davanti ad un problema così grave, dalla bocca degli accusatori
è stato possibile tirare fuori una sola frase stupefacente
d'incoscienza e di puerilità: "É possibile che la Germania dal
1920 al 1930 abbia dovuto far fronte a problemi disperati, tali
da giustificare le misure più gravi, eccettuata la guerra. Tutti
gli altri metodi, persuasione, propaganda, concorrenza economica,
diplomazia erano aperti ad una nazione colpita, ma la
guerra d'aggressione era proscritta". Durante venti anni, infatti,
abbiamo ripetuto alla Germania e all'Italia: ammucchiatevi,
cercate di arrangiarvi, ma non venite a calpestare i nostri giardini.
I giuristi di Norimberga non sono avanzati di un passo.
Ridestando dal suo sonno la vecchia dottrina dell'immutabile
ripartizione del mondo, ne ritrovano tutte le difficoltà e non
osano spingersi fino alle estreme conseguenze del loro sistema.
Non osano scegliere. Non possono scegliere. Se optano
per la perpetua servitù dei vinti, per un servaggio confessato,
44
dichiarato, si mettono in contraddizione con la loro stessa
ideologia della guerra. Se rinunziano ad impedire con la forza
il respiro e l'espandersi degli imperi, il quale ha la potenza ed
il carattere imprescrittibile delle leggi biologiche, danno ragione
alla Germania e debbono accettare per sé le responsabilità
della guerra. Si trovano dunque davanti a quest'evidenza:
la vecchia diplomazia avrebbe probabilmente tollerato la divisione
della Polonia (non era la prima volta) e la guerra mondiale
sarebbe stata evitata. L'annessione dell'Etiopia, la scomparsa
della Cecoslovacchia, non erano forse operazioni infinitamente
meno costose per l'umanità che non lo scatenarsi di
una guerra mondiale? Non era giusto? Ma l'amputazione di un
quarto della Germania a profitto dell'imperialismo slavo, il trasferimento
pauroso di milioni di esseri umani trattati da quattro
anni come bestiame, è forse giusto? Gli uomini di stato del
passato sapevano bene che una guerra mondiale può essere rischiata
soltanto per cause gravissime, tali da mettere in pericolo
l'esistenza di tutte le nazioni. Sapevano inoltre che bisognava
concedere qualche cosa alle leggi imprescrittibili della
vita. Eravamo forse esposti ad un pericolo mortale con lo
smembramento della Polonia? Il pericolo fabbricato con le loro
stesse mani dagli uomini di stato democratici non è infinitamente
più grave? La nostra situazione non è forse infinitamente
più drammatica? Chi di noi non ricorda come l'Europa
era bella nell'agosto del 1939? Gli eventi hanno dato ragione a
Choiseul. Le guerre politiche sono forze naturali come l'acqua
e il vento: occorre utilizzarle con mezzi precisi e potenti, oppure
navigare a vela se non vogliamo, dopo la guerra, imporre
il servaggio come una forma della legge naturale, allora dobbiamo
accettare l'altra forma, fare trattati vitali e lasciare ai
popoli vigorosi possibilità di sviluppo: gli inconvenienti che
risultano da una loro crescita sono assai meno gravi di una
guerra generale il cui esito è utile solamente a coloro i quali
minacciano la nostra civiltà. I nuovi giuristi, imbarazzati tra la
libertà e il servaggio, si sono fermati su una teoria intermedia i
cui elementi venivano offerti dal passato e alla quale essi hanno
dato uno sviluppo maestoso. I trattati sono irrevocabili, la
45
pace è indivisibile; ma, essi ci dicono, non v'inquietate per
l'apparente schiavitù che queste proposizioni hanno, giacché
esse sono in realtà il fondamento di un universo democratico
ove tutte le nazioni godranno di uguali diritti e dei vantaggi
della libertà. Naturalmente sarete un pochino schiavi, ma è ancora
il mezzo migliore per essere liberi. Per fare accettare quest'ingegnosa
tesi, l'accusa fu costretta a lasciare un po' in ombra
quel trattato di Versailles designato dagli avversari con la
rude parola di diktat, e che, in effetti, era una prepotenza. Andò
invece a dissotterrare nell'arsenale diplomatico un certo
numero di patti usati che avevano una fisionomia pacifica e,
presso a poco, potevano conciliarsi con l'idea di un libero consenso.
In effetti, dicono i giuristi, i tedeschi non hanno violato
soltanto il trattato di Versailles. Hanno violato anche trattati
liberamente firmati; le convenzioni dell'Aia, il patto di Locarno,
il patto della S.d.N., il patto Briand Kellogg. Non ci fermeremo
alle convenzioni dell'Aia: esse sono imprecise, almeno
per quanto concerne l'aggressione. E non abbiamo nulla da aggiungere
alle parole del procuratore britannico, sir Hartley
Shawcross: "Quelle prime convenzioni non misero certo la
guerra fuori legge, ma cercarono una forma obbligatoria d'arbitraggio.
Io non chiederò certo al tribunale di dichiarare delittuosa
la violazione di quelle convenzioni". Ma il patto di
Locarno, ma il Briand Kellogg c'è stato ripetuto venti volte,
sono cosa diversa. Sono testi sacri, è il tabernacolo. E lo stesso
sir Hartley Shawcross definisce così il loro significato essenziale:
il trattato di Locarno "costituiva una rinuncia generale
alla guerra" e il patto Briand-Kellogg ne costituiva ancora
un'altra, e così grave, così solenne che da quel giorno "il diritto
alla guerra non fece più parte dell'essenza della sovranità".
D'altra parte, aggiunge sir Hartley Shawcross, l'Inghilterra e la
Francia si sono trovate in guerra proprio volendo applicare
quel patto. Esse non hanno dovuto dichiarare la guerra; erano
in guerra, giacché "una violazione del patto verso uno solo dei
firmatari costituisce un attacco contro tutti gli altri firmatari;
ed essi avevano il diritto di considerarla tale". Queste dichiarazioni
meritano di essere esaminate un po' da vicino. Dapprima
46
le loderemo per la loro sottigliezza: rappresentano un modo
molto elegante di risolvere il problema della dichiarazione di
guerra. É semplicissimo: chi tira il primo colpo di cannone si
mette in stato di guerra, col mondo intero. Gli storici tedeschi
ci domanderanno, forse, come mai proprio l'Inghilterra e la
Francia, tra tutti i firmatari, hanno mostrato tanto zelo: risponderemo
loro che sono animi pravi e nemici personali di sir
Hartley Shawcross. Ma non è tutto. Queste considerazioni testimoniano
una grande bellezza e sicurezza di dottrina soprattutto
sul piano politico: "Voi avete accettato" dice in sostanza
il nostro legislatore, "di far parte di un super-stato, avete rinunciato
per questo ad una parte della vostra sovranità, non
avete più il diritto di tornare indietro: ciò è irrevocabile e la
vostra firma può essere invocata contro voi stessi". Dal punto
di vista storico, ci sarebbe molto da dire. La Germania si è ritirata
dalla Società delle Nazioni, essa non era più vincolata ai
lavori e alle risoluzioni della S.d.N. Ripudiò il patto di Locarno,
rinnovato una prima volta nel 1934 per un periodo di cinque
anni e non più rinnovato allo spirare di quel periodo: dunque
non era più vincolata dagli impegni di Locarno. Non ripudiò
il Briand Kellogg, il quale d'altra parte non ammetteva alcuna
clausola d'abrogazione, ma chi poteva credersi seriamente
vincolato dal Briand-Kellogg rivelatosi inapplicabile in
occasione della guerra d'Etiopia? "Nulla di ciò conta", dice
l'accusa. Quelle revocazioni, essendo unilaterali, non hanno
per noi nessun valore: la Germania non fa più parte della
S.d.N., ma è colpevole ai nostri occhi come se ne facesse parte;
il trattato di Locarno ha per noi lo stesso valore come se
non fosse stato mai denunciato, e il patto Briand-Kellogg, insignificante
quando si tratta dell'Etiopia, obbliga imperiosamente
l'Europa a fare la guerra se si tratta della Polonia. I patti
internazionali hanno sempre qualche cosa di sacerdotale: consacrano
per l'eternità. Ma il lato storico della questione per il
momento non ci interessa. Ammettiamo che il Briand-Kellogg
sia un trattato come quello di Versailles, ammettiamo che sia
stato preso sul serio dall'opinione pubblica e dalle potenze, e
ammettiamo infine che questo trattato sia stato violato dalla
47
Germania. Ciò che è importante, e rappresenta un cambiamento
radicale, è il valore che improvvisamente questo trattato
assume fra tutti gli altri trattati; è la subitanea promozione, il
mutamento d'essenza che ne fa non un contratto come gli altri,
ma una legge, un comando di Dio. Qui appare chiaramente il
sistema base dell'accusa, e in modo particolare l'unità di tale
sistema. Nella prima sezione dell'atto d'accusa il pubblico ministero
affermava che esiste una coscienza universale, una morale
internazionale riconosciuta da tutti e che vieta alcune forme
d'azione politica. Qui, egli afferma che non soltanto la morale
internazionale esiste ma possiede strumenti, portavoce accreditati
e un potere legislativo dotato dello stesso potere coercitivo,
dei poteri legislativi nazionali. Non avevate il diritto di
fare la guerra, dice l'accusa, perché la S.d.N. la interdice in un
testo legislativo che i vostri rappresentanti hanno firmato. In
questo modo il Briand-Kellogg cessa di essere una semplice
enunciazione sulla malvagità della guerra, per diventare un
editto che interdice la guerra. Perché il Briand-Kellogg abbia
questo valore, bisogna ammettere che la S.d.N. sia divenuta
Richelieu: come egli vietava il duello, così la S.d.N vieta la
guerra, e fa impiccare Ribbentrop come Richelieu faceva tagliare
la testa a Montmorency-Boutteville. La S.d.N. è dunque
una potenza la cui costituzione la Germania ha violato. L'Inghilterra
e la Francia, e non soltanto l'Inghilterra e la Francia,
ma tutti gli stati che hanno riconosciuto la S.d.N., si trovano
automaticamente in guerra contro di essa, come tutti gli stati
della confederazione americana si troverebbero in guerra con
la California se la California si ribellasse contro il potere federale.
Appaiono così visibili l'unità e la potenza della morale
internazionale. La coscienza universale, o se si vuole la morale
internazionale, diviene un potere: vieta il nazionalismo autoritario
come le leggi federali vietano il contrabbando d'alcool,
e punisce la guerra come punirebbe un ammutinamento. Questa
promozione della coscienza universale ci permette di penetrare
più addentro nello spirito dei nuovi legislatori. É lì che
avviene tutto, e la seconda sezione dell'atto di accusa è perfettamente
coordinata con la prima. La tecnica dell'accusa si
48
compendia nel negare l'esistenza di ciò che esiste e affermare
l'esistenza di ciò che non esiste. Per essa la morale internazionale
esiste ed ha il potere di fare leggi scritte e non scritte le
quali debbono prevalere sulle leggi scritte delle nazioni. Nella
stessa maniera la S.d.N. che non esiste più, esiste, il suo potere
poliziesco, mai esistito in realtà, pure esiste nell'assoluto, è la
mano di Dio, e il suo diritto regale esiste, sebbene mai sia stato
riconosciuto. Questo modo di vedere le cose è una forma di
retroattività più sottile delle altre, giacché, insomma, il tribunale
giudica in nome di un super-stato il quale nel 1945 (supponendo
di credere all'O.N.U.) ha una certa esistenza, ma non
ne aveva alcuna nel 1939. É un ridestarsi di fantasmi, ma è soprattutto
il trionfo delle essenze pure. Tutte le idee generali
prendono in mano una spada, le nuvole dettano la legge, affermano
di esistere e soltanto esse esistono. É la caverna di
Platone: le realtà non sono più che ombre, ombre le nostre
leggi, e le ombre dicono di essere la realtà e le vere leggi. É il
trionfo degli "universali ". E cioè, noi che crediamo a ciò che
esiste, guardiamo con terrore questo scatenarsi dell'impalpabile.
Poiché, infine, bisogna pur rendersi conto dove tutto ciò
ci porti. Non parlo qui dell'uso vergognoso fatto al processo di
Norimberga del patto Briand-Kellogg, in nome del quale si è
preteso trasformare in delitti di diritto comune tutte le azioni
dei militari germanici, col pretesto che, essendo la loro guerra
illegale, non c'erano né potevano esservi da parte loro atti di
guerra. Ecco le conseguenze del regno delle nuvole. La più
importante è la rinuncia da parte di tutte le nazioni, partecipanti
o no ai trattati (della morale sono comunque partecipi)
alla propria sovranità, in favore della comunità internazionale.
Questa idea è talmente diffusa come base del mondo futuro
che tutti i giorni siamo in qualche modo invitati ad adeguarci
ad essa. É talmente evidente che già venti anni or sono Litvinov
la formulava così : "La sovranità assoluta e l'intera libertà
di azione appartengono soltanto agli stati i quali non hanno
firmato impegni internazionali". Come avviene questa delegazione
di sovranità? Notiamo subito che non sì tratta di una rinuncia
di sovranità ordinaria. Una nazione può rinunciare ad
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alcuni dei suoi diritti sovrani, per esempio rimette a qualcun
altro la cura di proteggere i suoi connazionali in Terrasanta, o
di far valere i suoi diritti nell'amministrazione del canale di
Suez o nel regolare la navigazione del Danubio. Qui non si
tratta di questo, ne siamo ben lontani. Le nazioni sono qui invitate
ad una rinuncia unica, incredibile: esse delegano a
un'istanza superiore il diritto di dire ciò che è sopportabile o
no, di fissare il limite del tollerabile o meno, esse abdicano in
definitiva ogni sovranità. Giacché che cos'è un sovrano il
quale, insultato burlato, non ha il diritto dì alzarsi e gridare:
"Basta"? Un simile sovrano non ha più carattere di sovrano,
diviene esattamente un privato, reagisce come un privato il
quale risponde: "Signore, esistono dei tribunali, i tribunali del
re", Riconoscendo un re, non è più lui il sovrano. Le nazioni
non abbandonano dunque così una parte della loro sovranità,
rinunciano addirittura ad essa. Ciascuna di loro diventa soltanto
un cittadino di un impero universale. E questa situazione
è così chiara che ogni nazione non accetta soltanto i diritti, ma
assume anche i doveri di cittadino. Assume in modo particolare
il dovere civico, quello che si deve essenzialmente al feudatario,
il dovere di milizia. Accetta di essere mobilitata, diventa
un borghese dell'universo e s'impegna a montare la
guardia, a suo turno, seguendo gli ordini del Consiglio. Ogni
nazione è ormai una guardia nazionale come i contemporanei
di Luigi Filippo. Noi possiamo renderci conto in tutta la sua
portata di questa abdicazione, ricordando le cose dette nella
prima sezione dell'atto di accusa. Constateremo così che le nazioni
non soltanto rinunciano al diritto di distinguere per conto
proprio il tollerabile dall'intollerabile, ma in realtà cedono il
diritto di distinguere il giusto dall'ingiusto. Lasciano ad altri il
diritto di giudicare non soltanto se esse siano danneggiate, ma
se vivono conformemente alla morale. Per tutto debbono chiedere
il permesso: per fare la guerra, per non fare la guerra, per
essere forti con un certo metodo o con un altro metodo, per
mutare di regime, per votare una legge o un contingentamento.
E non è affatto da stupire che adesso si facciano loro "raccomandazioni"
sulla moneta, sul commercio, sul bilancio, sul50
l'armamento, sul loro comportamento democratico: tutto ciò
era contenuto nello spirito di Norimberga e sarebbe stupefacente
che tali cose non avvenissero. Così tale ingerenza, dapprima
coperta e puramente metafisica quando si trattava dei
diritti politici, diventa giuridica, precisa, condizionata da organismi
e testi, quando si passa nel dominio internazionale L'assimilazione
del Briand-Kellogg a un editto fa comprendere
benissimo il carattere giuridico dell'istanza internazionale; e
l'assimilazione degli stati alla condizione del privato cittadino
ci dà l'esatta misura del decadimento. La transizione drammatica
alla quale assistiamo ha tutti i caratteri delle fasi d'instaurazione
delle nuove sovranità. Gli stessi fenomeni si produssero
in Italia nel XVI secolo, quando gli stati vollero imporre la
loro sovranità giuridica ai principi feudali. Gli Orsini, i Malatesta,
i Colonna pretendevano avere diritto di giustizia sulle
loro terre. Non comprendevano assolutamente nulla dei processi
che la Repubblica di Venezia e il papa intentavano loro;
e morirono persuasi del loro buon diritto, convinti che i nemici
volevano sbarazzarsi di loro (ed era vero) raccontando frottole.
Da questo paragone si potrebbe trarre la conclusione che il
processo di Norimberga è la prima manifestazione di un diritto
nuovo, il quale apparirà evidente tra duecento anni. Può darsi.
Ma certo gli Orsini, i Malatesta e i Colonna sparirono come
sovrani e i loro discendenti sono divenuti sudditi docili del papa
e del granduca di Toscana. Se Norimberga crea il diritto per
l'avvenire, se la legge internazionale si assicurerà alla fine il
posto che attualmente rivendica, le nostre nazioni finiranno
come i feudatari italiani. I testi consacrano la loro soggezione
e la loro scomparsa. A questo punto della nostra analisi vediamo
dispiegarsi davanti ai nostri occhi il panorama del nuovo
sistema. È infine una specie di trasposizione. L'irrevocabilità
dei trattati e l'indivisibilità della pace non ci portano necessariamente
alla schiavitù e a tutte le sue conseguenze: malthusianesimo,
controllo, occupazione. Ci abituano invece, e con
dolcezza, a un grado temperato degli stessi fenomeni, a una
traduzione sopportabile di quel vocabolario da schiavi. Non si
tratta più di servaggio, ma d'ingerenza, non di controllo ma di
51
pianificazione, non di malthusianesimo ma di esportazioni organizzate;
ancora meno di occupazione, soltanto invece di
conferenze internazionali le quali sono una specie di consulti
medici sulla nostra temperatura democratica. Intorno al tavolo
ci sono tutti; ognuno ha la sua scheda per votare. Non ci sono
vinti e vincitori. La libertà regna e ciascuno respira non come
si respira con un polmone artificiale, ma come si respira nella
cabina d'un batiscafo o di un aerostato dove la quantità di ossigeno
è regolata da un sapiente meccanismo d'immissione.
Tutti hanno deposto all'entrata un certo numero di idee false e
di pretese superflue, come i maomettani depongono le babbucce
prima di entrare nella moschea. Tutti sono liberi, perché
ognuno prima di entrare ha giurato dì rispettare in eterno i
principi democratici, ha firmato cioè, prima di ogni altra cosa,
un abbonamento perpetuo alla costituzione degli Stati Uniti.
Non è forse questa la felicità? Non è un compromesso felice
tra i due ostacoli che ci fermavano? Così la quadratura del circolo
è risolta. La Germania è condannata non soltanto per aver
violato il trattato di Versailles, ma essenzialmente per aver
agito contro lo spirito e gli editti della coscienza universale e
cioè della democrazia. Può riprendere però il suo rango tra le
altre nazioni libere, se giurerà fedeltà alla dea offesa. É necessario
adesso considerare le nuove disposizioni in tutte le loro
conseguenze. Questo ridurre gli stati alla condizione di privati
cittadini ha come primo risultato il consacramento dell'attuale
distribuzione della ricchezza nel mondo. L'ineguaglianza sociale
si riproduce nella medesima misura negli stati, e nel medesimo
rapporto con gli istituti giuridici. Il cittadino cioè è
nominato guardiano dell'ineguaglianza che l'opprime. Nelle
grandi città, questa situazione statica viene continuamente
modificata dalle lotte politiche. Periodicamente il cittadino fa
sapere, e spesso con una certa violenza, ch'egli non accetta di
continuare a tenere il ruolo di guardiano se l'ineguaglianza iniziale
non verrà emendata a suo profitto. Il contratto sociale
viene così revisionato di continuo. A questo mezzo conferito
dall'azione politica ai cittadini che cosa corrisponde nella scala
degli stati? Ogni lotta politica su questo piano è guerra o pre52
ludio alla guerra; e tale guerra, nel nuovo sistema, non può essere
che una guerra mondiale. Voi siete liberi, ci si dice, ma
liberi a patto di accettare la vostra sorte. Avete diritti uguali a
quelli degli altri, ma dovete sapere che gli altri hanno rinunciato
al diritto di discutere l'essenziale. Ecco una maniera ipocrita
di reintrodurre il malthusianesimo. La Carta delle Nazioni
Unite consolida il pauperismo come Briand-Kellogg consolidava
Versailles. Non c'è nemmeno più bisogno di annessioni,
non c'è più bisogno di coercizione; basta far accettare lo spirito
democratico il quale rende gli stessi servigi di qualsiasi coercizione.
I ricchi gridano: "Osanna", essi rendono grazie dopo
aver cantato alcuni inni sul Potomac e proclamano il loro
trionfo come il trionfo della giustizia e della pace. É splendido.
Non c'è nemmeno più bisogno di parlare di "mostri". I mostri
sono spariti, è finita. Non occorre togliere loro le colonie per
sfruttarle in loro vece, essi non hanno più colonie: né la marina
per affittare loro navi, essi non hanno più navi: né le loro officine
perché essi debbano pagare carissimi alcuni tegami fabbricati
a Detroit o ad Essen dai capitalisti di Detroit, essi non
hanno più officine. Basta persuaderli a considerare eccellente
lo stato attuale delle cose, di considerarlo come una di quelle
fatalità contro cui nulla si può. La Carta delle Nazioni Unite
realizza l'economia di un diktat. Versailles è una puerilità
giacché abbiamo Briand-Kellogg. Democrazia e immobilità,
ecco la nostra divisa: tutto va per il meglio nel migliore dei
mondi, e perciò s'invitano i diseredati a montare la guardia davanti
al patrimonio dei giusti. S'incontrano così e si compenetrano
due uomini all'apparenza estranei, il morale e l'economico.
Norimberga pretende di garantire la pace. Accade però che
la pace e la coscienza universale, benché seggano nell'empireo,
sono come i re i quali, diceva Montaigne, sono sì seduti
sui loro troni, ma sono sempre seduti sul culo. Così le idee pure,
le idee impalpabili, incarnandosi nei sovrani debbono mettere
mano agli impuri lavori connessi col mestiere del principe.
La loro amministrazione, in ultima analisi, consiste nel distribuire
le ricchezze. Non si può amministrare il mondo spirituale
senza sconfinare nel temporale. Non si possono spode53
stare i sovrani del potere spirituale senza togliere loro anche
una parte di quello temporale, che è ad esso connaturato, come
la terra con le radici. Allora possiamo chiedere: "Pure idee,
idee impalpabili, chi sono i vostri ministri? A quali intendenti,
a quali cancellieri, a quali nobili paggi addetti alla vostra persona
avete affidato l'amministrazione dei beni temporali di cui
vi siete sbarazzate? Quale congregazione regna su di noi? Se
ci ordinate di montare la guardia, vorremmo sapere davanti a
che cosa la montiamo. Se ci ordinate di salutare chi passa alla
porta, vorremmo sapere chi è seduto nelle vostre carrozze".
Ma il tribunale, in questa seconda sezione dell'atto d'accusa,
non risponde a tale quesito. Si contenta di porre i principi da
noi descritti, attraverso questi cercheremo di leggere l'avvenire.
Giacché, misurando i giardini del nuovo Eden, vediamo
precisarsi un poco meglio le forme e il profilo del mondo futuro.
La nuova legge è decisamente una buona cosa. La prima
sezione dell'atto d'accusa ci scacciava dalla città, ce ne scacciava
praticamente, ed è detto tutto; la seconda sezione si
scaccia giuridicamente dandoci il titolo di cittadino del mondo.
Dapprima abbiamo imparato che non avevamo il diritto di riunirci
sulla piazza davanti alla casa del cadì, e di dire: "Questa
città fu dei nostri padri ed ora è nostra, questi campi furono dei
nostri padri e perciò ci appartengono". E adesso il cadì non ha
più il diritto di camminare preceduto dalla spada della giustizia:
egli ha abbandonato la sua sovranità, ecco agenti bellissimi
con un casco bianco in testa i quali annunziano la pace e la
prosperità. Benvenuti, agenti dei nostri padroni! Voi non vegliate
soltanto sul nostro sonno, voi regolate le varie circolazioni,
quella delle nostre macchine, quella delle nostre idee,
del nostro denaro e, presto, quella delle nostre truppe. Il cadì
esce ogni giorno dal palazzo per andare a dire le sue preghiere
scortato dai soldati del suo goum. Finge di non vedervi: e noi,
guardandoci indietro, pensiamo con amarezza ai sultani che
facevamo sfilare nello stesso modo. In questo mondo che poco
fa sentivamo fluido, sfuggente ad ogni definizione e certezza,
c'è infine qualche cosa di stabile, di definitivo, d'irrevocabile:
le leggi che ci rendono tributari. Da noi, nelle nostre città, più
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nulla vi è di sicuro, non esistono più limiti certi tra il bene e il
male, non vi è più terra su cui poggiare i piedi: ma sopra di noi
un'architettura vigorosa comincia a disegnarsi. Il cittadino
francese, tedesco, spagnolo, italiano, non sa bene quale sorte
sia a lui riservata, ma il cittadino del mondo sa che l'impalcatura
armoniosa dei patti s'innalza per lui. La sua persona è sacra,
le sue merci sono sacre, i prezzi di costo sono sacri, i margini
di guadagno sono sacri. La repubblica universale è la repubblica
dei mercanti. La lotteria della storia è ferma una volta
per tutte. Vi è una sola legge, quella che permette la conservazione
dei guadagni. Tutto è permesso, salvo il tornare su queste
cose. La distribuzione dei lotti è definitiva. Siete in perpetuo
venditore o compratore, ricco o povero per sempre, padrone
o tributario sino alla fine dei secoli. Là dove le sovranità
nazionali si spengono, comincia a risplendere la dittatura economica
mondiale. Un popolo non ha più alcun potere contro i
mercanti se ha rinunciato al diritto di dire: "Ecco i contratti,
ecco gli usi, e voi pagherete questa decima per sedervi". Gli
Stati Uniti del mondo sono una concezione politica soltanto
apparentemente: in realtà si tratta di una concezione economica.
Questo mondo immobile non sarà più che un'enorme borsa:
Winnipeg dà il corso del grano, New York quello del rame,
Pretoria dell'oro, Amsterdam del diamante. Quale rimedio ci
rimane se non siamo d'accordo? La discussione tra ricco e povero?
Ne conosciamo i risultati. Il cattivo umore, la chiusura
dei porti? Gli altri hanno mille mezzi per farcene pentire.
Chiunque rinunci al diritto di tassare lo straniero, di farlo uscire
dalla città con le sue merci, di chiudere i porti ai missionari,
rinuncia anche alla libertà e a tutti i suoi beni. Che cos'è mai
uno sciopero, che cosa una conquista sociale in un paese forzato
ad adeguare i suoi prezzi a quelli dello straniero? Questo
problema ci dà la chiave delle nostre difficoltà. attuali: la vita
del proprio paese si assicura soltanto restando padroni in casa
propria. congedando lo straniero. Ma la nuova "costituzione
del mondo", come dice il presidente Truman, c'invita a fate il
contrario. Questa politica ha un nome: tre quarti di secolo fa si
chiamava per decenza "la politica della porta aperta". Noi sia55
mo diventati la Cina. L'elezione del presidente degli Stati uniti
c'interessa più delle nostre crisi ministeriali. Ci rimane però
una consolazione ed è la coscienza universale che ci governa.
Giuristi perfettamente aggiornati ci portano leggi già fatte. Essi
sono i guardiani della vestale Democrazia. Simili ai grassi
eunuchi i quali sorvegliano le strade dell'harem, hanno un
volto sconosciuto e parlano un linguaggio a noi incomprensibile.
Sono gli interpreti delle nuvole. La loro funzione consiste
nel metterci a portata di mano i preziosi misteri della libertà,
della pace, della verità: ci spiegano che cosa sia il patriottismo,
in che consista il tradimento, il coraggio, il dovere di un cittadino.
Ci spiegano il nuovo concetto dell'onore e il viso della
nostra nuova patria. O leggi del nostro paese, leggi della nostra
città, leggi intere e vigorose, leggi che sapevano di carne e di
sangue, leggi della nostra terra! O leggi del principe gridate
dall'araldo nei villaggi, ordinanze sulle quali i consiglieri davano
il loro parere tenendo in mano il berretto quadrato! O
vecchio reame, tempi dei corsari, dove siete? O leggi guerriere,
leggi omicide, ormai lo sappiamo, voi eravate leggi di pace
e d'amore! O leggi ingiuste, voi eravate leggi di giustizia! O
leggi dì proscrizione, voi eravate leggi di salvezza! Leggi di
spoliazione, voi eravate leggi tutelari! O leggi, voi eravate la
nostra vita e il nostro respiro. Eravate la misura della nostra
forza ed anche nel male ci davate la maniera di moderare i nostri
impulsi. Eravate il nostro sangue e l'anima nostra. Eravate
il nostro stesso volto. E vi riconoscevamo, sì, vi riconoscevamo
in pieno: anche le più brutali, quelle che oggi chiamiamo
ingiuste, anche la revoca dell'editto di Nantes che ci hanno insegnato
a maledire, come tutte ci appaiono leggi moderate e
sagge accanto alle leggi emanate dallo straniero! Adesso è il
tempo della legge senza volto, il tempo delle falsificazioni e
dell'assassinio chiamati "legge". Oggi una macchina per fabbricare
il mondo ha preso il posto dei nostri consiglieri. Ogni
tanto essa mette in circolazione un prodotto mostruoso, secco,
igienico, disumano, che noi guardiamo stupiti, come si guarda
un aerolito. E i nuovi legislatori ci spiegano che tutti i soldati
tedeschi andavano impiccati come assassini comuni e tutti i
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civili francesi dovevano essere fucilati per intesa col nemico,
ma si è stati "indulgenti". O leggi barbare del tredicesimo secolo,
usi del Poitou, duello con i bastoni, adunata, giudizio di
Dio: oggi la giustizia e la mansuetudine illuminano le vostre
fronti! Ingegneri invisibili tracciano con una cordicella il nostro
universo. Avevamo una casa, avremo al suo posto la
pianta di una casa. Un occhio in mezzo ad un triangolo, come
sulla copertina di un catechismo, governa la nuova creazione
politica. Gli idealisti si sono scatenati. Ogni produttore di mostri
ha diritto alla parola. Il nostro mondo sarà bianco come
una clinica, silenzioso come una camera mortuaria. É il secolo
degli incubi: idealismi, io vi odio. Questa è la realtà, malgrado
le belle frasi che ad ogni occasione vengono dette sulla nostra
indipendenza. Oggi i vincitori, impauriti per le conseguenze di
ciò che hanno fatto, ci possono anche assicurare che nulla di
tutto ciò è grave; le città saranno ricostruite, verranno distribuiti
carbone, macchine, benzina, cotone (ma non ai cattivi, si
capisce, per esempio non ai fascisti spagnoli), avremo il diritto
di essere nazionalisti quanto vorremo: potremo avere teste balzane
se così vogliamo, crearci nemici, niente è mutato. Noi
sappiamo che è soltanto un trompe-l'oeil, e che tutti i piani
economici del mondo non possono sostituire i diritti politici a
noi tolti. Le nazioni sono evirate. La teoria degli Stati Uniti del
mondo è un'impostura fondata su un postulato politico, e il postulato
dell'eccellenza democratica è un postulato esattamente
simile a quello dell'eccellenza del marxismo. É inoltre un
mezzo di intervento proprio come lo è il marxismo. Noi non
siamo più uomini liberi: non lo siamo più da quando il tribunale
di Norimberga ha proclamato che al di sopra delle nostre
volontà nazionali, esiste una volontà universale la quale, sola,
può emanare le vere leggi. Non è il piano Marshall a minacciare
la nostra indipendenza, sono i principi di Norimberga. Coloro
i quali attaccano oggi il piano Marshall non lo sanno o non
lo vogliono dire, ma in realtà attaccano la morale di Norimberga:
metà del popolo francese protesta oggi senza saperlo
perché Göring è stato impiccato. D'altra parte sappiamo dove
tutto ciò porta. Per comodità di accusa, le Nazioni Unite hanno
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promulgato una dottrina ambigua che le pone oggi davanti a
difficoltà drammatiche. Chi crede alla buona fede dei sovietici
non ha torto. Tale buona fede, intesa "come principio" non è
forse evidente? Si chiede loro di accusare la Germania di delitti
contro la democrazia. Su questo punto erano d'accordo. Si
propone loro di promulgare che in avvenire il mondo sarà governato
con spirito democratico; ciò era per loro della massima
convenienza. L'equivoco apparve quando dalla teoria si volle
passare alla pratica. I russi pensavano, è evidente, dì essersi
impegnati a esportare la costituzione sovietica che, dal loro
punto di vista, è la più democratica del mondo: essi erano partigiani
dell'ingerenza, ma intermediari dovevano essere i partiti
comunisti: approvavano i piani (purché fossero triennali, quadriennali,
quinquennali) delle esportazioni (a patto che esse
fossero dirette verso l'est); approvarono le conferenze internazionali
soltanto se Viscinsky veniva ascoltato docilmente.
Avevano compreso che lo spirito democratico avrebbe alitato
da Mosca sul mondo, circolando in senso contrario a quello
dalle lancette di un orologio. Quando venne spiegato loro che
si trattava di tutt'altra cosa, che bisognava diffondere la costituzione
americana, il dollaro e il voto a scheda segreta, favorire
le ispezioni della Croce Rossa, e riunirsi nella sala da pranzo
di Marshall, videro e dichiararono il malinteso. Mettetevi al
loro posto. Essi non hanno certo fatto la guerra perché l'ambasciatore
americano possa fare la pioggia e il bel tempo a Varsavia.
Questo è il pericolo delle formule vaghe e delle idee false.
Ci accorgiamo oggi che l'inoffensivo Briand-Kellogg conteneva
molto materiale esplosivo di cui non si supponeva l'esistenza.
Era eccellente per condannare la Germania, ma è esecrabile
per governare il mondo. Oggi, i giudici di Norimberga,
se vogliono essere conseguenti, debbono denunciare come
nemici della coscienza universale gli stati i quali non applicano
la democrazia all'americana. Debbono metterli fuori della
comunità internazionale; e la coscienza universale, per adempiere
il suo dovere sovrano, deve metterli al bando come ribelli.
Così i principi di Norimberga non soltanto ci pongono
sotto tutela, ma ci condannano a un'altra guerra, a una guerra
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in tutto simile alla precedente, una guerra non necessaria, una
guerra ideologica, un'ipotetica guerra del diritto. Ed ecco perché
migliaia di giovani francesi e tedeschi porteranno forse tra
qualche mese lo stesso eguale elmetto rotondo, in onore di una
morale superiore, la quale consiste, per loro e per noi, a non
essere padroni in casa propria. É vero che, in cambio di questa
politica di Gribouille, avremo la soddisfazione di sapere che il
nazionalsocialismo e il bolscevismo erano le due facce di una
medesima mostruosità. Non so se gli americani si siano accorti
che questa dichiarazione supplementare non serve certo a
semplificare le cose. La terza sezione dell'atto di accusa è, come
la seconda, classica. Si tratta di "crimini di guerra". Il tribunale
poggia qui su un testo preciso: le convenzioni dell'Aia
del 1907. Chiama "crimini di guerra" gli atti commessi dai
belligeranti nel violare quelle convenzioni, le quali regolano i
metodi riconosciuti dagli stati sovrani come conformi ai diritti
della guerra. A questa procedura non c'è niente da obiettare.
Vedremo più avanti dove comincia, su questo punto, la disonestà.
Prestissimo però fu scoperto che il diritto internazionale
promulgato, e cioè il testo delle convenzioni dell'Aia, non
permetteva di raggiungere alcune azioni che pure bisognava
far pagare ai tedeschi. S'inventò allora una nuova qualifica,
quella del "crimine contro l'umanità". E servì da titolo alla
quarta sezione dell'atto di accusa. Ma poiché non si sapeva bene
dove finissero i "crimini dì guerra" e iniziassero i "crimini
contro l'umanità", e poiché d'altra parte era utile far scivolare
sotto una qualifica incontestabile le azioni che dipendevano in
realtà dalla qualifica contestata, la terza e la quarta sezione furono
costantemente confuse l'una con l'altra. E nella nostra
analisi c'è impossibile separarle, sebbene il pubblico ministero
prenda a fondamento di queste due accuse principi diversissimi.
All'opinione pubblica è stata data in pasto questa parte
dell'atto di accusa; abbiamo già detto perché. Per giudicare i
principi, apparentemente ragionevolissimi che informano l'atto
di accusa, bisogna innanzi tutto giudicare l'accusa. E la verità
non è così facile a individuarsi come forse potrebbe sembrare.
Sulle atrocità tedesche esiste una letteratura abbondante, in
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netto contrasto con ciò che tutti noi abbiamo visto. Quaranta
milioni di francesi hanno visto, durante tre anni, i tedeschi
nelle proprie città, nelle fattorie, nelle case, sulle strade, e non
hanno potuto constatare in nessun modo la loro mostruosità.
Fummo forse vittime allora di un travestimento gigantesco
sotto il quale si dissimulava la "bestia"? O i rapporti fatti dopo
sono stati esagerati? Non abbiamo alcun interesse a difendere
"la buona Germania"; anzi la politica del governo francese durante
l'occupazione apparirebbe molto più efficace se i tedeschi
fossero effettivamente dei "mostri". I "resistenti" hanno
interesse a sopravvalutare e sfoggiare le loro sofferenze: si sa
che le sofferenze si trasformano facilmente in buoni posti. Ci
siamo sbagliati sui tedeschi? Siamo pronti a riconoscerlo in
piena buona fede, non ci sentiremo certo sminuiti; ma dov'è la
verità? Ecco il primo ostacolo: ma insieme a questo ve ne sono
altri. Si accusa la Germania dello sterminio di migliaia e migliaia
di esseri umani. Beninteso, noi condanniamo tali procedimenti
in ogni tempo, ed anche in tempo di guerra. Su ciò
non v'è dubbio possibile: e se durante la guerra fossero venute
a nostra conoscenza alcune azioni rimproverate oggi alla Germania,
avremmo protestato subito contro quelle azioni. Ma
prima, giova ripeterlo, dobbiamo esigere una verifica imparziale
delle accuse, verifica non ancora fatta; dopo di che non
possiamo parlare di cose simili fingendo di dimenticare che gli
alleati hanno usato con metodi diversi, ma altrettanto efficaci,
un sistema di sterminio quasi egualmente esteso; infine a noi
francesi non è permesso di ignorare, esprimendo il nostro giudizio,
che quello sterminio (come risulta chiaramente dalla
stessa accusa) fu diretto soprattutto contro popolazioni allogene,
e soprattutto contro gli slavi. La propaganda della resistenza
ha mirato a creare una confusione totale: ha parlato di campi
di concentramento come se il trattamento usato ai francesi e
agli slavi fosse stato il medesimo, e ha scelto in ogni luogo il
maximum dell'atrocità presentandola come una regola. Come
risultato, i lettori dei nostri giornali sono convintissimi che a
Ravensbrück ogni giorno cinquecento bambini di Belleville
fossero scaraventati nei forni al canto di Lily Marlene. Dob60
biamo inoltre fare attenzione su un altro punto. Riconosciamo
che tra la Germania e la Russia è aperto un conto spaventoso:
e, a rischio di sorprendere molto i lettori, aggiungerò che se le
cifre presentate dal governo sovietico, riguardanti perdite e
sventure, sono esatte, i russi sono stati moderati nelle rappresaglie
dell'occupazione. Se è vero che i loro prigionieri sono
stati massacrati a centinaia di migliaia, che le loro provincie
sono state distrutte, spopolate e rase al suolo, i loro contadini
impiccati come grappoli umani, se ciò che essi affermano è vero,
avrebbero il diritto di trasformare metà della Germania in
un deserto polveroso, in virtù proprio di quella legge del taglione
da noi sovente ricordata. Ma essi non hanno fatto nulla
di ciò; hanno avuto il sangue freddo di comprendere che sopprimere
i nemici irriducibili e stabilire solidamente il proprio
potere, erano obbiettivi più importanti della vendetta. Ed hanno
lasciato condannare i tedeschi giuridicamente, per fatti che
la loro politica annullava. Non siamo dunque più realisti del
re. Quanto è accaduto ad Auschwitz, a Majdanek e in altri luoghi
riguarda gli slavi: noi ci dobbiamo occupare dell'Occidente.
Non reclamiamo debiti che il debitore non reclama. Cerchiamo
invece di correggere le esagerazioni della nostra propaganda.
Per noi è importante sapere ciò che i tedeschi hanno
fatto "a noi". Su questo punto esamineremo i documenti di Norimberga.
Compito tanto più facile, in quanto il tribunale ha
affidato al pubblico ministero francese l'incarico di presentare
i fatti qualificati "crimini di guerra e crimini contro l'umanità",
per quel che riguarda il settore occidentale. Abbiamo dunque
un mezzo eccellente per sormontare la prima difficoltà cui ci
siamo trovati di fronte poco fa. La requisitoria ufficiale ci
permette di trascurare le requisitorie private riunite da giornalisti
o scrittori improvvisati, requisitorie che il procuratore
francese non ha ritenuto utile prendere in considerazione. Nel
medesimo tempo ci permette di isolare con facilità i fatti concernenti
il nostro paese, tra le accuse formulate confusamente
contro il nazionalsocialismo. Il nostro scopo è di chiederci: le
atrocità tedesche di cui ogni giorno la nostra stampa parla sono
state provate? Che dice su questo punto l'accusa più grave, la
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sola autentica, quella esposta a Norimberga? Invece di passare
subito all'esame dei principi, di assidersi vicino al giudice e di
guardarlo giudicare, bisogna dunque occuparsi dell'istruttoria :
bisogna cercare di vedere quello che vi è di solido nella requisitoria.
Ascolteremo i testimoni insieme al tribunale ed esamineremo
tutta la documentazione. E alla fine ci chiederemo : e
noi? Basta una lettura affrettata del processo di Norimberga
per accorgersi che, dal momento in cui prende la parola la delegazione
francese (incaricata di questa parte della requisitoria),
i metodi del processo sono completamente trasformati, Le
delegazioni americana e inglese, cui erano state affidate la
prima e la seconda sezione dell'atto di accusa, avevano rispettato
certe norme, non obbligatorie ai termini del regolamento
del tribunale internazionale, ma di stretta prudenza. Per esempio,
la maggior parte dei documenti citati erano tedeschi, trovati
negli archivi tedeschi e firmati da responsabili identificati:
se il pubblico ministero depositava un documento proveniente
da uno degli stati alleati, lo dichiarava esplicitamente, giacché
tali documenti non avevano lo stesso esatto valore dei documenti
di origine tedesca. Nello stesso modo, i testimoni finora
citati, salvo pochissime eccezioni, erano funzionari o generali
tedeschi, il colonnello Lahousen dello stato maggiore dell'ammiraglio
Canaris, il generale delle SS Ohlendorf, il maggiore
Wisliceny, addetto di Eichmann alla direzione dei problemi
ebraici, il generale delle SS Schellenberg, il guardiano
Hollrieg del campo di Mauthausen, il generale delle SS von
dem Bach Zelewski, gli ufficiali operanti nei sottomarini Heisig
e Mohle. Le obiezioni della difesa sull'origine dei documenti
erano rare, il presidente non doveva quasi mai arbitrare
incidenti. A partire dal momento in cui si alza il nostro delegato,
tutto cambia, e le basi dell'accusa appaiono differentissime,
creano tali incidenti, provocano tali proteste dello stesso
tribunale, che è impossibile prendere in considerazione questa
requisitoria senza sottoporla ad un'analisi preventiva. La prima
anomalia è la sparizione quasi totale di documenti e testimonianze
tedesche. Non si può dire che tale sparizione sia indifferente.
Essa è grave: il procuratore francese non è lì per enu62
merare "i crimini della Germania" , giacché non si può impiccare
"la Germania", ma egli vuol provare che le azioni incriminate
risultano da ordini dati dagli accusati lì presenti. Egli
chiede la pena di morte per Keitel, il cui quartiere generale era
sul Dnieper; per Neurath il quale era Reichsprotektor di Cecoslovacchia;
per Ribbentrop, ministro degli esteri; per Speer
preposto agli armamenti; per Jodl dirigente le operazioni militari;
per Baldur von Schirach; e non produce nessun documento
atto a provare che Keitel, Neurath, Ribbentrop, Speer,
Jodl ecc. hanno ordinato i crimini, forse veri, esposti. Domanda
queste vite umane con vera leggerezza e senza prove. A rigore
può presumere che Göring "sapeva" (Göring sostiene il
contrario) o almeno "avrebbe dovuto sapere"; forse ha ragione
ad affermare che Kaltenbrunner, assistente aggiunto di
Himmler, che Seyss-Inquart, governatore dell'Olanda, "non
potevano non sapere", anzi era loro dovere "sapere"; ma non
porta le prove né dell'esistenza di un piano, né di esecuzioni di
ordini dati personalmente dagli accusati. In un processo contro
la Germania, egli potrebbe sostenere che la testimonianza delle
vittime è indispensabile, non è possibile farne a meno: è disonesto
però che egli non faccia un processo contro la Germania.
Vorrebbe farlo, ma non può, l'entità "Germania" non è stata
convocata dall'usciere. Parla contro uomini seduti davanti a
lui, convocati per rispondere delle loro azioni e non delle altrui,
e non ha il diritto di affermare l'esistenza di un piano prestabilito
per distruggere la popolazione francese, giacché non
ne ha le prove; né ha il diritto di accusare alcuni uomini di
aver dato ordini dei quali non può affermare l'esistenza. Il secondo
atto disonesto della delegazione francese è quello di
aver sostituito con un'enumerazione le prove inesistenti, gli
ordini che non si possono provare senza documentarli. "Io non
fornirò prove", dice il delegato francese, "ma farò venire tanti
testimoni, depositerò tanti rapporti i quali proveranno chiaramente
che, poiché in ogni luogo le cose si sono svolte nella
stessa maniera, gli ordini esistevano". Bella cosa da dire nel
paese di Descartes! I ragazzi di 14 anni, nei licei, sanno che la
prima regola del metodo scientifico è quella di basarsi su
63
enunciazioni "complete". Questo piccolo aggettivo è essenziale,
giacché rappresenta l'onestà. La delegazione francese,
simile nel suo modo di agire alla giustizia francese, ha in orrore
le enunciazioni complete. La delegazione francese confonde
catalogo e campione. Prende qualche rapporto di polizia ove si
parla di massacri, e conclude: " Da per tutto avvenivano massacri.
Signor Keitel, dal vostro quartier generale sul Dnieper
voi davate ordine di massacrare a Annevoye. a Rodez, a Tavaux,
a Montpezat-de-Quercy". Fa comparire tre o quattro deportati
i quali descrivono i loro campi di concentramento, e
conclude: "In tutti i campi di concentramento avvenivano le
medesime cose e ciò prova in tutti voi, Speer. Dönitz, Hess,
Rosenberg, una volontà sistematica di sterminio. Io espongo,
dunque io provo. Vi mostro delle fotografie; come se voi stessi
foste stati sul luogo. Mi lamento, chiedo vendetta, e le mie lagnanze
debbono avere valore giuridico: tanto più che io appartengo
alla Resistenza". La delegazione francese crede di
essere davanti alla corte di giustizia della Senna, e non capisce
nulla quando il presidente interrompe freddamente. I documenti
con i quali la delegazione francese sostituisce le prove
corrispondono alla stessa illusione ottica, e ciò creerà un imbarazzo
grave in questa parte del processo. Ora la delegazione
francese si attacca ad incidenti singoli che, per quanto in se
stessi penosi, non hanno in alcun modo una portata generale:
così l'arresto della famiglia del generale Giraud (su questo
fatto ci sarebbero da dire molte cose) non prova affatto che le
famiglie dei "resistenti" siano state sistematicamente deportate
in Germania, e lo sappiamo tutti. Una buona statistica avrebbe
risposto meglio allo scopo. Ora brandisce pezzetti dì carta
fiutati, guardati, esaminati in trasparenza con visibili segni di
dubbio: si tratta di un ufficiale di polizia di Saint-Gingolf (Varo)
il quale testimonia sugli internamenti amministrativi; la
polizia militare di Vaucluse assicura che in prigione si stava
male, un capo di stato maggiore delle F.F.I (Forze Francesi
dell'interno) ha trovato uno strumento a palle. Per coloro che
sanno come la maggior parte degli ufficiali di polizia improvvisati
al momento della liberazione, siano stati poi degradati,
64
che un certo numero di membri della Sicurezza Militare sono
ora in carcere e che i capi di stato maggiore delle F.F.I. erano
di nomina recentissima, questi "rapporti" tempestati di timbri
non sono molto impressionanti. Un'inchiesta seria avrebbe rivelato
che il regime carcerario variava da carcere a carcere: a
Fresnes si poteva non essere torturati, certi servizi di polizia
erano corretti ed altri erano composti di carnefici. Anche i
metodi della Gestapo, in Francia, sono stati assai diversi secondo
i subalterni che li applicavano. E il presidente, davanti a
questo singolare procedimento d'inchiesta, non aveva torto di
sospirare, d'interrompere, e infine di ammettere quei rapporti
facendo ogni riserva sul loro "valore probatorio", comprendendo
bene che, rifiutandoli, avrebbe ridotto al silenzio la delegazione
francese. Ma è nella narrazione dei fatti che la delegazione
francese brilla maggiormente. Riveliamo qui il nostro
pensiero con un certo disagio: giacché l'interrogare qualcuno
sull'esattezza dei fatti e l'onestà dei testimoni, quando è in
giuoco la sofferenza altrui, sembra durezza di cuore e mancanza
di umanità. É impossibile tuttavia tacere che racconti passati
di bocca in bocca, dispersi, presentati necessariamente
senza il sussidio delle circostanze, costituiscono insomma
soltanto mezzi per commuovere, ma non sostituiscono in nessun
caso un'inchiesta seria, completa, sul comportamento dell'esercito
germanico in Francia. Sono fatti isolati: come tali,
possono impegnare la responsabilità dei comandi locali, ma
non si può pretendere di presentare la storia dell'occupazione
militare della Francia tra il 1940 e il 1944, con dodici racconti
di torture o di rappresaglie, tutti avvenuti nel 1944 e in regioni
ove ogni arbusto nascondeva un franco tiratore. Su simili argomenti
e' necessario dire tutto o tacere. Altrimenti un racconto
parziale risulta davvero "parziale". Un giorno ci diranno:
la Francia ha mentito. I metodi da noi descritti costituiscono
un sistema nel modo di esporre della delegazione francese, la
quale crede di essere davanti ad un giurì. Le si domanda un
rapporto, essa preferisce un esposto. Si dedica anzi "all'esposizione
dei crimini tedeschi": più la cosa è atroce, più grande è il
suo trionfo. Oradour sur Glane, Maillé, Tulle, Ascq: non è più
65
un magistrato che parla, sembrerebbe la stampa del settembre
1944. Non si tratta più di giustizia, ma di sporcare il nemico.
La delegazione francese accetta, anzi è impaziente di partecipare
con una manifestazione ufficiale all'impresa di umiliazione
e di odio sfoggiata davanti all'opinione pubblica dalla
stampa più ignobile della storia. La coscienza, l'onore dei magistrati
diventa archeologia: tutti sono divenuti giornalisti. E
uomini che con immenso dolore vediamo rappresentare il nostro
paese non comprendono nemmeno ciò che vi è di umiliante
nelle interruzioni fredde e cortesi del presidente, il quale
a modo suo intende ricordare come, anche davanti a un simile
tribunale, occorra mantenere un minimo di correttezza. Questa
presentazione disonesta, questo costante richiamo ai più bassi
istinti dell'opinione pubblica li hanno condotti del resto a fallire
completamente lo scopo. Alla delegazione francese veniva
richiesto un rapporto, obiettivo e utilizzabile, sull'occupazione
tedesca nei paesi occidentali tra il 1940 e il 1944. Nessuna
persona seria potrà dire che un tale rapporto sia incluso nella
relazione del processo. Il problema del saccheggio economico
è il solo trattato con coscienza e presentato con cifre sufficienti
come base di una discussione. Per il resto nessun quadro d'insieme,
nessuna statistica, nessuno sforzo per mettere ordine
nei fatti e presentarli con lealtà. Basterà, tra dieci anni, a uno
storico tedesco riprendere l'esposto del nostro rappresentante e
commentarlo con documenti, date e cifre, per abbatterci con la
dimostrazione implacabile della nostra mala fede. Potrà mostrare
con estrema facilità che la condotta tedesca, anche
quella politica e militare, fu diversa nel 1941 e nel 1943; che
certe disposizioni amministrative tedesche hanno protetto nei
limiti del possibile le vite francesi, ed infine (e tutti lo sanno)
che la vita del popolo francese è stata sopportabile almeno fino
all'inizio del 1944. Quello storico ci dirà come non sia lecito
confondere deliberatamente le carte, quando si tratta di accusare
uomini, anche se fossero mostri. Ci proverà che il piano di
sterminio del popolo francese non è mai esistito, fatto che
spiega benissimo per quale motivo non se ne siano trovate le
prove. Conseguentemente non avevamo il diritto di mettere
66
sotto accusa, per questa ragione, uomini come Keitel e Jodl,
soltanto perché non siamo riusciti a prendere Himmler vivo.
Ci spiegherà che questa politica di "sostituzione" delle responsabilità
che abbiamo abbondantemente usato verso i nostri
compatrioti è una commedia giudiziaria tale da disonorare chi
l'adopera. I fatti ci dimostrano (il che purtroppo è facile) cosa
sia una politica di sterminio. Giacché in questo stesso processo
e poco più avanti dell'esposto francese, c'è un esposto della
delegazione sovietica che ci schiaccia. Sì, nell'Europa dell'est
c'è un terribile conto aperto tra la Germania e i suoi vicini. Sì ,
c'è stata una politica di sterminio, e ne sono state trovate le
tracce. Non per "enumerazione", secondo i metodi a noi cari,
non per "campioni". Sono state ritrovate le deliberazioni delle
conferenze del Führer, le istruzioni ai responsabili, gli ordini,
tutto è stato ritrovato. Questa politica paurosa sventuratamente
sembra che sia stata attuata: almeno esistono documenti che lo
provano. E se può esservi per noi un punto d'incontro col dolore
ipocrita degli accusatori della Germania, è nel nostro dolore
sincero al pensiero di quegli uomini e quelle donne di Ucraina
che ricevettero i tedeschi con le mani piene di fiori credendoli
campioni della libertà e del diritto di vivere, e che furono massacrati,
affamati, sterminati, stupidamente, dagli uomini stessi
ai quali battevano le mani e che avevano forse in tasca l'ordine
di farli sparire. Sì, quello fu un crimine. Ma risponde a verità?
Vi è di tutto in quei documenti, che non sempre sono stati
classificati con prudenza. Molto spesso furono scambiati per
"ordini" dei "memorandum", cioè suggerimenti che furono respinti.
Talvolta furono portati a conoscenza veri e propri "ordini";
dal processo risulta però che quegli ordini non furono
eseguiti dai comandi d'armata perché troppo severi. Altre volte
si è equivocato sul significato delle misure prese: per esempio,
la distruzione sistematica dei villaggi non fu una politica di
terrorismo, ma un mezzo di lotta contro i partigiani, mezzo
consistente nell'evacuare il bestiame, gli abitanti e infine distruggere
le case in modo da creare intorno ai partigiani una
sorta di "terra bruciata", analoga a quella creata intorno alle
divisioni tedesche dal comando russo. Nella stessa maniera, la
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distruzione di opere agricole o di raccolti, le razzie di popolazioni
sono state usate dalle due armate: dall'armata russa nella
ritirata e dall'armata tedesca nelle medesime circostanze. I tedeschi
hanno persino affermato di aver fatto in Ucraina lavori
imponenti, di aver sovente aiutato e rifornito di viveri la popolazione,
e cioè proprio il contrario di quanto è stato sempre
detto. A chi bisogna credere? Le cifre presentate dalla delegazione
russa sono incontrollabili. E se la delegazione russa si
fosse servita del processo di Norimberga per montare una propaganda
enorme, come ha fatto la delegazione francese? Noi
possiamo controllare le affermazioni della delegazione francese,
sono cose avvenute in casa nostra. Ma come controllare le
parole della delegazione sovietica? Su questa questione il processo
rimane "aperto"; avremmo torto a crederlo chiuso dal
giudizio pronunciato. Tuttavia, pur tenendo conto della propaganda
e delle falsificazioni, pur senza prendere posizione sull'essenziale
(cosa a noi impossibile), come non sentire il peso
schiacciante delle cifre e dei dati allegati dalla delegazione sovietica?
La delegazione francese avrebbe evitato facilmente
procedimenti odiosi e spregevoli, se avesse considerato che il
suo esposto sarebbe stato stampato a poche pagine da questo
terribile dossier. E avrebbe fatto benissimo a non permettere al
lettore di confrontare le cifre della cosiddetta volontà di sterminio
dei francesi con le cifre che documentano lo sterminio
degli slavi. É triste, certo, dover contare le proprie vittime: 77
ad Ascq, 120 a Tulle, 800 a Oradour; citare 6 villaggi incendiati
in Francia, 12 nelle Ardenne belghe. Non può però parlarsi.
nemmeno di fronte a questi fatti, di volontà di sterminio,
quando il rappresentante sovietico può alzarsi e citare 135.000
persone fucilate nella regione di Smolensk, 172.000 nella regione
di Leningrado, 195.000 a Karkov, 100.000 a Babi Yar,
vicino a Kiev, e affermare che l'esercito tedesco ha distrutto in
Russia 70.000 villaggi. Anche se il rappresentante sovietico ha
camuffato o esagerato i fatti, questa semplice comparazione
prova che gli ordini di sterminio per la Francia non sono mai
esistiti e che esistevano invece istruzioni che prescrivevano
una politica di accomodamento. Sarebbe stato per lo meno
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onesto il riconoscerlo. Se qualche cosa può giustificare la condotta
ragionata e "a sangue freddo" tenuta verso la Germania
durante gli anni di occupazione è proprio il calcolo di ciò che
ci sarebbe toccato rifiutandola. Lasciamo questa disgressione e
torniamo alla delegazione francese: le accade di trovare delle
prove, o almeno pretende di trovarne. La delegazione francese
vorrebbe fare come fanno tutti, e ogni tanto consegnare fieramente
al tribunale, sul banco del presidente, un documento
scritto in tedesco. Purtroppo, quando s'incomincia a voler provare
cose inesistenti, innanzitutto non esistono documenti, e in
secondo luogo accade di aver grosse delusioni con i documenti
che si riesce a trovare. La documentazione francese è caratterizzata
da questi due particolari: essa è rara, e può dirsi di lei,
come delle ricette del dottor Knock, che riunendo i testi tedeschi
che la compongono, non se ne farebbe un grosso volume.
Inoltre zoppica sempre, è in perpetua contraddizione, non è
firmata, non è chiara, e accanto alla ricchezza delle altre delegazioni
fa, in verità, una triste figura. Se è vero che la delegazione
francese riuscì a scoprire un ordine concernente le torture
da applicarsi durante gli interrogatori, si vede bene, esaminando
quell'ordine, che esso interdice proprio le torture di cui
si parla, e limita a casi precisi l'impiego di mezzi coercitivi ben
definiti. Ciò non prova certo che i poliziotti tedeschi non adoperassero
la tortura, ma prova che non erano stati dati ordini
concernenti la tortura, come del resto viene fatto in tutte le polizie
di questo mondo. Se la delegazione francese trova conti
di gas micidiali, si sbaglia poi nella traduzione del testo e cita
una frase ove può leggersi che quel gas era destinato "alla distruzione",
quando il tedesco dice in realtà che era destinato
"al risanamento", alla distruzione cioè dei pidocchi di cui tutti
gli internati si lamentavano: d'altra parte, esaminando quelle
fatture risulta che alcune di esse riguardano campi che non
hanno mai posseduto camere a gas. La delegazione francese
trascura intrepidamente questo particolare e confronta questi
famosi conti con una frase pronunciata da un sottufficiale tedesco,
al momento dell'arresto e captata da un testimone. Questo
confronto eteroclito non la turba affatto e ritiene, con
69
l'aiuto di un mucchio di conti malamente interpretati e una frase
per aria, di "stabilire ampiamente" quella volontà di distruzione
così ostinatamente ricercata. Se alla fine riesce a depositare
un documento autentico, subito ne trae un'interpretazione
abusiva. Dopo molti altri, cita il decreto Nacht und Nebel,
ma, poiché Hitler non è più presente per assumerne la responsabilità,
l'attribuisce tranquillamente a Keitel, il quale contro
quel decreto aveva elevato la sua protesta. Insieme alle altre
delegazioni, cita un documento sul linciaggio degli aviatori
alleati, ma dimentica di dire che quel documento fu soltanto un
progetto e non divenne mai un ordine o una disposizione perché
ad esso si opposero le autorità militari. E tutto ha la stessa
consistenza. C'è sempre qualche correzione da fare: la difesa la
fa, infatti, e lo stesso presidente interviene talvolta, spontaneamente.
La famosa volontà di distruzione sembra alla delegazione
francese "stabilita", da una lettera "non ancora autentificata",
e che d'altra parte riguarda soltanto gli ebrei. La delegazione
francese rimprovera alle autorità militari germaniche
di aver rifiutato il rimpatrio dei prigionieri catturati abusivamente
dopo la firma dell'armistizio. Essa utilizza una lettera
dell'ambasciatore Scapini dell'aprile 1941, dimenticando però
di dire che a quell'epoca l'esercito tedesco aveva liberato
spontaneamente o in seguito a negoziazioni parecchie centinaia
di migliaia di prigionieri francesi. Produce una testimonianza
sui campi di punizione per i prigionieri evasi. Quei
campi erano durissimi, ma bisognava dire onestamente che in
generale i novecentomila prigionieri francesi in mano tedesca
durante la guerra sono stati trattati secondo la convenzione di
Ginevra. Errori per omissione, per inesattezza, per addebito
abusivo di responsabilità, per leggerezza di interpretazione;
ecco ciò che si trova costantemente nel dossier presentato
dalla delegazione francese. Se si trovano tante incrinature in
questa documentazione ufficiale, se non si ha mai l'impressione
di una onestà, di una lealtà assoluta negli uomini incaricati
di parlare in nome del paese, allora quale valore ha il dossier,
quale l'inchiesta? Che cosa ci proteggerà contro il rimprovero
di aver fabbricato "un falso"? Ma non è tutto: restano i testi70
moni. Le testimonianze sono in sintonia con l'esposizione dei
fatti. Come sappiamo, la delegazione francese ne abbonda. Ripetiamolo
ancora una volta; non si trattava qui soltanto di giudicare
Kaltenbrunner, aiutante di Himmler, ma Jodl, Keitel,
Ribbentrop, Dönitz, Hess eccetera. La delegazione francese
(nondimeno) non si rivolge al tribunale: sì rivolge all'umanità.
Abbiamo detto prima quali fossero i testimoni del pubblico
ministero americano e di quello inglese. Quei testimoni tedeschi
forse non dicevano tutta la verità: pensavano a se stessi e
forse poteva essere loro utile accusare i capi. Ma almeno al
futuro storico germanico si potrà dire che quei testimoni non
erano animati da odio né da intenzione di nuocere. I testimoni
della delegazione francese sono di tutt'altra natura. Per loro, il
tedesco è il nemico: non si accumuleranno mai abbastanza accuse
su di lui: essi sono lì per descrivere atrocità, per tenere
una conferenza sulle atrocità viste, su quelle raccontate a loro
o raccontate ai loro amici. L'unica preoccupazione è di non
mostrare troppo palesemente l'odio, di conservare almeno da
principio un'apparenza di obiettività. La sfilata di questi testimoni
colma il lettore di stupore. É difficile credere quanto
lontano possa spingersi l'incoscienza. La prima testimonianza
presentata al tribunale è un affidavit della signora Jacob, che
concerne il campo di Compiègne e comincia così: "Abbiamo
avuto la visita di parecchie personalità tedesche: Stülpnagel,
Du Paty de Clam...". L'inizio fa prevedere il resto. Si vedono
apparire successivamente personalità della medesima risma.
Ecco Maria Claudia Vaillant-Couturier, deputata comunista, e
dopo di lei ecco un testimone, Veith di nome, un altro, certo
Boix, un altro ancora, Balachowsky. Il loro interrogatorio comincia
così : « Il presidente: - "Volete sedervi e dichiarare il
vostro nome, per piacere?" -Veith: "Giovanni Federico Veith.
Sono nato il 28 aprile 1903 a Mosca" ». E al seguente: «Il presidente:
"Come vi chiamate?". Francesco Boix: "Francesco
Boix ". Il presidente: "Siete francese?" Boix: "Sono un profugo
spagnolo" ». E così si sa che Boix è nato a Barcellona. All'ultimo:
«Il presidente:"Come vi chiamate?" Dottor Alfredo Balachowsky:
"Balachowsky Alfredo". Il presidente: "Siete fran71
cese ?" Dottor Balachowsky: "Francese" ». E qualche momento
dopo: «Dubost (rappresentante del pubblico ministero
francese): "Siete domiciliato a Viroflay? Siete nato il 15 agosto
1909 a Korotcha in Russia?". Dottor Balachowsky: "Esatto"
». Ecco tutto. Alla fine, su nove testimonianze presentate
dalla delegazione francese, soltanto tre (quella del signor
Lampe, del signor Dupont e del signor Roser) sono testimonianze
di uomini nati in terra di Francia: non tengo conto della
testimonianza di Maria Claudia Vaillant-Couturier, deputata
comunista, evidentemente suggerita dal partito (come del resto
i discorsi pronunciati alla Camera) e che, con le sue esagerazioni
sul più tragico degli argomenti, ha provocato scoppi di
risa a calmare i quali si è reso necessario l'intervento del presidente.
Ecco dunque, su nove testimonianze, un certo numero
di deposizioni che abbiamo ritenute sospette dalla sola enunciazione
dello stato civile dei testimoni. Come sostenere che le
altre deposizioni sono inattaccabili? Tuttavia può anche essere;
e in assenza di un'inchiesta contraddittoria che nessuno ha
potuto ancora fare, bisogna pure attribuire loro una certa autorità.
Inoltre siamo costretti ad esaminarle con i mezzi a nostra
disposizione. Delle tre citate, due sono testimonianze di deportati:
l'uno dei comparenti era deportato a Mauthausen, l'altro
a Buchenwald. Questi due testimoni furono rispettivamente
deportati nel marzo 1944 e nel gennaio 1944. Anche accettando
la loro testimonianza, rimane tuttavia il fatto che si tratta di
una testimonianza valida soltanto per il periodo posteriore all'internamento.
Non sarebbe stato utile controllare con altre
testimonianze se il regime di Mauthausen e quello di Buchenwald
furono gli stessi durante gli anni precedenti? Il terzo
testimone è un sottufficiale, prigioniero di guerra, evaso nove
volte, nove volte ripreso e che depone sui campi disciplinari
per prigionieri di guerra. Qualunque sia la fiducia da lui ispirata,
c'è un errore evidente del pubblico ministero nella condotta
dell'interrogatorio, giacché gli si fa deporre su fatti che
non ha visto, a lui raccontati da camerati a cui furono raccontati
da altri camerati. Eccone il risultato: "Un soldato di cui
non so il nome ", gli ha raccontato, "in una città della quale
72
non sa ricordare il nome", in un giorno imprecisabile ecc.
Un'informazione importante gli fu fornita "dal personale di cucina":
peccato che tale informazione sia in contraddizione con
i documenti trovati altrove. Immaginiamo che la difesa abbia
smantellato con facilità questa testimonianza di seconda e terza
mano: un avvocato arriva persino maliziosamente a far "descrivere"
dal testimone un assassinio a cui qualche minuto
prima aveva dichiarato di non aver assistito. Beninteso, ciò
non vuol dire che non vi siano stati campi disciplinari, assassinii
e prigionieri evasi, non significa che non vi siano stati
campi di concentramento. Ma su fatti così gravi non sarebbe
stato preferibile che i documenti prodotti dai rappresentanti
della Francia fossero incontestabili e soprattutto completi? I
testimoni controllano appena il loro odio: gridano, come davanti
a una delle nostre corti di giustizia, che debbono vendicare
i compagni, che non bisogna dimenticare, che sono qui
per impedirlo. Soltanto, noi chiediamo la verità: non è la stessa
cosa. Quando la difesa li interroga, allora si vede uno spettacolo
singolare. La difesa, per loro, è "il nemico" : è necessario
non farsi prendere al laccio. Diventano agili come Proteo,
astuti come Pathelin: rispondono, non rispondono, prima di
ogni altra cosa stanno attenti a non dar vantaggi alla difesa,
sono infine i testimoni del pubblico ministero. Sono venuti
come accusatori, sono gli altoparlanti della "resistenza"; non
sono affatto uomini venuti dalla loro città per aiutare il tribunale
a conoscere la verità. Questa obiezione è grave, perché è
accompagnata da circostanze di cui bisogna avere il coraggio
di parlare. Innanzitutto, non si può fare a meno di chiedersi, in
determinati punti delle deposizioni, se non si tratti di testimonianze
accomodate. Ci sono risposte e affermazioni che non
sembrano appartenere a testimonianze dirette, e ogni tanto ritornano,
come veri ritornelli. I testimoni vengono interrogati
sulla famosa "volontà di sterminio" del popolo francese. Senza
dubbio, rispondono in coro, la volontà di sterminio esisteva,
senza dubbio esistevano "ordini superiori". Vengono interrogati
sulla responsabilità dell'intero popolo germanico. Senza
dubbio, rispondono anche questa volta, il popolo tedesco sa73
peva ciò che accadeva nei campi. Vengono interrogati sull'organizzazione
del servizio di guardia del campo. Sono sempre
le SS, dichiarano con fermezza. Il contro-interrogatorio invano
fa rilevare cose sorprendenti: gli ebrei messi subito in disparte,
la proibizione formale, pena la morte, fatta ai guardiani tedeschi
di parlare dei campi. Invano è stato dimostrato che le SS
furono inviate al fronte sin dal 1943 e sostituite da una specie
di territoriale: nulla conta. I testimoni si pronunciano con sicurezza
su questioni delle quali non possono parlare, e rispondono
precisamente quello che la delegazione francese vuol sentir
dire. Esistono circostanze anche più inquietanti. Perché soltanto
questi testimoni, ed essi soli, hanno deposto? Giacché si
afferma che l'accusa poteva sostenersi soltanto con un campionario,
quale criterio ha ispirato questa selezione? Si è voluto
dare un'idea esatta dell'occupazione tedesca e dei campi
d'internamento, o si sono cercati prima di ogni altra cosa testimoni
ad effetto? Perché le testimonianze riguardano tutte il
1944? Perché concernono soltanto i campi di Mauthausen e di
Buchenwald allorché esistevano venti campi d'internamento e
duecento comandi? Si sa che tra i deportati vi era un certo numero
di persone internate per borsa nera e per colpe di diritto
comune. Perché non se ne precisa la percentuale? Perché non è
stato ascoltato nessun internato appartenente a quella categoria?
Ci è stato spiegato che i kapos, scelti dai tedeschi tra gli
internati stessi, sono responsabili di una gran parte delle atrocità
commesse. Perché non è stato convocato nessuno di coloro
i quali accettarono quel ruolo? Tutti, nel nostro paese, ne
conosciamo almeno uno, e la cosa ha fatto un considerevole
rumore. Ce ne sono centinaia di altri. La storia dei campi non è
dunque chiarissima, ed esistono cose che si preferisce lasciare
nell'ombra? Ma allora, se non ci dicono tutto, quale valore ha
questa storia prefabbricata, questa preparazione artificiale di
campioni? Noi abbiamo, noi cominciamo ad avere delle prove
di questa selezione preventiva delle testimonianze. Un prigioniero
di guerra, convocato da una commissione d'inchiesta per
la raccolta delle testimonianze, ha raccontato cose a lui accadute
durante il periodo della prigionia.. Lo si è ringraziato
74
spiegandogli che non si sarebbe tenuto conto della sua testimonianza
poiché essa non conteneva alcun elemento di accusa
contro i tedeschi. Un deportato è stato anche lui sondato. Era a
Mauthausen come gli altri, ma non parla di Mauthausen proprio
nella stessa maniera degli altri. É stato convocato: la sua
testimonianza è stata registrata ma non usata, e non gliene
hanno spiegato la ragione. É chiaro che non si volevano avere
testimonianze tali da far da contrappeso. Arriviamo adesso ad
una circostanza per lo meno strana. Essa è riportata in un'inchiesta
del settimanale spagnolo Madrid e mi è stata confermata
da parecchi corrispondenti. Perché rifiuteremo questa testimonianza,
giacché il signor Dubost ammette quella del signor
Boix? Si tratta del compito di mimetizzare e sistemare le
cose, perseguito dai vincitori per giovare a un certo turismo
pubblicitario. Per impressionare le fantasie, alcuni campi sono
stati trasformati in musei. Si conservano così , adoperando pupazzi
di cera, le camere a gas ricostruite, scene di tortura
montate come al museo Grévin, il ricordo infine degli orrori
descritti dalla propaganda. Non c'è male, anche così ... Ma poiché
spesso i luoghi non si prestavano a una ricostruzione, la
cazzuola ha preso il sopravvento, sono state costruite (come al
cinema) scene complete di tortura in luoghi ove mai erano esistite;
oppure (sempre con la pietosa intenzione di accostarsi a
una maggiore verosimiglianza) si sono costruiti ad Auschwitz
e a Dachau, per esempio, forni crematori supplementari destinati
a calmare gli scrupoli di qualche cervello matematico. La
storia si scriverà così : si arriverà, è evidente, perfino a fabbricarla.
Ciò prova che nell'arte difficile della propaganda abbiamo
fatto notevoli progressi. Se la razza degli storici non e'
condannata a sparire, sarà prudente dare a tutti loro una rigorosa
formazione archeologica. Non sono uno spirito intrepido
simile ai membri della delegazione francese; non concluderò
quindi che c'è stata "volontà di falsificazione", ma non posso
nascondere al lettore che "piccoli fatti" del genere di quelli citati
mi rendono circospetto. La requisitoria della delegazione
francese è così fragile che ci dà il diritto di chiedere testimonianze
supplementari. Giacché chi sceglie di provare qualche
75
cosa elencando testimonianze, non può rifiutare che lo si aiuti
in quell'enumerazione. E i testimoni conosciuti danno maggior
garanzia dei testimoni presentati nella versione ufficiale. La
delegazione francese forse non se ne è resa conto, ma il suo
modo di procedere lascia la questione aperta indefinitamente.
Ora i testimoni "sinceri" che ciascuno di noi ha potuto sentire
sono lungi dall'essere categorici come i testimoni ufficiali: almeno
"erano" lungi dall'esserlo appena usciti dai campi. Su
questo punto si è prodotto un fenomeno interessantissimo. Le
testimonianze autentiche, genuine, come dicono gli inglesi,
raccolte alla metà del 1945, si sono presto modificate. Da
principio, i deportati hanno raccontato le cose viste; un po' più
tardi hanno subito l'influenza della letteratura della deportazione,
ed hanno parlato secondo i libri letti o secondo i racconti
dei camerati che a poco a poco si sostituivano alle loro
impressioni personali. Infine, all'ultimo stadio, hanno adottato
più o meno incoscientemente una versione utilitaristica della
prigionia, si sono fatti un'anima da professionisti dell'internamento
politico, e hanno sostituito nei loro racconti le cose viste
in realtà con quelle utili a dirsi. Un piccolo numero, invece,
ha subito una evoluzione contraria. Disgustati dalle esagerazioni
della letteratura specializzata, istintivamente hanno preso
il contro-passo e, a quattro anni di' distanza, sono portati a minimizzare
ciò che pure è scritto nella loro memoria, per scrupolo
di precisione o per una specie di pudore a ricordare un
destino eccezionale, o per non essere confusi con gli altri. Ne
consegue una grande diversità nelle confidenze, e spesso delle
contraddizioni: poiché a tutto il resto bisogna aggiungere l'alterazione
naturale che i ricordi subiscono, secondo la famiglia,
il lavoro, le relazioni conservate o interrotte con gli antichi
camerati; secondo la colorazione passionale che l'appartenere
all'uno o all'altro partito politico dà loro. Nella misura in cui le
impressioni del deportato hanno potuto essere captate e, per
così dire, fotografate subito dopo il suo ritorno (e per quanto
possibile prima di ogni contaminazione della verace testimonianza)
si ha una sensazione assai diversa da quella voluta dare
a Norimberga. Aggiungiamo infine che sono state raccolte
76
più o meno spontaneamente, alcune testimonianze posteriori al
processo. In particolare si è saputo che certi detenuti hanno accettato
nei campi il ruolo di ausiliari benevoli, è stato rivelato
che alcuni di essi non erano estranei alla designazione delle
vittime: posti privilegiati, funzioni particolari erano attribuiti
in condizioni sospette: alcuni testimoni stessi del processo
avevano dovuto già riconoscere, durante un controinterrogatorio,
una partecipazione indiretta alle sevizie riferite
nell'atto di accusa ed è poi risultato che tale partecipazione era
spesso più larga, più completa di quanto si creda. La vera storia
dei campi non è ancora stata fatta. Sappiamo ormai che la
semplice domanda: "Come ve la siete cavata?" era una domanda
grave a cui molti dei sopravvissuti sono imbarazzati a
rispondere. Che pensare infine di certe opere sui campi, pubblicate
di recente? A mano a mano che il blocco dei resistenti
si disgrega, i loro portavoce si allontanano dalla verità ufficiale
e si esprimono con maggiore libertà sui loro antichi soci.
La solidarietà dei deportati, è chiaro, era soltanto un tema di
propaganda. Adesso essi stessi insinuano che le cose non furono
così semplici come è stato fatto credere: ciascun partito fa
gravi riserve sul comportamento degli avversari, e alla fine si
constata che tutti quei documenti sulle atrocità tedesche debbono
essere utilizzati con le più grandi precauzioni, giacché
ciascuno difende la propria causa. Poi, ogni tanto, nel silenzio
generale, esplode una di quelle testimonianze terribili, ritardate,
soffocate, ma che venute alla luce fanno seriamente riflettere.
Cosa c'è di vero in quei Jours Francs di Bradley, ove i deportati
liberati di un campo della Renania si abbandonano per
un certo tempo a una vera orgia di supplizi, di massacri, di
sanguinose sozzure, a uno spasimo di sadismo folle, al punto
che quella fantastica licenza, quella demenza da sventratori, fa
pendere all'improvviso e inesorabilmente, malgrado tutto, la
bilancia delle atrocità dall'altra parte? Se tutto ciò è vero, se
bisogna tenere conto della storia che si costruisce ogni giorno,
chi può dire che il processo è definitivamente chiuso, chi può
dire di sapere la verità sui campi della Germania?
77
Seconda Parte
Sino a che non saranno pubblicati gli atti di altri processi
(penso qui ai processi dei membri del SD o a quelli dei comandanti
dei campi), sino a che la difesa non verrà completata
con tutti i documenti, chi potrà vantarsi di poter esprimere un
giudizio completo e imparziale sui campi di concentramento?
Se si ricorre a testimonianze diverse da quelle prodotte dalla
nostra propaganda, si comprende subito la gravità di alcune
lacune. Risulta chiaro che nella versione dei fatti a noi presentata,
intervengono elementi accidentali che abbiamo avuto
il torto di non mettere in luce. Il più importante di tutti è la ripercussione
sulla vita dei campi del disordine pazzesco che la
disfatta portò in tutti i servizi. Le norme stabilite per i campi
nel 1942 e nel 1943 furono sconvolte, i campi furono d'improvviso
sovrappopolati, inondati da detenuti razziati nelle
prigioni evacuate, privati di viveri e di medicamenti, abbandonati
al caso, al disordine, alla fame che divenne terribile, giacché
il vettovagliamento cessò nel momento stesso della maggiore
affluenza dei prigionieri. Allora apparvero le epidemie,
le morti in massa, la lotta feroce per quel po' di nutrimento che
arrivava al campo: i controlli disparvero o si indebolirono, e il
furore della disfatta, la collera dei bombardamenti hanno certo
provocato azioni criminali le quali rendevano ancor più gravi
le condizioni spaventose di vita create dal disordine. I membri
della commissione d'inchiesta americana trovarono i campi in
questo stato: credettero che tali condizioni eccezionali rappresentassero
la norma, e non vollero sapere altro. Tuttavia, una
norma era esistita, i campi erano stati ben altra cosa. Sino all'epoca
dello sbarco, i campi erano sorvegliati e ispezionati:
almeno così ci viene assicurato. Non dovevano essere sovrappopolati,
i detenuti nelle baracche dovevano avere quattro metri
cubi d'aria per ciascuno. I malati erano curati all'infermeria
dove potevano essere ricoverate, nel luogo di cui parlo, da
cinquanta a sessanta persone: le medicine furono sempre fornite
al campo in quantità sufficiente sino a che i bombardamenti
distrussero la città più vicina: i malati gravi venivano
78
trasportati all'ospedale di quella città. I detenuti avevano il diritto
di ricevere pacchi: naturalmente di tale facoltà usufruivano
raramente i detenuti stranieri le cui famiglie ne ignoravano
l'indirizzo, ma se la loro prigionia era stata notificata, potevano
ricevere pacchi al pari dei detenuti tedeschi. I tubercolotici
erano tenuti da parte: non si potevano praticare iniezioni letali
ai malati incurabili senza l'autorizzazione del servizio centrale
del Gau e, nel campo di cui parliamo, tale autorizzazione fu
data una sola volta. All'appello del mattino, i detenuti avevano
il diritto di marcare visita. Era vietato picchiare i deportati, e
parecchie SS furono degradate per aver dato calci. Il comandante
del campo era tenuto a fare un rapporto mensile che veniva
trasmesso a Berlino e sottoposto a un rigoroso controllo.
Giuridicamente il campo era equiparato ad una prigione: i deportati
erano cioè considerati come detenuti in attesa di giudizio
il cui processo veniva istruito davanti ai tribunali militari
della regione nella quale erano stati arrestati. Quando la sentenza
era stata emessa in loro assenza, se si trattava di prigione,
veniva loro regolarmente notificata. Scontata la pena, questi
detenuti erano rimessi in libertà; e pare vi siano stati effettivamente
casi di deportati liberati e rimandati a casa loro, dopo
aver firmato l'impegno di non fare rivelazioni di sorta sul
campo. Per contro, quando il tribunale militare pronunciava
una condanna a morte, essa non veniva notificata. La condanna
era registrata regolarmente negli archivi del campo del Gau
SS, e il condannato veniva giustiziato con una iniezione al fenolo
sotto forma di vaccino. Durante il 1944, vi fu una media
di 600 esecuzioni al mese per ogni 15.000 detenuti: a quell'epoca,
il numero delle morti per malattia, epidemia, sfinimento
si elevò a 200 al mese. Divennero molto più numerose a
partire dal principio del 1945, per le ragioni già dette che cagionarono
un mutamento totale di condizioni di vita nel campo,
in seguito a cui esplose un'epidemia di tifo. Tale monografia
riguarda il campo di Belsen, vicino a Brema, campo di seconda
categoria, come Dachau e Sachsenhausen. É poco probabile
che se ne trovi cenno nel rendiconto del processo di
Belsen, ove la difesa non poté far ascoltare i testimoni, i quali
79
erano o accusati a cui veniva rifiutata ogni attendibilità, o
clandestini che non volevano mettersi in vista. Non se ne troverà
nemmeno traccia nel film dedicato a Belsen dagli americani,
girato alla fine del 1945, con SS sufficientemente sparute
per sembrare, agli occhi del pubblico, eccellenti deportati. Si
rimprovererà a questa rettifica di parlare di un caso isolato?
Tale obiezione è valida: io dico soltanto ciò che ho saputo. Ma
vi sono presunzioni per altri casi, vi sono documenti che non
avremmo dovuto ignorare e che costituiscono presunzioni. Il
bollettino al ciclostile stampato clandestinamente durante l'occupazione
dai nazionalisti ebrei è il solo organo clandestino
della "resistenza" che dia particolari precisi sui campi di deportazione.
Quelle informazioni erano destinate alle famiglie.
Non è rivelato, certo, il mezzo usato per procurarsene, ma
sembra che siano meritevoli di qualche credito in ragione stessa
del loro scopo. Ecco dunque quel che si legge su Shem, 8
luglio 1944, a pagina 78 e seguenti: "Informazioni sui campi di
deportazione". Riproduciamo qui sotto alcune informazioni
giunte nel marzo scorso sui campi della Slesia e della Polonia
verso i quali è stata avviata la maggior parte degli ebrei arrestati
in Francia dalle autorità francesi e germaniche...
Myslowitz, Puits Hans... Le condizioni di vita in questo campo
sono catastrofiche. La mortalità è spaventosa... Kattovicz-ville
n 2... Il nutrimento è passabile e corrisponde a quello usuale
tra i lavoratori della regione. Qualche artigiano continua ad
esercitare il proprio mestiere. Alcuni di essi sono autorizzati a
scrivere e ricevere lettere. Le donne si occupano dei lavori
domestici del campo e nelle cucine a preparare il vitto. In generale,
le condizioni di vita nel campo sono sopportabili...
Campo di Brieg, vicino a Breslau... il vitto è abbondante, ma
sprovvisto di grassi. Il trattamento da parte dei sorveglianti
non è cattivo... Beutihen-Gileiwicz... Le donne eseguono lavori
ausiliari leggeri, preparano i pasti su cucine volanti... Regione
Myslowicz-Chrzanow-Trzebinia... Ogni sorta di artigiani vi lavorano.
La sorveglianza è severissima ed è composta da formazioni
regolari dell'esercito. Nondimeno le relazioni tra i
sorveglianti e gli internati in generale sono buone... Regione
80
Kattowicz-Birkenau-Wadowitcz... La vita in questi campi è
sopportabile, data la prossimità di campi di lavoratori non
ebrei; in certi luoghi si lavora in comune. Tale lavoro consiste
nella costruzione di strade, ponti e case di civile abitazione
nelle città. Di preferenza sono tenuti qui gli artigiani. Il livello
morale tra i deportati è generalmente buono ed essi confidano
nell'avvenire… Neisse... Il lavoro è duro e penoso, il vitto insufficiente,
gli alloggi degli internati indegni di esseri umani…
Molti casi di suicidio... Campo d'Oberlangenbielau... Il trattamento
da parte dei sorveglianti è buono, ma la sorveglianza
durante il lavoro severissima... Waldenburg in Slesia.,. Le
condizioni di vita sono durissime... Theresienstadt... Una volta
piccolo villaggio slovacco di 7-8 mila abitanti, questo agglomerato
ne conta adesso quasi 80.000. Tale aumento è dovuto
alla deportazione di 30-40 mila ebrei i quali hanno ripopolato
e ricostruito per intero questa borgata. Evidentemente, come
contropartita, bisogna pur ricordare qui le testimonianze presentate
dalla delegazione Sovietica, e in particolare quella che
descrive il campo di sterminio a Treblinka, dove gli ebrei venivano
giustiziati in massa appena arrivati, in una stazione posticcia
che dissimulava l'attrezzatura di esecuzione. Si nota così
la differenza di trattamento tra ebrei occidentali e ebrei dell'Europa
centrale. La cronaca di Shem continua così : "É stato
possibile raccogliere informazioni concernenti i bambini piccoli,
da 2 a 5 anni, e soprattutto le bambine. Più di 2.000 di
questi bambini sono stati affidati ai coltivatori, per la maggior
parte famiglie contadine della Prussia orientale. Alcuni indirizzi
esatti e completi saranno ulteriormente comunicati. Corre
voce persistente (non ancora controllata) che a Lauenburg, in
Pomerania, e nelle provincie limitrofe (Grenzmark), bambini
ebrei di 5 o 6 anni sarebbero tra i giovani hitleriani. Un gran
numero di lattanti e di bambini sotto i due anni, figli di ebrei,
sono ripartiti nella stessa Berlino e nella regione circostante in
diversi nidi ed asili. Vi sono portati dalla DRK (Croce rossa
germanica) e dalla NSVW (Organizzazione sociale germanica)
insieme ai bambini di genitori sinistrati o uccisi durante i
bombardamenti aerei, e sono generalmente ammessi negli or81
fanotrofi con la stessa qualifica. La liberazione di un deportato,
accordata ufficialmente dalle autorità centrali, è in genere
sabotata dai subalterni locali. Io non intendo qui pronunciare
nessun giudizio completo sulle condizioni imposte ai deportati:
non posso pronunciarmi nemmeno sull'autenticità di queste
testimonianze, fatta eccezione per la loro autenticità materiale;
come tutte le testimonianze, esse debbono essere integrate.
Rimpiango soltanto, giacché è possibile a un privato procurarsi
tali informazioni, che nessuna deposizione simile figuri nel
dossier della delegazione francese o che, almeno, fatti facilmente
controllabili non siano nemmeno accennati. Ciò è tanto
più da rimpiangere in quanto il processo si è svolto in presenza
di un pubblico tedesco, davanti ai membri del foro tedesco, e
che in Germania un principio di diritto rispettato dallo stesso
nazionalsocialismo fa obbligo al pubblico ministero di rendere
note spontaneamente le prove a discarico di cui ha potuto avere
conoscenza. Vediamo oggi, con qualche stupore, il governo
militare americano accordare ad Ilse Koch una riduzione di
pena considerata scandalosa dai nostri giornali. Ciò forse avviene
perché oggi il governo americano, informato meglio sui
campi di concentramento, e d'altra parte un po' meno sicuro
dell'utilità di far passare i tedeschi per mostri, comincia a vedere
le esagerazioni della sua stessa propaganda. Non faremo
bene a prendere in considerazione una rettifica del nostro atteggiamento
ufficiale, che la prossimità della guerra e delle
sofferenze della guerra ha reso troppo sistematico? Tutti sappiamo
che molti deportati sono morti senza essere stati sterminati
e semplicemente a causa del disordine, del sovraffollamento
e delle condizioni sanitarie spaventevoli degli ultimi
mesi. Dirlo lealmente, non significa offendere la loro memoria.
I francesi, i quali si sono documentati sugli ultimi istanti
dei loro cari morti in prigionia, se leggeranno queste pagine,
penseranno certamente che non c'è niente dì incredibile nel
rapporto fatto su Belsen. Perché vivere allora su una leggenda
sistematica di orrori? Beninteso, vi erano altri campi: c'era
Majdanek, c'era Auschwitz, c'era Treblinka. Ma quanti francesi
sono stati ad Auschwitz, a Treblinka? Ne parleremo fra po82
co. Vi furono anche, non lo dimentico, le condizioni paurose
del trasporto dei deportati. Non furono però applicate a tutti.
Certi convogli furono drammatici, ma molti altri non lo furono.
Vi furono gli esperimenti medici: questo è uno dei punti
sul quale sarebbe importante sentite le delucidazioni tedesche.
É esatto, come è stato detto al processo, che quegli esperimenti
non furono mai ordinati dalla Luftwaffe, perché erano già stati
eseguiti su soldati tedeschi volontari? É esatto, come alcune
persone hanno sostenuto, che il contratto proposto ai deportati
che accettavano di subire quegli esperimenti sia stato effettivamente
rispettato e che i deportati sopravvissuti siano stati
rimessi in libertà? Se così fosse, bisognerebbe mostrarli: in un
processo simile, sono queste le prove che contano. Infine,
qual'è la percentuale di deportati francesi oggetto di quegli
esperimenti medici? La cifra non è stata mai rivelata, forse è
difficile dirla, ma un'indicazione anche approssimativa sarebbe
utile. Messe a punto simili, fatte senza spirito di parte, senza
intenzione di propaganda, non sarebbero utili a tutti, e, in particolare
al nostro paese? Non faremmo miglior figura in tutta
questa faccenda, se la nostra requisitoria avesse fatto conoscere
con lealtà e con moderazione sofferenze che nessuno contesta
e che tutti sono pronti a rispettare, quando non siano accompagnate
dall'odio? Non sarebbe stato meglio esporsi alla
contro inchiesta di una commissione internazionale incaricata
di colmare, come in Belgio dopo l'altra guerra, le lacune della
nostra requisitoria? Occorre ripeterlo, non è ancora venuto il
tempo di fare la storia di questi avvenimenti e io non considero
questo libro nemmeno come un umile contributo a quel lavoro
futuro. Non porto documenti: non so nulla più degli altri. Ho
scritto soltanto le riflessioni ispiratemi dalla lettura del Processo
di Norimberga, un po' come quei sempliciotti d'un tempo,
i quali pensavano ingenuamente che la loro opinione sulla
Carta o sul diritto di primogenitura potesse interessare il pubblico.
Avevo bisogno dì scrivere queste cose: è la mia unica
scusa per tanta indiscrezione. Ma infine l'esame della terza e
quarta parte dell'atto d'accusa è un lavoro che in altri tempi ho
imparato a fare: è insomma la critica delle testimonianze, e io
83
l'ho condotta proprio con un criterio di storico, con i metodi
critici già da me altre volte adoperati, e che sono il fondamento
del lavoro di erudizione a cui ho modestamente collaborato.
Che questa critica possa essere così copiosa, è un fatto
grave. É grave che la delegazione francese abbia mescolato
tutto, che abbia compromesso quel che poteva essere provato
con certezza da asserzioni di partigiani, con deposizioni piene
di odio, con temerarie generalizzazioni. È grave che abbia rifiutato
di tenere conto delle circostanze, del clima storico, e
abbia isolato alcuni fatti senza dire ciò che era avvenuto prima
e ciò che stava avvenendo nell'istante medesimo. È grave che
abbia dato la parola a testimoni ai quali è lecito chiedere se è
loro interesse stabilire la verità o non piuttosto fare della propaganda.
È grave l'accettazione, da parte sua, di procedimenti
da comizio e l'impiego di un metodo incapace in sé di provare
la premeditazione di sterminio sulla quale è basata tutta la requisitoria.
È grave il reclamare vite umane appoggiandosi a
fatti singoli i quali impegnano soltanto la responsabilità di comandanti
locali e che sono evidentemente incontrollabili su un
fronte così largamente esteso. Non è certo da stupirne, ma è
poco onorevole per il nostro paese che nella requisitoria sia
possibile leggere frasi simili per riassumere l'atteggiamento
della Germania verso i nostri prigionieri: "La Germania ha
moltiplicato i trattamenti inumani: il suo scopo era quello di
avvilire gli uomini in suo potere, i quali erano soldati e si erano
arresi affidandosi all'onore militare dell'esercito a cui si arrendevano".
O che si giunga a presentare come delitti di diritto
comune ordini dati contro i sabotatori, a proposito dei quali si
fa tale precisazione: "Questo paragrafo si applica ai raggruppamenti
dell'armata britannica senza uniforme o con uniforme
tedesca". È poco onorevole che la nostra accusa abbia dato
l'impressione di essere costantemente in mala fede, e non è
strano che alla fine il presidente abbia rifiutato di ascoltarla
più a lungo; e che un magistrato francese, incaricato di parlare
in nome del paese, si sia visto interrotto come un chiacchierone
abusivo in uno dei più grandi processi della storia, e non
abbia trovato altro da replicare se non che "non si aspettava
84
una decisione simile". Lo ripeto, niente di tutto questo permette
di concludere che i tedeschi non abbiano commesso
azioni contrarie alle leggi di guerra. Ma permette almeno di
dire che un'inchiesta condotta in modo tale deve essere rifatta
daccapo e su ogni suo punto. Aspettando il risultato di questa
inchiesta che deve essere pubblica, completa e aperta al contraddittorio,
è impossibile prendere per buone le cose dette
dalla delegazione francese, e noi abbiamo il dovere di far sapere
pubblicamente che un certo numero di uomini nel nostro
paese non accettano l'inchiesta attuale e reclamano il diritto di
sospendere il loro giudizio. Nella misura in cui l'esercito germanico
ha commesso atti contrari alle leggi di guerra, noi condanniamo
quegli atti e gli uomini responsabili di essi, alla
condizione però che si producano le circostanze da cui furono
accompagnati, che i responsabili siano individuati senza spirito
di parte, e che tali atti infine siano condannati da tutti i
belligeranti, quali che essi stano. Facciamo nostre qui le due
seguenti osservazioni della difesa. L'una è la dichiarazione del
dottor Babel, formulata in termini i quali, secondo noi, possono
essere accettati in Europa da ogni uomo di buona fede.
"Questa guerra mi ha portato tali sofferenze e sventure che non
ho alcuna ragione per proteggere o sostenere chiunque sia
stato colpevole o complice della mia sventura personale o di
quella riversatasi su tutto il mio popolo. Non cercherò nemmeno
che una tale persona sfugga ad una giusta punizione.
Semplicemente, io voglio aiutare il tribunale nella sua ricerca
della verità..." L'altra osservazione è del pari commovente. È
stata fatta dal medesimo avvocato ed è impossibile, pensiamo,
ad un animo giusto non associarvisi: "In molti casi, azioni
messe a carico di truppe germaniche furono provocate dal
comportamento della popolazione civile, e le azioni contrarie
al diritto delle genti, se dirette contro i tedeschi, non sono giudicate
nella medesima maniera degli errori commessi dall'esercito
germanico". In particolare, non è giusto pretendere di
esporre il modo di condursi dell'esercito tedesco in occidente
senza descrivere le condizioni di occupazione imposte dalla
politica degli alleati. La formazione e lo sviluppo dei gruppi
85
della "resistenza", gli attentati ordinati da organizzazioni irresponsabili,
la propaganda ebraica e l'azione comunista, la nascita
infine delle bande di franchi tiratori, hanno profondamente
modificato, anno per anno, il carattere delle misure difensive
opposte dall'esercito tedesco alle iniziative suesposte.
Da parte loro, i tedeschi hanno singolarmente aggravato la situazione
con rappresaglie maldestre o con la stupida coscrizione
dei lavoratori. Ma, qualunque sia la parte di responsabilità
germanica, non si può dimenticare che gli avversari si sono
posti per primi in una situazione tale da non poter invocare più
il diritto delle genti. La dottrina dello stato maggiore tedesco
in questa materia non dice niente di nuovo: essa è stata fissata
nel 1870 e non è più mutata: è intransigente, ma sana. Essa dà
il titolo di combattente soltanto alle truppe in uniforme: lo rifiuta
a chiunque non voglia farsi riconoscere come combattente
dall'uniforme che indossa. Tale dottrina è inattaccabile.
Le leggi di guerra tendono a creare un "campo chiuso" intorno
ai combattenti. Proteggono gli spettatori forzati e coloro i quali
raccolgono i feriti. Ma a partire dal momento in cui uno di
quegli spettatori raccoglie un fucile e slealmente tira dalla finestra
su coloro che stanno lealmente combattendo sul terreno,
egli si mette fuori delle leggi di guerra e per conseguenza fuori
della protezione accordata dalle leggi di guerra ai combattenti
e ai non combattenti. I franchi tiratori e i loro ausiliari, quali
che siano il coraggio e la correttezza militare con cui si battono,
sono dunque e possono soltanto essere, dal punto di vista
internazionale, avversari sleali, bari nascosti ai margini della
battaglia. Essi non possono chiedere per sé la protezione delle
leggi che vigono sul campo dì battaglia, e sono intieramente,
totalmente alla mercé del vincitore se si lasciano catturare.
Ogni franco tiratore, ogni ausiliario o complice di franco tiratore
si trova dunque messo fuori del diritto delle genti: secondo
una rigorosa applicazione della legge internazionale, ogni
franco tiratore, ausiliario, o complice di franco tiratore quando
viene preso è condannato alla fucilazione immediata. Tale regola
è dura: ma l'esperienza recente prova che osservarla con
rigore è la sola garanzia delle popolazioni civili. Gli uomini i
86
quali assunsero la responsabilità di inquinare la guerra ricorrendo
a metodi simili hanno assunto una terribile responsabilità
non soltanto verso coloro che esponevano così alla morte,
ma anche verso le popolazioni civili a cui venivano a togliere,
in questo modo, ogni protezione. Non si può dire che quegli
uomini non sapessero quel che facevano. La dottrina dello
stato maggiore tedesco è stata ricordata costantemente durante
la guerra. L'affermazione che un certo numero di civili, muniti
o no di bracciale, debbano considerarsi militari, è inammissibile.
Tali convenzioni infatti valgono soltanto quando vengano
accettate da tutte e due le parti. Quando i tedeschi costituiscono
un Werwolf per tirare, nascosti nei boschi, sulle nostre
truppe di occupazione, noi spieghiamo loro chiaramente che i
membri del loro Werwolf, se saranno presi, verranno fucilati. I
franchi tiratori sono franchi tiratori: il fatto di aver in tasca la
tessera di un partito progressista non cambia nulla alla loro
qualifica. Questa constatazione non cancella certo le rappresaglie
selvagge esercitate da alcune unità germaniche; ne cambia
però il carattere. Il comando alleato ha preteso, in prossimità
dello sbarco, di porre tutti i paesi dell'ovest d'Europa in stato di
rivolta permanente. È stato affermato che le truppe tedesche
avanzavano in mezzo a tranelli continui. Sotto i piedi non trovavano
che trabocchetti e mine. Ogni boschetto proteggeva tiratori,
ogni pietra era una minaccia, ogni svolta una sorpresa.
Ogni comune si vanta oggi di aver rifornito di viveri i partigiani,
di averli nascosti, di averli soccorsi. Siamo davvero imprudenti,
giacché dichiarazioni simili, se prese sul serio, sminuiscono
in modo singolare la responsabilità dei comandanti
germanici. Noi possiamo accusarli di aver esteso illegalmente
la qualifica di "complice di franco tiratore", di averlo fatto con
atti di violenza, arbitrariamente e senza prove. Ma è tutt'altra
cosa dell'accusa mossa dal nostro pubblico ministero. Nelle
necessità brutali della ritirata non c'e affatto "volontà di sterminio":
non c'è altro "ordine superiore" se non il persistere di
una dottrina giuridica inattaccabile. Esistono responsabilità,
ma esse rientrano nell'orbita dei comandi locali. Inoltre, niente
mi impedirà di scrivere che, in questi casi, sono largamente
87
condivise dai provocatori. Non si tratta soltanto di una banda
di bruti che, perduto ogni controllo, ha incendiato la chiesa di
Oradour; c'è l'uomo di radio Londra, lo stesso che oggi parla
sulle tombe. Vi sono crimini di guerra certi, incontestabili, e
che possono essere isolati dalle circostanze o che le circostanze
non giustificano in alcun modo. Essi sono infinitamente
meno numerosi di quanto abbia affermato la delegazione francese.
Quando a Baignes, al momento dell'offensiva Rundstedt,
il comandante di un gruppo di carri armati, in un campo, fa
circondare centoventinove americani stretti insieme, con le
braccia levate, e li fa mitragliare, si tratta di un tipico crimine
di guerra, se gli avvenimenti si sono svolti come ci vengono
descritti. Quando, in seguito a un'evasione collettiva, cinquanta
ufficiali aviatori inglesi prigionieri nel campo di Sagan
vengono fucilati senza essere giudicati e su semplice designazione,
è egualmente un crimine di guerra incontestabile, evidente;
una violazione perfettamente chiara delle convenzioni
internazionali (altra cosa è sapere se vi è, in questa faccenda,
responsabilità di Göring). La stessa cosa può dirsi per le rappresaglie
collettive e gli incendi dei villaggi, ma a condizione
di ammettere esplicitamente che tale condanna va portata su
ogni rappresaglia collettiva, su ogni incendio di villaggio, e
che gli ufficiali tedeschi perseguiti a questo titolo saranno puniti
nella stessa maniera degli ufficiali francesi responsabili di
azioni analoghe in Indocina, prima e dopo la guerra attuale:
perché bisognerebbe chiamare "crimine" l'incendio di padiglioni
in muratura e "sciocchezze" l'incendio di villaggi di
bambù? Comunque, risulta dalla requisitoria stessa che tali incontestabili
crimini di guerra sono pochi, e quando ci fermiamo
a studiarne qualcuno, ci accorgiamo che essi non implicano
minimamente la responsabilità del comando supremo germanico,
come ci è stato fatto credere; ma soltanto quella di capi
di unità, i quali non hanno saputo conservare sangue freddo
e disciplina. Inoltre, quasi sempre è in giuoco la responsabilità
degli elementi locali della "resistenza" in quanto provocatori.
Aggiungiamo che determinati atti, almeno, sono stati oggetto
d'inchiesta e di sanzioni da parte dello stesso comando germa88
nico. Non è onesto, in ogni caso, presentarli per far numero,
confusi con atti ben più difficili da giudicare: assassinii di partigiani
senza regolare giudizio, accompagnati perfino da brutalità,
esecuzioni di sabotatori la cui legittimità è più o meno
discutibile, linciaggi di aviatori sufficientemente spiegati dalla
collera delle popolazioni. Del resto, qui è impossibile non
uscire dal quadro del processo. Se i tedeschi hanno commesso
crimini, chi ha protetto e provocato le atrocità della liberazione
non è certo qualificato per erigersi a giudice. Poiché se è triste
leggere la lista degli atti dichiarati "criminali" e messi sotto
accusa dalla delegazione francese, non è meno triste dover riconoscere
che a ciascuno degli assassinii e degli stupri, a ciascuna
delle torture rimproverate all'esercito tedesco in fuga,
possono contrapporsi assassinii stupri e torture commessi dai
franchi tiratori al momento della loro cosiddetta vittoria. Sono
stati uccisi, senza essere sottoposti a giudizio, alcuni gruppi di
partigiani, sono stati torturati prima dell'esecuzione, è vero; ma
miliziani sono stati abbattuti e torturati nelle medesime condizioni,
nel Vercors, nella regione di Limoges, nel Périgueux,
nella regione di Toulouse. Sono stati impiccati degli innocenti,
i loro cadaveri sono stati tempestati di colpi di coltello a Trébeurden
in Bretagna, trentacinque ebrei sono stati fucilati senza
motivo a Saint-Amand-Montrond: ma non soltanto a Trébeurden,
ma in altri venti, in altri trenta villaggi di tutto il
mondo, altri innocenti, perché appartenevano, prima della
guerra, a partiti di destra, sono stati abbattuti nelle loro case a
colpi di mitragliatrice dai "patrioti"; i loro cadaveri sono stati
mutilati, gli occhi accecati, le orecchie tagliate, strappati gli
organi genitali: non trentacinque, ma migliaia di uomini sono
stati assassinati senza motivo dai "resistenti". "Due donne", ci
si dice, "furono violate a Crest, tre a Saillans… Perraud Lucia,
di ventun anni, è stata violentata da un soldato tedesco di origine
russa... stupri, saccheggi nella regione di Saint-Donat...
un civile è stato ucciso nella sua vigna... Giovani e ragazze che
passeggiavano sono stati uccisi per strada... Alcuni ragazzi sono
stati arrestati perché, alla vista dei tedeschi, erano fuggiti...
nessuno di essi apparteneva alla "resistenza" …Bézillon An89
drea di diciotto anni, il cui fratello era alla macchia, paurosamente
mutilato, naso e lingua tagliati…Tutte queste frasi del
pubblico ministero del governo De Gaulle non vi ricordano
niente? Quante donne sono state violentate nei capoluoghi
della regione in preda al terrore per l'arrivo dei partigiani?
Quanti giovani che passeggiavano sulla strada (perfino una ragazza
nei pressi di Limoges fu uccisa il giorno delle nozze nel
suo abito da sposa), quanti di cui può dirsi che non appartenevano
né alla Milizia né alla L.V.F., né a nessuna altra cosa,
quanti Bézillon Andrea di anni diciotto, hanno pagato per il
proprio fratello, come lui assassinati, mutilati come lui? Al
momento della resa dei conti, siatene certi, nella corsa delle
atrocità, giungeremo secondi appena di una testa. Quando si
vede il rappresentante della delegazione francese ricordare la
sorte della famiglia Maujean a Tavaux, nell'Aisne (la madre
uccisa davanti agli occhi di cinque figlioletti, la casa bruciata,
il cadavere della donna cosparso di benzina, i bambini chiusi
in cantina e liberati appena in tempo dai vicini) come non pensare
all'eccidio di Voiron, dove alcuni cosiddetti patrioti credettero
necessario far espiare il loro tradimento a bambini di
due e quattro anni? Quando ci viene rivelata la morte del comandante
Madeline, colpito con il nerbo di bue, le unghie
strappate, costretto a camminare a piedi nudi su puntine da disegno,
scottato colle sigarette, è impossibile non evocare immediatamente
il supplizio quasi simile di quel delegato dell'Action
Française presso Tolosa, che fu lasciato agonizzare
per quattro settimane, le membra spezzate, piaghe aperte da
per tutto, ove veniva messa benzina poi accesa e acidi per farlo
urlare. Oppure la morte del curato di Tautavel, nella regione di
Perpignan, talmente martirizzato che al mattino dell'esecuzione
il suo pagliericcio era indurito dal sangue, e la sua morte fu
così orrenda che per parecchi mesi risvegliò superstizioni abolite
da secoli. Una banda di mongoli ha crocifisso un bambino
a Presles, presso Nizza, sulla porta di un granaio: nelle vicinanze
di Annemasse i "patrioti" hanno crocifisso un uomo sul
terreno dopo averlo accecato. Il signor Dommergues, professore
a Besançon, attesta di essere stato colpito col nerbo di bue,
90
dalla Gestapo, durante il suo interrogatorio: nella stanza accanto
una donna torturata urlava, un camerata era stato legato
per aria con un peso a ciascun piede, un altro è stato accecato.
Abbiamo vergogna a dire che cose simili a queste sono avvenute
durante due mesi in gran numero nelle prigioni gaulliste
del mezzogiorno della Francia e della Savoia. Lì, ogni notte, si
udivano grida di prigionieri torturati, amici e donne venivano
invitati ad assistere per divertimento a quei supplizi. La fucilazione
degli ostaggi di Châteaubriant... chi sa che in Francia ha
avuto anch'essa la sua lugubre replica? È il massacro degli
ostaggi del Fort-Carré vicino ad Antibes, del tutto eguale, con
la sola variante che l'assassinio degli ostaggi serviva a mascherare
una vendetta personale. È troppo semplice venire oggi a
spiegarci che si trattava di "crimini comunisti". Non è vero.
Erano azioni pazzesche, e i pazzi erano in tutti i campi. Ciò
avveniva all'epoca del governo del generale De Gaulle, il
quale disponeva di un potere quasi assoluto. Quale rappresentante
della "coscienza universale" levò allora la voce, quale
radio? Ahimè! Questa comparazione edificante potrebbe continuare
all'infinito. Noi condanniamo senz'altro le azioni pazzesche
che bande di un'armata in rotta, senza comando, senza
disciplina, hanno compiuto per qualche settimana nel nostro
paese, e approviamo che ne siano ricercati i responsabili individuali;
ma allo stesso titolo e davanti allo stesso tribunale bisogna
procedere contro i responsabili di delitti analoghi, commessi
da alcuni elementi della "resistenza". Anche noi abbiamo
i nostri criminali di guerra. Che cosa risponderemo quando
i dossiers saranno aperti tutti? Che cosa risponderemo quando
ci verrà dimostrato che feriti tedeschi sono stati finiti selvaggiamente
nelle strade delle nostre città, che prigionieri sono
stati sistematicamente abbattuti dopo la consegna delle armi,
che infelici ciclisti territoriali, i quali cercavano di raggiungere
una problematica formazione, sono stati linciati senza ragione,
sventrati, impiccati, decapitati? Che inoffensivi cinquantenni
addetti alla guardia di una stazione o di un ponte hanno dovuto
camminare per ore intere cercando di arrendersi a raggruppamenti
militari dai quali erano rimandati di caserma in caserma,
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sino alle formazioni incaricate del massacro? Che alcuni di essi
furono bruciati vivi nei loro autocarri cosparsi di benzina?
Che cosa risponderemo quando si farà la vera storia di ciò che
si chiama "liberazione" delle nostre città? Il pubblico ministero
può ben dire a Norimberga: "A Saint-Donat, nel Vercors, cinquantaquattro
donne o ragazze, dai 13 ai 50 anni, sono state
violentate da soldati scatenati": ma i giudici inglesi e americani
debbono pur fare riflessioni singolari pensando all'inchiesta
aperta dalle loro stesse autorità d'occupazione (su richiesta
dell'episcopato tedesco) sulle duecento giovinette di Stoccarda
razziate nella notte di Natale, all'uscita della messa e violentate
nei commissariati e nelle caserme in cui furono condotte. È
bello spiegarci che nelle prigioni tedesche i detenuti erano
"colpiti selvaggiamente", "ragazzi di diciotto e diciannove anni"
erano giustiziati, donne uccise; che gli ebrei erano costretti
a scavare le loro fosse, che i condannati a morte portavano
catene ai piedi. Ma quale ascoltatore ignora che tutto ciò può
applicarsi parola per parola alle cose avvenute nelle nostre prigioni
durante l'anno gollista? In nome della giustizia e dell'onestà,
ripudiamo questa requisitoria contro un paese imbavagliato.
Rifiutiamo agli assassini del 1944 il diritto di parlare
di umanità. Teniamo a dire alla gioventù tedesca: questa mascherata
ci nausea e ci umilia, e le ricusiamo ogni solidarietà.
La Francia è cosa diversa. Noi accetteremo di condannare il
modo di comportarsi della Germania durante la guerra, soltanto
quando una commissione internazionale avrà condotta
un'inchiesta in tutti i paesi (e nel nostro in particolare) sui crimini
e le vessazioni commessi sotto l'usbergo della guerra. La
verità e la giustizia sono indivisibili. Quanto ai campi di concentramento,
è onesto chiedere giustizia e riparazione per i
francesi innocenti che furono deportati e torturati, ma non per
gli altri. Ci sembra impossibile accettare, su quest'argomento,
la confusione a cui abbiamo già accennato, creata deliberatamente
dalla propaganda. Ci sembra impossibile in modo particolare
astenerci dall'accettare la distinzione fatta dai tedeschi
tra ebrei e non ebrei. Se si accetta questa discriminazione, restano
soltanto ebrei, molti ebrei, e perciò molti morti. Così non
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si conclude nulla. "Che vi hanno fatto i tedeschi in Francia?
"Hanno portato via gli ebrei ". "E a voi, in Belgio? ". "Hanno
portato via gli ebrei ". " E a voi in Olanda?". "Hanno portato
via gli ebrei". Hanno portato via gli ebrei. E in questa enorme
confusione, si ha soltanto il diritto di affermare che in Olanda,
in Belgio, in Francia, i tedeschi hanno seguito una politica di
sterminio degli ebrei: allora questa accusa non va più mossa
dal popolo francese o belga od olandese contro la Germania;
essa deve esser mossa dal popolo ebraico, sostenuta da delegati
ebraici o dai delegati che parlino in nome del popolo
ebraico, e non da una qualsiasi delegazione nazionale. Le diverse
delegazioni nazionali invece, e in particolare la delegazione
francese, hanno mantenuto questa confusione con la
massima cura. A Norimberga non è stato detto qual è la percentuale
dei deportati ebrei sul totale dei deportati appartenenti
ad ogni nazione. Un solo paese ha comunicato tale cifra. É
l'Olanda, la quale segnala che su 126.000 deportati, 110.000
erano di religione israelita; abbiamo dunque una proporzione
dell'87 %. Il rappresentante francese a Norimberga non ha creduto
opportuno comunicare una statistica analoga per la Francia:
tuttavia, rispondendo ad un quesito posto recentemente da
Paul Thetten sul numero delle vittime della guerra, il ministro
degli ex combattenti ha pur dovuto fare una cifra. Sull'Officiel
del 26 maggio 1948 si legge che è riconosciuta l'esistenza di
100.000 deportati politici e di 120.000 deportati razziali, il che
dà una proporzione del 54%. Questa proporzione, assai diversa
da quella pubblicata dal governo olandese, può essere accettata?
Essa, in ogni caso, non coincide con i documenti prodotti a
Norimberga. Infatti, nel resoconto stenografico del processo si
può leggere che una conferenza tenuta a Berlino, l'11 giugno
1942, prevedeva nello stesso anno un trasferimento di 100.000
ebrei residenti in Francia, che le disposizioni prese per attuare
tale trasferimento si conclusero parzialmente, e che il 6 marzo
1943 il numero degli ebrei deportati sommava a 49.000. D'altra
parte, una lista delle "deportazioni di persone per ragioni
politiche o razziali", prodotta dal pubblico ministero francese,
menziona per i convogli la seguente statistica: tre nel 1940,
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quattordici nel 1941, centosette nel 1942, duecentocinquantasette
nel 1943, trecentoventisei nel 1944. Ammesso che questa
statistica sia esatta e si riferisca ai convogli di deportati politici,
bisognerebbe concludere che nel marzo 1943 ancora non
era stato raggiunto un quarto dell'effettivo totale dei deportati.
Infatti, tutti sappiamo che il ritmo delle deportazioni divenne
molto più rapido nel 1943 e nel 1944. In tali condizioni, è poco
verosimile che soltanto 120.000 ebrei siano stati mandati
nei campi. Se il ministero degli ex combattenti non avesse
fatto la dichiarazione su riferita, avremmo il diritto di concludere
dai documenti di Norimberga che la cifra dei deportati
ebrei fu all'incirca 200.000 su un totale di 220.000, e si raggiungerebbe
in tal caso una proporzione analoga a quella pubblicata
dal governo olandese. C'è dunque una contraddizione
sulla quale è difficile esprimere un giudizio. Da parte mia,
tenderei a contestare la cifra fornita dal ministero degli ex
combattenti, perché quest'organo ufficiale dice ciò che vuole,
senza autorizzare alcuno a consultare i suoi archivi. Nell'attesa
che sia portata a conoscenza la cifra che deve pure esistere negli
archivi del servizio germanico, pensiamo sia indispensabile
tenere conto dei dati acquisiti del marzo 1943, e dell'intensificarsi
delle deportazioni dopo questa data. Quando si riflette su
tali cifre, risulta chiaro che il processo concernente i campi
d'internamento deve essere visto sotto una luce diversa da
quella sinora usata: nel pensiero germanico non esisteva affatto
una volontà di sterminio dei francesi (e per questo non se
ne trovano prove); esisteva invece una volontà di sterminio
degli ebrei (e ce ne sono numerose prove): non vi furono deportazioni
di francesi, ma deportazioni di ebrei, e se alcuni
francesi furono deportati insieme agli ebrei, è perché essi avevano
accettato o sembrava avessero accettato la difesa della
causa israelita. Il problema è di sapere se possiamo ammettere
in questa discussione il "distinguo" germanico: ecco ciò che un
francese deve domandarsi. Gli ebrei sono originariamente
stranieri, ammessi da principio con una certa prudenza nel nostro
paese, poi in numero sempre maggiore, a mano a mano
che alcuni tra loro divenivano influenti. Malgrado l'ospitalità
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loro accordata, gli ebrei non si astennero dal prendere parte
alle discussioni politiche del nostro paese, e quando si è trattato
di decidere se sarebbe stato bene trasformare l'invasione
della Cecoslovacchia o la guerra di Polonia in una guerra europea,
essi non hanno esitato (e nel momento attuale lo affermano!)
a combattere ogni spirito di conciliazione, a trascinare
cioè il paese in una guerra disastrosa ma desiderabile, perché
diretta contro i nemici della razza ebraica. Noi non siamo più
oggi una grande nazione, forse non siamo più realmente una
nazione indipendente, perché la loro ricchezza ed influenza
hanno fatto prevalere il punto di vista ebraico su quello del
popolo francese, attaccato alla sua terra e desideroso di conservare
la pace. Noi li abbiamo visti in seguito opporsi a tutte
le misure ragionevoli che potevano preservare vite e beni, a
noi e a loro nel medesimo tempo. E più tardi ancora, li abbiamo
visti capeggiare la persecuzione e la calunnia contro i nostri
camerati, i quali avevano cercato di proteggere dai rigori
dell'occupazione il paese dove da così lungo tempo viviamo,
dove vivevano i nostri genitori e che gli uomini della nostra
razza avevano fatto grande. Essi dicono oggi di essere i veri
sposi di questa terra sconosciuta ai loro padri, e di conoscere
meglio di noi la saggezza e la missione di questo paese di cui
alcuni sanno appena parlare la lingua: hanno deciso tutto, hanno
preteso il sangue dei migliori e dei più puri tra noi, si sono
rallegrati e si rallegrano dei nostri morti. Questa guerra voluta
da loro, abbiamo il diritto di considerarla la loro guerra e non
la nostra. L'hanno pagata al prezzo di tutte le guerre. Abbiamo
il diritto di non mescolare i loro morti ai nostri. Malgrado il
silenzio imposto ai nostri intellettuali, lo sforzo per porre la
questione ebraica in termini concreti non può essere eluso. Può
benissimo non accompagnarsi all'antisemitismo e da parte mia
io non sono antisemita: desidero anzi che il popolo ebraico
trovi in qualche luogo una patria che lo riunisca. Mi sembra
nondimeno evidente che se io fossi rifugiato in Argentina, non
mi occuperei degli affari interni dell'Argentina, anche avendone
ottenuto la nazionalità. Non esigerei dagli argentini di erigersi
a vendicatori dei francesi perseguitati, non chiederei so95
prattutto che gli argentini mostratisi indifferenti al destino dei
rifugiati francesi fossero condannati a morte. Perché affermare
un dovere di vendetta e di recriminazioni in nome di un compatriottismo
legale, ma non accettato dal cuore? Le fraternità
non si fabbricano, Un ebreo è per me un uomo come gli altri,
ma non è che un uomo come gli altri; trovo triste che sia massacrato
e perseguitato, ma il mio sentimento non cambia improvvisamente,
il mio sangue non si raggela d'un tratto se so
che abita a Bordeaux. Non mi sento tenuto a prendere "in
modo particolare " la difesa degli ebrei, più che degli slavi o
dei giapponesi ed anche dei malgasci, degli indocinesi o dei
tedeschi sudetici. É tutto. Non sento un affetto speciale per gli
ebrei che abitano in Francia e non vedo perché dovrei sentirlo.
Inoltre, l'atteggiamento preso dalla maggior parte degli ebrei
riguardo all'epurazione ha messo in luce alcune divergenze di
sensibilità non annullabili con un atto di naturalizzazione.
Molti francesi nel 1944 erano pronti, senza spirito di parte, a
risentirsi vivamente per il trattamento inumano inflitto agli
ebrei: ma oggi altre sofferenze, altre ingiustizie molto più forti
hanno suscitato la nostra indignazione ed anche la nostra pietà.
Gli ebrei stessi hanno organizzato un "cambio della guardia"
delle vittime dell'ingiustizia. Non ci accusino di non aver cuore:
noi pensiamo prima ai nostri e sono stati loro a volerlo.
L'epurazione ha lasciato nel nostro paese cicatrici sanguinose
che non saranno mai dimenticate. Se dovessi rifarlo, rifarei ancora
ciò che feci durante l'occupazione per i "resistenti", e perfino
per gli ebrei, ma lo farei oggi come don Giovanni dona al
povero: "per amor di Dio" e con immenso disprezzo. Poiché
soltanto per amor di Dio e perché essi sono stati come noi salvati
da Cristo, noi possiamo oggi partecipare alle sofferenze
degli ebrei. La reazione da loro sentita davanti alla lealtà, all'onore
e alla difesa della patria è stata diversa dalla nostra:
quella solidarietà che avevamo il diritto di aspettarci, anche in
tempi di una guerra ideologica, da chi ha condiviso la nostra
nazionalità, noi non l'abbiamo avuta. Possiamo perciò oggi
avere soltanto l'impressione di una separazione, di un'incapacità
a pensare all'unisono, di un fallimento dell'assimilazione.
96
Diventa allora inevitabile che lo sterminio degli ebrei ci appaia
come uno dei procedimenti nuovi di questa guerra, e dovremo
giudicarlo alla stregua degli altri: lo sterminio degli slavi, i
bombardamenti delle grandi città tedesche. É inutile naturalmente
precisare che noi condanniamo, come tutti, la distruzione
sistematica degli ebrei. Ma non è inutile ricordare che gli
stessi tedeschi (come può constatarsi dai documenti pervenutici)
la condannavano, e che la maggior parte tra loro, anche tra
i capi, l'hanno ignorata. Risulta chiaramente dagli elementi del
processo che la "soluzione del problema ebraico" approvata
dai dirigenti nazionalsocialisti consisteva unicamente nel riunire
gli ebrei in una zona territoriale chiamata "riserva ebraica":
era una specie di ghetto europeo, una, patria ebraica ricostituita
all'est. Le disposizioni a conoscenza dei ministri e degli
alti funzionari erano soltanto queste. Gli accusati di Norimberga
hanno potuto sostenere di avere ignorato, durante tutta la
guerra, le esecuzioni in massa avvenute ad Auschwitz, a Treblinka
e altrove: essi ne sentivano parlare per la prima volta
dagli accusatori, e nessun documento del processo ci permette
di affermare che Göring, Ribbentrop o Keitel abbiano mentito
affermando ciò. É possibile in effetti che la politica di
Himmler sia stata una politica del tutto personale, eseguita con
discrezione e che a lui soltanto vada accollata 1a responsabilità.
La condanna alla quale ci si chiede di associarsi e alla quale
ci associamo non tocca quindi un popolo, ma un uomo al quale
il regime (ed è il suo torto) ha lasciato poteri esorbitanti. Non
abbiamo il diritto di concludere che i tedeschi all'oscuro di
queste cose, sono mostri. E non abbiamo il diritto di concludere
che il nazionalsocialismo mirava necessariamente alla distruzione
degli ebrei: si riproponeva soltanto di escluderli dalla
vita politica ed economica del paese, e tale risultato poteva essere
ottenuto con metodi ragionevoli e moderati. Costituendoci
difensori del popolo ebraico, mettendoci alla testa di una crociata
di odio a causa dei campi di concentramento, estendendo
a tutti quell'odio inespiabile e senza appello, non siamo forse
vittime di una propaganda i cui effetti potranno essere un giorno
tremendamente deleteri per il popolo francese? Che rispon97
dere se un giorno vorranno farci portare il peso di questa vendetta
che ci siamo volontariamente assunti, se ci diranno che le
nostre doglianze, la nostra requisitoria avrebbero dovuto riguardare
soltanto l'esiguo numero di francesi deportati contrariamente
alle leggi di guerra, se ci riterranno responsabili di
questa tempesta d'odio e di dolore che abbiamo invocato sulla
nazione germanica? Risponderemo parlando della "grande voce
della Francia"? Allora non stia zitta quando altre ingiustizie
e altri morti la citano in giudizio: se per decreto del cielo siamo
i difensori di tutti, i difensori degli ebrei e degli slavi, allora
non dobbiamo escludere nessuno, dobbiamo essere i difensori
anche dei giapponesi e dei tedeschi quando i cadaveri sono
giapponesi e tedeschi. Non posso impedirmi di aggiungere
una cosa. La missione che noi rivendichiamo per la Francia è
singolarmente compromessa non soltanto da ciò che è avvenuto
nel nostro paese da quattro anni in qua, ma anche dal nostro
silenzio e, per altri versi, dalla nostra leggerezza nell'accogliere
ogni genere di propaganda. La nostra indignazione a
tratti si eclissa: la coscienza si sveglia quando parla l'interesse.
Denunciamo la perversità degli avversari, il loro sangue freddo,
nella tortura e nello sterminio, fingiamo di aprire occhi terrorizzati
davanti alla bestia umana, e nel medesimo istante dimentichiamo:
dimentichiamo e accettiamo la perversità dei
nostri, accettiamo le torture e lo sterminio dei nostri nemici,
salutiamo come angeli liberatori esseri muniti di casco, non
meno mostruosi dei mostri da noi inventati. I campi di concentramento
hitleriani ci indignano moltissimo, ma nello stesso
tempo fingiamo di ignorare i campi di concentramento russi,
che del resto scopriamo con orrore quando fa comodo alla
nostra propaganda. Quale voce si è levata per far conoscere al
pubblico francese il dossier schiacciante dell'occupazione in
Germania; chi ha protestato contro il trattamento vergognoso e
veramente "criminale" nel senso della convenzione di Ginevra,
inflitto ai prigionieri di guerra tedeschi? I nostri giornali assicurano
una larga diffusione alla propaganda antisovietica di
origine americana nel nostro paese: chi ha cercato di verificare
i fatti, di confrontarli almeno con i documenti di origine russa,
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infine di parlare con onestà della Russia sovietica, senza apparire
né un servitore degli staliniani professionali né lo strumento
dei finanzieri americani? Dov'è la "grande voce della
Francia"? Quale verità ha osato guardare in faccia, da quattro
anni? Noi consideriamo la guerra orrenda e parliamo di "atrocità"
tedesche: ma non ci viene in mente nemmeno per un
momento che forse è un'"atrocità" altrettanto grave cospargere
città intere di bombe al fosforo, e dimentichiamo le migliaia di
cadaveri di donne e di bambini rattrappiti nelle loro fosse, gli
80.000 morti di Amburgo in quattro giorni, i 60.000 morti di
Dresda in quarantotto ore. Non so ciò che tra cinquant'anni si
penserà di tutto questo; quanto a me, il negro americano che
abbassa tranquillamente sulle case di una città la leva della sua
riserva di bombe mi sembra ancora più inumano e mostruoso
del guardiano carcerario il quale nella nostra immaginazione
accompagna i sinistri convogli di Treblinka verso la doccia
mortale. Confesso che se dovessi scegliere tra Himmler, che
inventò i campi di concentramento, e il maresciallo dell'aria
britannico che un giorno del gennaio 1944 decise di ordinare
la tattica del bombardamento a tappeto per eliminare ormai
l'azione singola, non metterei Himmler al primo posto. Invece
noi abbiamo abbracciato i negri per le strade chiamandoli "liberatori",
e il maresciallo dell'aria è passato fra i nostri evviva.
Siamo difensori della civiltà, ma sopportiamo benissimo l'idea
che città sovietiche siano distrutte in un secondo da due o tre
bombe atomiche, e ce lo auguriamo perfino nell'interesse della
civiltà e del diritto. Dopo questo, citiamo con orrore il numero
delle vittime dei nazisti. C'è tuttavia la perversità dicono gli
altri, c'è l'ordine, quel meccanismo dell'orrore, quel sadismo,
quegli impiccati a suon di musica, quella lavorazione a macchina
della disfatta. Metodo magnifico il quale consiste nell'inventare
una fantasia dell'orrore, e poi battersi il petto in
nome dell'umanità, in onore dei film da noi stessi fabbricati.
Controlliamo innanzi tutto queste super produzioni sensazionali
degne dei fertili cervelli di Hollywood, e vedremo che cosa
valgano certe proteste le quali provano soprattutto che ci
manca il dono della riflessione. Giacché noi abbiamo accettato
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e approvato che si monti un meccanismo della decadenza morale
e della persecuzione anche da noi; accettato e approvato
procedimenti i quali portano il medesimo spirito d'ordine, di
metodo, di ipocrisia nell'eliminazione, e che tradiscono per lo
meno altrettanto sadismo di quello denunciato negli altri. Evidentemente,
è meno spettacolare dello strappare le unghie, il
che del resto non impedisce di strappare le unghie. Ma, alla
fine, bisogna riconoscere tutti i meriti, riabilitare la nozione di
"tortura morale". Gli inventori dell'ignobile truffa dell'articolo
75, gli uomini politici che li hanno coperti, hanno cercato di
ottenere con mezzi puramente legali i medesimi risultati richiesti
dagli altri, secondo loro, con mezzi fisici. Si sono serviti
della menzogna, dell'ipocrisia, della perfidia per costringere
uomini e donne alla disperazione, alla miseria morale, alla
miseria materiale e sovente a quella fisiologica. Lavoro fatto
bene: non si vede sangue e le pompe funebri pensano al funerale,
beninteso col carro dei poveri. Ma decine di migliaia di
francesi, tra i migliori, i più disinteressati, i più leali, i più fedeli,
sono oggi morti viventi. Scacciati dalle loro case requisite,
spogliati delle loro economie confiscate, privati dei diritti di
cittadino, allontanati dagli impieghi, perseguitati da giudici
servili, carichi di dolore e di amarezza, abbeverati di umiliazioni
e di menzogne, erranti di rifiuto in rifiuto, senza appoggio,
senza difensori, si accorgono oggi che la città della menzogna
ha innalzato intorno a loro mura invisibili, simili a
quelle dei campi, e che anche essi sono condannati, ma in silenzio,
alla miseria e alla morte. I loro figli furono fucilati una
mattina all'alba; essi non hanno più nulla, si guardano, senza
comprendere, il petto da cui la croce di guerra è stata strappata,
e la manica vuota di mutilato. Non portano la casacca dei
deportati, ma una sera muoiono come loro dentro la prigione
invisibile che l'ingiustizia ha loro costruito intorno. Talvolta
muoiono modestamente di miseria, altre volte si uccidono col
gas, e quasi sempre ci viene spiegato che si trattava di malattia,
di depressione, di età. Tutto ciò non è spettacolare: non ci
sono colpi di frusta, ma citazioni: non "ranci", ma un alberghetto
con una lampada ad alcool: non forni crematori, ma
100
bambini che muoiono e fanciulle che si perdono. Sì, ebrei, sì,
cristiani sociali, gollisti, resistenti, potete essere fieri (ma un
giorno i conti verranno fatti!). Quando si conteranno i morti
anonimi della persecuzione, si vedrà che la cifra di 50.000 o di
80.000 deportati francesi morti è largamente bilanciata dal
numero dei francesi morti di miseria e di dolore in seguito alla
liberazione. Siccome non avevamo bombardieri, abbiamo inventato
un modo di uccidere commisurato ai nostri mezzi: non
vale più degli altri, è soltanto vile e ipocrita. Confesso di stimare
molto di più il coraggio morale di Otto Ohlendorf, generale
delle SS, che riconosce davanti al tribunale di aver massacrato
90.000 ebrei ed ucraini per comando del suo Führer, che
non il generale francese responsabile di uno stesso numero di
morti francesi che non si sente la forza di accettare. Dove ha
detto tutto questo la "gran voce 'della Francia."? Dove avete
udito queste cose, nei grandi giornali e nelle trasmissioni per
l'estero? Quale voce "autorizzata" ha osato dire, in quattro anni,
tutta la verità? Quale grande giornale francese, quale grande
scrittore francese ha osato ingaggiare questa battaglia secolare
del pensiero francese? Ci dedichiamo a lavori più facili.
Ci crediamo i dottori del mondo, e non abbiamo il coraggio di
metterci uno specchio davanti agli occhi. Diamo al mondo lezioni
di morale, lezioni di giustizia, lezioni di libertà. Siamo
eloquenti come una mezzana durante un sermone. La nostra
grande idea è che morale e giustizia siano sempre dalla nostra
parte. Quindi abbiamo diritto, noi e i nostri amici, a una certa
libertà d'azione. É per la buona causa. Ciò che noi e i nostri
alleati facciamo, non sono mai atrocità. Ma appena un regime
diventa nostro avversano, l'atrocità spunta in lui come le ortiche
in un giardino. Crederò all'esistenza giuridica dei "crimini
di guerra" quando avrò visto il generale Eisenhower e il maresciallo
Rokossovsky sul banco degli accusati, al tribunale di
Norimberga. E, accanto a loro, signorotti di minor importanza
come il nostro generale De Gaulle, responsabile ben più diretto
che non Keitel e Jodl di un discreto numero di atrocità.
Aspettando, non mi interessa lanciare maledizioni diverse
contro i diversi nemici della City e di WalI Street o di cambia101
re anatemi come le donne mutano cappello. Reclamo il diritto
di non credere ai racconti dei corrispondenti di guerra. Reclamo
il diritto di riflettere prima di indignarmi. La tessera della
benzina è un po' troppo complicata per la mia filosofia. Si potrebbe
credere qui che i principi posti in questa terza parte siano
inattaccabili e limpidi, e che non' c'è nulla di più' semplice
che condannare azioni contrarie alle leggi di guerra. Così effettivamente
sarebbe avvenuto se il tribunale si fosse contentato
di constatare che l'armata germanica aveva commesso
azioni chiaramente vietate dalla convenzione dell'Aia. Noi non
abbiamo niente da dire quando si limita a far ciò: per quel che
riguarda la guerra sui mari, per esempio, o le esecuzioni irregolari
dei prigionieri o le requisizioni abusive. Ma, a parte
quest'ultimo capitolo (problema del resto assai complesso),
quelle accuse sono poco numerose e soprattutto, non sono l'essenziale
del processo. L'ultima parte dell'atto di accusa solleva
mille difficoltà, gravissime, appunto perché il tribunale ha
voluto introdurre innovazioni. Esso confessa queste innovazioni.
Il carattere retroattivo della legge internazionale improvvisata
dal tribunale è talmente evidente che è stato ammesso
dai capi delle delegazioni inglese ed americana. Se ne
scusano soltanto dicendo che l'opinione pubblica mondiale
non ammetterebbe di lasciare impunite certe atrocità commesse
a sangue freddo. Quale valore ha tale affermazione, quando
l'opinione pubblica mondiale è stata surriscaldata deliberatamente,
e non si è aperta un'inchiesta completa e leale contro
tutti i belligeranti? In mancanza di queste garanzie, la retroattività
della legge internazionale alla fine si esprime così : alcuni
diplomatici alleati si riuniscono a Londra dopo la firma della
capitolazione, e dichiarano che determinati atti rimproverati ai
loro nemici sono considerati criminali e puniti con la morte: ne
fanno una lista che chiamano statuto dell'8 agosto 1945, e incaricano
i giudici di fabbricare un atto d'accusa dove ogni paragrafo
termina con quest'enormità: "E tali atti commessi nel
1943 o nel 1944 sono illegali e criminali perché contrari all'articolo
6 o all'articolo 8 del nostro statuto". I bambini, almeno
avvertono quando vogliono cambiare le regole del giuoco. Ma
102
i nostri giuristi internazionali non sono arretrati davanti a questa
incoerenza: sembra che non ne abbiano nemmeno intravisto
le conseguenze. Non soltanto il carattere ingiusto di questa
retroattività, riprovata da tutti i legislatori, ci colpisce, ma esso
costituisce una minaccia per l'avvenire. Dopo ogni guerra internazionale
ormai, è evidente, il vincitore si crederà autorizzato
a fare altrettanto. Si appellerà sempre all'indignazione
dell'opinione pubblica mondiale. Sarà facile allora fare ammettere
che i responsabili dei bombardamenti atomici debbono
essere processati; allo stesso titolo si riconoscerà che debbono
essere processati i responsabili di tutti i bombardamenti delle
popolazioni civili. E, basandosi su quel precedente, colpirà
tutti insieme aviatori, ministri, generali, fabbricanti. Si potrà
andare anche più lontano: basta essere il più forte. Si può sostenere
con ottimi argomenti che ogni operazione di blocco è
essenzialmente disumana, e dichiararla contraria alle leggi di
guerra. Il più forte può dire tutto ciò che vuole: i suoi fotografi
pubblicheranno cadaveri, i giornalisti invieranno corrispondenze
e l'opinione pubblica mondiale fremerà ascoltando la
radio. E i suoi nemici saranno impiccati sino al grado di colonnello
incluso od anche più in là, se si vuole. "Voglio vincere
la prossima guerra," diceva in una recente intervista il maresciallo
Montgomery, "perché non intendo essere impiccato".
Questo soldato britannico ha compreso bene la solidità del
nuovo diritto. La delegazione francese (capitolo logica e solidità)
sentiva con pena la parola "retroattività". Voleva dimostrare
che non bisogna avere tanti scrupoli e che Göring era
giuridicamente soltanto un brigante di strada. La decisa dialettica
seguita in questa dimostrazione è interessante perché pone
un principio ancora più ampio del precedente. Poiché "i tedeschi
sono stati gli aggressori", la loro guerra è "illegale" e si
sono messi al di fuori della legge internazionale. "Che significa,
se non che tutti i crimini commessi in seguito a questa aggressione,
per il proseguimento della lotta iniziata, cesseranno
di avere il carattere giuridico di atti di guerra? " Da questo
momento tutto diventa semplice: "Le azioni commesse durante
l'andamento di una guerra sono attentati alle persone e ai beni,
103
proibiti e sanzionati in tutte le legislazioni. Lo stato di guerra
non potrebbe renderli leciti altro che se la guerra stessa fosse
lecita. Poiché dopo il patto Briand-Kellogg nessuna guerra è
ammessa, quelle azioni diventano puramente e semplicemente
crimini di diritto comune". Ecco: non è affatto difficile e bastava
pensarci. Tutto ciò che facciamo noi è lecito, sono "atti
di guerra" protetti da una "norma speciale del diritto internazionale...
che toglie agli atti cosiddetti di guerra ogni qualifica
penale": tutto ciò che "essi" fanno "per il proseguimento della
lotta ingaggiata" (espressione amplissima) è illecito e diventa
automaticamente crimine di diritto comune. Da un lato, l'ordine,
la gravità, la coscienza: gli eserciti del diritto bombardano
Dresda con un sentimento di infinita pena, e quando i nostri
senegalesi violentano le giovinette di Stoccarda, è un atto di
guerra che sfugge ad ogni qualifica penale: dall'altro lato, il
diritto comune in uniforme e munito di elmetto: una banda di
briganti sotto travestimenti vari si insedia in una caverna
chiamata Kommandantur e tutto ciò che essi fanno si chiama
saccheggio, sequestro, assassinio. Non sono io a dirlo, è sempre
la delegazione francese: "L'uccisione dei prigionieri di
guerra, degli ostaggi e degli abitanti i territori occupati cade,
nel diritto francese, sotto gli articoli 295 e seguenti del codice
penale, i quali designano l'assassinio e l'omicidio. I cattivi
trattamenti cui si riferisce l'atto d'accusa rientrano nel quadro
delle ferite e lesioni volontarie definite dall'articolo 309 e seguenti.
La deportazione, indipendentemente dai decessi che
l'accompagnano, si identifica col sequestro arbitrario di cui
parlano gli articoli 341 e 344. Il saccheggio della proprietà
pubblica e privata e l'imposizione delle ammende collettive
sono sanzionati dall'articolo 221 e seguenti del nostro codice
di giustizia militare. L'articolo 434 del codice penale punisce
le distruzioni volontarie, e la deportazione dei lavoratori civili
si assimila all'arruolamento obbligatorio previsto dall'articolo
92". Ed ecco come la brutta parola "retroattività" è stata cancellata
dai nostri documenti. Tutto grazie al caro piccolo patto
Briand-Kellogg, rampino polveroso sganciato nel granaio dei
nostri patti, che ci ha concesso di accendere questo bel fuoco
104
d'artificio. Il carattere ignobile e mostruoso di questa truffa
giuridica merita di essere sottolineato. Per farlo, bisogna sapere
che le azioni definite in tal modo dalla nostra delegazione
sono, d'altra parte, espressamente riconosciute come diritti
delle convenzioni dell'Aia. Le armate in guerra hanno il diritto
di prendere ostaggi, e noi, infatti, lo abbiamo fatto; esse esercitano
piena giurisdizione sui prigionieri di guerra salvo certe
formalità; hanno il diritto di assicurare l'ordine nelle retrovie e
di procedere ad arresti; hanno il diritto di condannare e giustiziare
gli agenti nemici in territorio occupato e, in particolare, i
franchi tiratori. Esse hanno il diritto di esigere le spese d'occupazione
"normali" e di procedere a requisizioni seguendo determinate
regole. Tale è il diritto della guerra, il diritto delle
genti, scritto e convenuto; ed è il riconoscimento di questo diritto
di guerra e di questo diritto delle genti che la nostra delegazione
rifiuta al nemico. La legge internazionale esiste; ma
per loro non esiste. Noi, armate del diritto, noi partecipiamo a
queste cose: loro no. E ciò è tanto più bello in quanto, durante
tutta la guerra, mentre i tedeschi erano qui, "mentre erano i più
forti", noi abbiamo fatto appello, verso di loro, al diritto internazionale.
Quando essi erano i più forti, erano soldati e "dovevano"
applicare il diritto delle genti, di cui in più circostanze
abbiamo accettato di beneficiare. Adesso, vinti, non sono più
soldati, non hanno più il diritto di appellarsi a loro volta al diritto
delle genti, sono divenuti criminali di diritto comune. É
difficile essere più ignobili e più bassi. Ma poiché i nostri "resistenti"
sono incoscienti, essi si meravigliano quando diciamo
loro che la politica francese dopo il 1944 è soltanto, per noi,
bassezza e vergogna: immagine del disonore. Si può riconoscere
tuttavia una certa unità nel "pensiero" di De Menthon. Il
suo sistema consiste nel negare la realtà. A noi francesi egli
dice: non c'era armistizio, non c'era governo francese a Vichy,
la guerra continuava, il governo francese risiedeva a Londra, e
ogni francese del territorio metropolitano che rivolgeva la parola
al nemico entrava in "intelligenza col nemico": non compiva
un atto politico, ma un crimine di diritto comune previsto
dagli articoli 75 e seguenti del codice penale. Ai tedeschi spie105
ga: non c'era guerra, non c'era esercito tedesco, ma un'accolta
di briganti associati per perpetrare crimini di diritto comune; e
ogni tedesco che firmava un ordine era un criminale che gridava
qualche cosa ai complici: non compiva un atto di guerra
più o meno conforme alle convenzioni internazionali: commetteva
un crimine di diritto comune previsto dagli articoli
tale e tal altro del codice penale. È ammirevole vivere così a
proprio agio in un universo capovolto. La disonestà intellettuale
non può andare oltre. Una menzogna fondamentale, un
urlo da pazzi ripercosso da mille echi è il preludio di questo
legislatore. Gli si dice: "Eppure, la terra gira", ma egli non
ode, cammina come un cieco condotto dalla sua malafede e dal
suo odio, brancola in mezzo alle enormità. E ci invita a contemplare
le sue bambole mostruose, le sue allegorie che camminano
con la testa all'ingiù, mentre la Verità fa il pagliaccio
nel circo e la Giustizia cammina sul soffitto come le mosche.
Sì vede chiaramente che questo principio è assai più fecondo
del precedente. Ormai, ogni guerra internazionale diventa
"automaticamente" una guerra del diritto. Il vincitore non farà
nessuna fatica a far riconoscere che il vinto è sempre l'aggressore.
Ne abbiamo esempi ottimi. Nulla è più confuso dell'inizio
delle ostilità in Polonia. Noi abbiamo dimenticato le provocazioni
polacche, abbastanza numerose da essere riunite dal
governo germanico nel Libro Bianco. L'affare di Berlino è anch'esso
molto confuso. Il governo sovietico deduce logicamente
e correttamente le conseguenze dell'accordo insensato a
lui consentito. Ciò non impedisce che se la guerra scoppia, sarà
designato come l'aggressore. Le cose stanno così . Il patto
Briand-Kellogg è in realtà una bacchetta magica tra le mani
del vincitore. E ogni successore di De Menthon avrà ormai il
diritto di fare il ragionamento di De Menthon, e di spiegare ai
vinti che essi non erano, come credevano di essere, dei soldati
ma una banda di malfattori riunitisi per compiere, secondo il
caso, un attentato contro la libertà o un'operazione di brigantaggio
capitalista. La giustizia è ormai sparita dal nostro mondo.
Il diritto internazionale è non soltanto un diritto equivoco:
è, in modo definitivo e come viene oggi applicato la negazione
106
e l'annullamento di ogni diritto. Quest'annullamento del diritto
ha conseguenze enormi. Il diritto che protegge è il diritto
scritto, ed esso esiste nel diritto internazionale poiché esistono
le convenzioni dell'Aia. Il diritto è l'editto. L'editto è una cosa
sicura: si vede scritto sul muro quello che è permesso e quello
che è proibito. Ma oggi nessuno può dire, nel corso di una
guerra e forse nemmeno in piena pace, ciò che potrà essergli o
non essergli rimproverato. La "coscienza internazionale" giudicherà.
Che cosa si farà dire alla "coscienza internazionale"?
Come mai i nostri giuristi non hanno capito che questa nuova
base del diritto internazionale era quel Volksempfind da loro
tanto rimproverato al nazionalsocialismo? Così questo mondo
elastico di cui parlavamo al principio è assai più elastico di
quanto potessimo immaginare. Se si vuole, tutto è diritto comune.
Non vi sono più eserciti, non vi saranno mai più eserciti.
Agli occhi del vincitore non c'è che una banda di malfattori
i quali commettono crimini contro di lui: è vietato rivolgere la
parola a quei malfattori, proibito considerarli uomini, proibito
pensare che qualche volta possano dire la verità. È soprattutto
vietato trattare con loro: con il crimine vige uno stato permanente
di guerra. Ma da quale parte è il crimine? La linea del
fronte in questa materia rischia di assumere la più grande importanza:
l'uniforme americana è la livrea del delitto se Mosca
vince, e il comunismo l'ultimo grado della barbarie se Magnitogorsk
capitola. Questo nuovo diritto non è così nuovo come
sembra. Tra maomettani e cristiani, era questo press'a poco il
modo di decidere e, per sfuggire al massacro, restava, come
ora, la risorsa di convertirsi. È strano però chiamare ciò progresso.
Lo spirito della nostra nuova legislazione è reso ancora
più pericoloso dalla concezione moderna della responsabilità.
Se fossimo stati accorti, non sarebbe stato difficile scindere le
responsabilità. Da tutti i tribunali del mondo è ammesso chiaramente
che quando un subordinato esegue un ordine, è coperto
dall'ordine stesso. La sua responsabilità personale comincia
a partire dal momento in cui di sua iniziativa "aggiunge"
qualche disposizione aggravante. Se un poliziotto riceve
l'ordine di interrogare un sospetto, non può essere rimprove107
rato per averlo interrogato e arrestato; ma se gli cava un occhio,
è giusto intentargli un processo per aver cavato un occhio
a un prigioniero. Questo modo ragionevole e tradizionale di
interpretare la legge ci permetteva di ricercare gli autori di sevizie
e di torture, e noi non protestiamo affatto qui contro i
processi singoli intentati a carnefici, quando quei processi furono
regolari e quando la sentenza fu emessa in conformità
agli articoli del codice che puniscono le sevizie e la tortura.
Era perfino possibile, in tali condizioni, ricercare gli ufficiali
direttamente responsabili delle rappresaglie affrettate o esagerate
e accusarli di essere andati oltre gli ordini ricevuti o di
aver interpretato consegne generiche con brutalità tale da
equivalere ad eccedere gli ordini. Questi processi individuali
erano tanto più legittimi in quanto, nella maggior parte dei casi,
si trovavano infrazioni alle convenzioni dell'Aia: di conseguenza
non si trattava di innovare, ma unicamente di perseguire
gli abusi di coloro i quali erano dotati del potere di uccidere.
Tale modo ragionevole di far giustizia avrebbe riscosso l'approvazione
di tutte le coscienze: non apriva un abisso tra il popolo
germanico e noi. Il vincitore diceva soltanto: "Esistono
delle leggi di guerra e voi le conoscevate: noi puniamo nella
medesima misura, nelle vostre file e nelle nostre, coloro che
non le hanno osservate; adesso vi chiediamo di dimenticare le
vostre sofferenze come noi cerchiamo di dimenticare le nostre:
ricostruiamo le nostre città e viviamo in pace". Così avrebbero
parlato uomini giusti. Ma tutto ciò non ci conveniva. Noi non
tenevamo a punire atti criminali isolati: occorreva affermare la
criminalità di "tutta" la politica tedesca, dire che questa guerra
era una lunga serie di delitti e per conseguenza ogni tedesco
era un criminale, giacché aveva collaborato, sia pure senza
prendere iniziative personali, sia pure come semplice strumento,
ad una politica criminale. Bisognava dunque arrivare a
sostenere che nel paese più fortemente disciplinato che esista e
sotto un regime assoluto (da dieci anni regime legale), riconosciuto
dal mondo intero, le disposizioni, le norme, gli ordini
emanati dal governo "non avevano alcun valore" e non proteggevano
affatto gli esecutori. Allora abbiamo rinnegato tutto, ci
108
siamo messi sotto i piedi le più elementari evidenze. Ciò che
siamo giunti a sostenere oltrepassa l'immaginazione. Abbiamo
dimenticato, abbiamo rifiutato di vedere che il Führer-prinzip,
base del regime legale germanico, faceva d'ogni cittadino un
soldato, d'ogni esecutore un uomo il quale, qualunque fosse il
suo rango, non aveva il diritto di discutere gli ordini. Che fare,
se si aveva la disgrazia di essere un generale tedesco? Gli era
assolutamente proibito di dare le dimissioni in tempo di guerra:
allora? La nostra "giustizia" dà la scelta tra il palo per rifiuto
d'obbedienza e la forca di Norimberga per aver eseguito
gli ordini. Dovevano protestare? "Hanno protestato". Il dossier
degli alleati è costituito essenzialmente dai rapporti e dalle
proteste che gli esecutori di grado più elevato inviavano al
quartiere generale del Führer per descrivere gli eccessi ai quali
dava luogo la condotta della guerra e per chiedere che gli ordini
troppo severi a loro trasmessi fossero revocati. Ogni volta fu
loro risposto che il Führer o il suo delegato, il Reichsführer
Heinrich Himmler, confermavano quelle istruzioni e ne assumevano
l'intera responsabilità. C'era un responsabile in Germania,
ed era uno solo: Adolf Hitler. Non si discutevano gli
ordini di Adolf Hitler. Così hanno detto i più grandi, e lo stesso
Göring: "Non eravamo sempre d'accordo anche su questioni
essenziali, ma una volta dato l'ordine si doveva obbedire".
Questa disciplina assoluta, iscritta nel giuramento di fedeltà,
era per i tedeschi la base del loro regime e una garanzia per la
loro coscienza. Lo sappiamo bene, e i nostri "giudici" lo sanno.
Ed allora, ecco ciò che hanno inventato. Contrariamente
alla legislazione dello stato germanico, e contrariamente anche
a tutte le legislazioni nazionali, non temono di dichiarare innanzi
tutto che nessuno poteva considerarsi coperto da ordini
superiori. Il loro statuto, redatto nell'agosto 1945, sanzionava
solidamente questo nuovo principio: "Lo statuto stabilisce che
colui il quale ha commesso azioni criminali non può trovare
scusanti in ordini superiori". Sir Hartley Shawcross, procuratore
britannico, tira le conseguenze di questa dichiarazione: "La
lealtà politica, l'obbedienza militare sono cose eccellenti, ma
non esigono né giustificano il compimento di azioni notoria109
mente malvage. Arriva un momento in cui un uomo deve rifiutarsi
di obbedire al suo capo, se vuole obbedire alla propria
coscienza. Anche un soldato semplice non è obbligato a compiere
azioni illegali". Questa affermazione, così grave poiché
rende obbligatoria l'obiezione di coscienza, non basta tuttavia
al tribunale che trova modo di tornare su questo punto nella
sentenza stessa. "Colui il quale ha violato le leggi di guerra",
conclude il tribunale, "non può, per giustificarsi, allegare il
mandato avuto dallo stato, dal momento che lo stato conferendo
tale mandato ha oltrepassato i poteri a lui riconosciuti dal
diritto internazionale. Un'idea fondamentale dello statuto è che
gli obblighi internazionali imposti all'individuo hanno la precedenza
sul dovere d'obbedienza verso lo stato cui appartengono".
Sarebbe impossibile fare affermazioni più nette, e questa
filosofia politica ha, almeno, il merito di essere chiara. Essa
erige l'obiezione di coscienza a dovere, e impone il rifiuto di
obbedienza. Il suo odio verso gli stati militari è tale che distrugge
ogni stato. L'onore e il dramma del soldato vengono da
essa negati con un'unica frase. La grandezza della disciplina è
annullata con un tratto di penna. L'onore degli uomini, che è
quello del servire fedelmente, l'onore impresso nelle nostre
scienze fin dal primo giuramento prestato al sovrano, quell'onore
non esiste più, non è più iscritto nel manuale di istruzione
civica. Soltanto, i nostri sapienti giudici non si sono avveduti
che, distruggendo la forma "monarchica" della fedeltà,
distruggevano tutte le patrie: poiché non esiste regime che non
riposi sul contratto di servizio, non esiste altra sovranità al di
fuori della monarchia, e le stesse repubbliche hanno inventato
l'espressione di "popolo sovrano". Ormai questa chiara coscienza
del dovere, per ordine del sovrano, ha perduto ogni
suo potere. L'indiscutibile, il certo, è abolito. L'editto attaccato
al muro non ha più autorità, l'obbedienza al magistrato varia
secondo le circostanze. Non è più permesso a nessuno dire: la
legge è la legge, il re è il re. Tutto ciò che era chiaro, tutto ciò
che ci permetteva di morire tranquilli, è compromesso da queste
frasi assurde. Lo stato non ha più forma. La città non ha più
mura. Un sovrano nuovo, senza capitale e senza volto, regna
110
ormai al loro posto. Il suo tabernacolo è una stazione radio. Là
ogni sera si ode la voce alla quale dobbiamo obbedire, quella
del super stato che ha la precedenza sulla patria. Giacché la
frase scritta dai giudici nella sentenza è chiara, non lascia luogo
ad equivoci: se la "coscienza dell'umanità" ha condannato
una nazione, i cittadini di questa nazione sono sciolti dal loro
dovere di obbedienza: e non soltanto sono sciolti, ma "debbono"
agire contro il proprio paese. "Gli obblighi internazionali
imposti agli individui hanno la precedenza sul loro dovere di
obbedienza verso lo stato a cui appartengono". Così , a questo
punto dell'analisi, si scopre che tutto si puntella e in questo
modo si sostiene reciprocamente. Noi non siamo più i soldati
di una patria, siamo i soldati della legge morale. Non siamo
più i cittadini di una nazione, siamo coscienze al servizio dell'umanità.
Allora tutto si spiega. Non si tratta di sapere se il
maresciallo Pétain è il capo legale del governo francese; la
Francia non esiste, la legalità non esiste. Si tratta di sapere se il
generale De Gaulle incarna la morale internazionale con maggiore
esattezza del maresciallo Pétain : tra la "democrazia"
rappresentata da un comitato improvvisato a Londra e la
"Francia", rappresentata da un governo il quale non convoca i
consigli generali, noi non possiamo esitare. Bisogna preferire
la democrazia, perché la morale è necessariamente dalla parte
della democrazia, mentre la Francia non rappresenta niente di
fronte alla morale. Eccoci dunque davanti al paesaggio intellettuale
completo del cervello del signor De Menthon. Ormai
la "democrazia" è la patria, e la patria non esiste più se non è
democratica. Preferire la patria alla democrazia è un tradimento.
Quando la democrazia e minacciata, il patriottismo è
"sempre" dalla parte della democrazia. Se la patria è nel campo
contrario non fa nulla: la "resistenza" è la legge suprema, il
"tradimento" è obbligatorio e la fedeltà è tradimento: il franco
tiratore è il vero soldato. Anche qui la nuova situazione definita
dal tribunale non dovrebbe sorprenderci, giacché ha un
precedente che ne circoscrive bene il significato: si tratta di
una "scomunica". E i risultati che da essa si aspettano e si esigono
sono in effetti i risultati che la Chiesa aspettava ed esige111
va dalla bolla di scomunica. Lo stato così condannato deve essere
immediatamente svuotato della sua energia e sostanza,
deve ispirare dall'oggi al domani l'orrore e il terrore, gli si deve
rifiutare il pane e il sale (e cioè l'imposta, il servizio militare,
l'obbedienza), i suoi generali debbono ribellarsi. La delegazione
francese ci avverte persino che questa scomunica ha il potere
di mutare nome e qualità a tutte le cose. Colui che si ostina
è trasformato per virtù di una bacchetta fatata. L'esercito scomunicato
non è più esercito, diventa un'associazione di malfattori;
le azioni di guerra non sono più azioni di guerra, diventano
crimini di diritto comune. La maledizione giuridica
trasforma il paese in deserto e nello stesso tempo trasforma
tutti i suoi abitanti in sudditi dell'impero del male, toglie loro
ogni prerogativa dell'essere umano. Se non abbracciano il partito
dell'angelo, se non invocano sulle loro città la folgore
sterminatrice, sono colpiti dalla maledizione e dalla condanna
del loro paese. Se non chiamano la patria Sodoma, se non la
maledicono, non c'è grazia per loro. L'ONU scaglia fulmini e
la patria si dissolve. Non esiste più potere temporale. Ed è a
questo dissolversi del potere temporale che ci portano a poco a
poco le tendenze da noi descritte analizzando la prima e la seconda
sezione dell'atto di accusa, di cui troviamo qui l'espressione
completa. Avevamo precedentemente concluso che i nazionalismi,
e con loro i modi di manifestarli e di difenderli,
erano colpiti dallo spirito di Norimberga. Il nuovo diritto mirava
ad una spoliazione. Vediamo adesso che non i soli nazionalismi
sono messi sotto accusa, ma le patrie stesse. I diritti
interni sono detronizzati dall'avvento di un diritto superiore;
gli stati sovrani vengono deposti se non accettano di essere i
servitori del super stato e della sua religione. Ma non è soltanto
questo. Lo spirito messianico, alla fine, si smaschera:
predica chiaramente il suo nuovo Vangelo. Tutte le città sono
sospette, perché depositarie del potere. Così il loro potere diventa
soltanto un potere amministrativo. Le patrie sono i gerenti
di un'immensa società anonima. Si lascia loro una certa
potestà regolatrice e il loro dominio viene in questo modo circoscritto
e definito; dell'essenziale sono spodestate. Il potere
112
spirituale, il potere di rassicurare le coscienze di rendere legittimo
ciò che è conforme alla legge non appartiene loro più.
Gerenti del temporale, esse debbono inchinarsi e tacere quando
si tratta di decisioni di stato. E non soltanto vengono invitate
al silenzio, ma si invitano i cittadini a diffidare. Le patrie
non possono mettere al mondo che eresie. Sono tutte sospette
di una maledizioni originale. Vengono dichiarate incapaci di
formulare il dogma e sospette nell'interpretazione. Si ritira loro
ogni potestà sulle coscienze. Lo spirituale è confiscato a profitto
di una istanza superiore internazionale, la quale è la sola a
dire il giusto, ed è la coscienza del mondo. Le patrie sono deposte:
sono deposte a profitto di un impero spirituale del mondo,
il quale "ha la precedenza" (è la parola) su tutte le patrie.
Roma è stata inventata di nuovo. Esiste ormai dopo il giudizio
di Norimberga una religione dell'umanità, e c'è anche un "cattolicesimo"
dell'umanità. Noi dobbiamo sottomissione alla
santa madre chiesa dell'umanità, che ha bombardieri per missionari.
La sentenza di Norimberga è la bolla Unigenitus.
Ormai il conclave parla e gli scettri cadono. Entriamo nella
storia del sacro impero. Questa nozione di uno stato universale
che governa le coscienze è dunque il coronamento dei principi
fin qui soltanto enunciati. Senza questa conclusione, essi non
avrebbero un senso completo: con essa tutto si illumina, la cupola
dà all'edificio la sua forma. Ci era stato detto come prima
cosa che ci era proibito riunirci per la forza e la grandezza
della patria, che ogni riunione poteva essere considerata come
un associazione di malfattori. Per seconda cosa, noi dovevamo
abituarci a delegare una parte della nostra sovranità, l'essenziale,
in virtù di una carta costituzionale del super stato, la
quale è stata concessa al mondo senza chiedere il nostro parere.
Queste disposizioni ci incatenavano doppiamente: ci incatenavano
all'interno, nelle nostre città, e nei rapporti con l'estero;
in ciò che i giornali chiamano "politica interna e politica
estera". La coscienza universale, giudicando dall'alto del suo
tribunale, ci vietava la difesa e l'isolamento. Ma non era abbastanza.
Deve fare il suo mestiere di coscienza sino in fondo:
bisogna che, come l'occhio di Caino, sia insediata nella tomba.
113
Essa rappresenta lo sguardo di Dio, e perciò proibisce e fa
tremare. È sospesa come una spada. Il magistrato ritira la testa
tra le spalle, il poliziotto tossisce forte prima di fermarsi davanti
al covo e il generale si sente la corda intorno al collo.
Giacché la coscienza non scrive niente, indica soltanto una linea
da seguire, "la linea". Non è coercizione, non ci sono gendarmi,
è soltanto un veleno nello stato, una semplice infiltrazione
che corrompe tutto. Non siete nemmeno minacciati; è la
vostra voce stessa a minacciarvi, poiché la coscienza universale
è tutti, e quindi anche voi. Siete sicuro di aver agito conformemente
alla morale, a quella morale universale di cui tutti
possediamo l'istinto e che si risveglierà nel giorno del giudizio
e chiederà "spontaneamente" delle punizioni? Siete sicuri di
essere rimasti nella "linea"? Quale linea? chiede il generale:
dicono tutti le stesse parole, ma danno ad esse significati differenti.
Non importa, non preoccupatevene: avete una coscienza,
sì o no? Tutti, anche un generale, hanno una coscienza. Allora
comportatevi secondo le leggi imprescrittibili della coscienza,
e soltanto secondo esse, o sarete impiccati. Ricordatevi che
non esiste regolamento di fanteria, non esiste regolamento di
servizio in campagna, non esistono ordini superiori, nulla di
ciò che è scritto ha significato. Tutte le nostre leggi sono leggi
minori coperte in ogni caso dalla grande voce della coscienza
universale (il più delle volte trasmessa per radio), che l'unità
dello stato e l'esistenza dello stato possono essere annullate ad
ogni istante da una semplice bolla, e che non esiste nulla, assolutamente
nulla, fuori della voce che viene dall'alto. Ecco il
mondo che ci viene offerto, soltanto perché era necessario che
i tedeschi fossero mostri, e perché bisognava dar ragione a
coloro i quali avevano distrutto le loro città. Per giustificare la
distruzione, s'inventa la distruzione continuata. Per giustificare
la radio, si inventa la radio perpetua. Per giustificare gli alleati,
si giura che tutte le guerre debbono ormai esser condotte come
la precedente. Col pretesto di colpire un regime autoritario, si
è distrutta da per tutto l'autorità, e col pretesto di condannare la
Germania, tutti sono stati strettamente vincolati. Noi lasciamo
fare in nome della virtù e di un mondo migliore, senza vedere
114
che questo super stato, il quale vieta per principio determinate
forme di stato, che detta i contratti e controlla le politiche, non
è altro che un signorotto anonimo il quale stabilisce le condizioni
di vita dei suoi vassalli. La morale internazionale è soltanto
lo strumento di un regno. È impotente a proteggere gli
individui, ma è comodissima per dominare gli stati. È quasi
inutile sottolineare come questo bel lavoro preparatorio possa
alla fine giovare al regno universale del marxismo, in cui fingiamo
oggi di scoprire la faccia della Gorgona. Giacché che
altro sostiene il marxismo, sia pure con parole diverse? Per i
marxisti il diritto interno di ciascun paese deve dare la precedenza,
in lealtà, al dovere imposto agli individui di partecipare
alla lotta liberatrice del proletariato. Per essi, al di sopra degli
obblighi di cittadini, c'è sempre una coscienza universale la
quale si identifica con la coscienza di classe. E questa coscienza
marxista brontola negli stessi termini, è vaga; anche qui si
tratta di restare "nella linea". I teorici della "coscienza universale"
non hanno capito bene che quest'arma a cui prestano
tante cure è simile al giavellotto degli australiani il quale torna
sempre indietro per uccidere chi lo lancia. Tutto ciò che essi
fanno può tornare a loro danno. Ogni affermazione può servire
al nemico. E non dobbiamo stupire oggi se il partito comunista
ci avverte che "il popolo francese" non accetterà la guerra
contro la Russia: è un'applicazione dei principi di Norimberga.
Norimberga distrugge le patrie: e chi le distrugge meglio del
comunismo? Norimberga pone un'istanza internazionale: Mosca
non ne è forse una? Norimberga crea una chiesa: l'altra
chiesa è la terza Internazionale. Norimberga decreta il regno
della "Coscienza universale": al comunismo basterà rivestirsi
di questa pelle per avere lo stesso aspetto. I nostri teorici hanno
trasformato tutte le guerre future in guerre civili, e in queste
guerre civili hanno preparato quello che servirà al nemico. Il
dio della guerra non è più Marte, ma Janus bifrons: Giano
dalle due facce il quale sa a che radio votarsi. Ci hanno disarmato
contro lo straniero. Ma quale straniero? Un altro risultato
ottenuto è la fine certa della "persona", inseparabile dalla fine
delle patrie. Questo secondo risultato sembra più sorprendente
115
del primo, perché il tribunale di Norimberga ha preso per tema
la "difesa della persona": ma sfortunatamente è altrettanto sicuro.
Intendiamoci: non si tratta di negare le prescrizioni e i
veti precisi, concernenti il diritto delle genti e la condotta della
guerra, stabiliti dalla sentenza di Norimberga. Essi fanno
ormai giurisprudenza e potranno costituire un'efficace protezione
delle persone. Le convenzioni dell'Aia sono state così
completate da altri testi resi necessari dalla guerra moderna.
Sarebbe stato nondimeno di interesse generale che questo
nuovo codice di guerra fosse istituito in circostanze diverse, in
seguito a una cooperazione leale e completa tra tutte le nazioni,
e soprattutto che non appaia legato a una particolare concezione
politica. Sarebbe stato meglio attenersi a testi pratici e
chiari, piuttosto che formulare un'ambiziosa filosofia del diritto
delle genti che rischia di essere interpretata nel modo più
strano. Sarebbe stato più utile, inoltre, proporsi un esame
completo dei procedimenti della guerra moderna invece che
lasciare nel nostro codice lacune così gravi come quella del
blocco o del bombardamento delle popolazioni civili, soltanto
perché erano soggetti di riflessione inopportuni. Ma adesso
non si tratta di ciò: noi prendiamo l'espressione "difesa della
personalità umana" nel senso più lato che le fu attribuito nelle
recenti discussioni. Coloro i quali adoperano tali parole si
preoccupano dei diritti e della libertà dell'uomo: e in questo
senso noi pure le intendiamo. Non faremo osservare ai rappresentanti
della coscienza universale la loro impotenza ad assicurare
il rispetto della persona, sia pure nei territori controllati.
Sarebbe un giuoco troppo facile. Ci sono evidentemente, al
momento attuale, persone di ogni genere le quali non possono
pretendere di essere considerate "persone umane": per esempio,
gli indocinesi da noi massacrati in Indocina, i malgasci
imprigionati a Madagascar, i baltici, i sudetici, i tedeschi del
Volga che fanno i turisti nei centri dei D.P., i piccoli e medi
nazisti ed altri mostri rinchiusi a Dachau e a Mauthausen, i
polacchi e i cechi che non amano il governo sovietico, i negri
della Luisiana e della Carolina, i francesi che hanno gridato
"Viva il maresciallo", gli arabi che hanno gridato: "Viva il
116
sultano", i greci che hanno gridato: "Viva la Grecia", e gli
ucraini sopravvissuti inviati in Siberia perché sono, per loro
disgrazia, degli ucraini sopravvissuti... Tutto ciò non prova
nulla, d'accordo; ma la lista è un po' lunga. Facendo il totale,
provo un lieve imbarazzo nel constatare che, alla fine, ci sono
più cadaveri, torture e deportazioni sul conto dei difensori professionali
della persona che su quello dei persecutori e degli
assassini. Anche questo, d'accordo, non prova nulla. Non so
bene veramente come possa non provare nulla, ma crediamolo
pure facendo fede agli spiriti serissimi che ce lo dicono. L'importante
è di renderci conto non che la difesa della persona si
rassegna a usare assassinii, torture e deportazioni, ma che raggiunge
il risultato di annullare la persona. Questa fatalità tuttavia
è scritta in termini chiarissimi che noi più di una volta abbiamo
potuto leggere. La difesa della persona non è una nuova
religione. Ci fu già proposto di adorare questo dio. Il suo avvento
ha luogo sempre in mezzo ai medesimi festeggiamenti:
la ghigliottina è il suo gran sacerdote e in onore del dio un
gran numero di oppressori viene sgozzato. Dopo di che la cerimonia
termina regolarmente con un bel regime autoritario,
luccicante di elmetti, stivali, spalline e adornato di aguzzini
con una, certa larghezza. Questa segreta contraddizione è stata
più volte notata; e fin da prima della guerra gli osservatori più
seri erano d'accordo nel constatare (ma di tale opinione non si
parla più) che la parola libertà è adoperata e ripetuta volentieri
soprattutto dai furfanti. La storia ci conduce così ad una prima
contraddizione iscritta regolarmente nei fatti: la difesa della
persona porta, in nome della libertà, all'oppressione, o a regimi
ipocriti i quali salvano la libertà chiudendo gli occhi sulla degradazione
delle persone. La geografia non è molto più consolante.
Il rispetto della persona consiste nel riconoscere
un'eguaglianza tra gli uomini, e per conseguenza diritti uguali
al negro di Duala e all'arcivescovo di Parigi. Si cavilla sulla
parità dei diritti: un giorno bisognerà pur riconoscerli, o la nostra
insegna non avrà più senso. Da quel giorno, la libera
espressione della parità dei diritti di due miliardi di esseri
umani sarà così ripartita: 600 milioni di bianchi; il resto sono
117
negri, asiatici e semiti. Per mezzo di quale ragionamento potrete
fare ammettere ai negri, agli asiatici e ai semiti che i loro
diritti eguali non possono esprimersi con una rappresentanza
eguale, e che quando si tratta di cose serie, il parere di un
bianco vale quello di dieci negri? C'è un solo argomento che
rende visibile una verità così poco evidente; è la presenza della
flotta di sua maestà, alla quale effettivamente si ricorre ogni
volta che la discussione minaccia di smarrirsi generalizzandosi.
Così la difesa della persona, su questo piano, ancora una
volta mette capo ad una contraddizione: si afferma a colpi di
cannone, o deve ascoltare con sottomissione gli ordini che i
Coloured gentlemen si compiaceranno di dare. Ecco perché
facciamo tanto rumore: per una libertà che non possiamo far
rispettare, per un'eguaglianza che ci rifiutiamo di realizzare.
Verba et voces. Noi parteggiamo per la difesa della persona a
patto che tale difesa non significhi nulla. Parteggiamo per la
difesa della persona, ma vogliamo fare ai negri la medesima
cosa che rimproveriamo ai nazisti di aver fatto agli ebrei. E
non soltanto ai negri, ma agli indocinesi, ai malgasci, ai baltici,
ai tedeschi del Volga ecc. E non soltanto a costoro, ma anche
al proletariato di tutti i paesi al quale pretendiamo di imporre
la nozione ufficiale del rispetto della persona, sebbene
quel proletariato risponda che tale rispetto non lo interessa affatto.
Noi difendiamo e rispettiamo la persona, ma una persona
ideale, una persona in abstracto, una persona "come l'intende
il tribunale". So bene che mi viene richiesto di non fermarmi a
particolari simili. Una sistemazione verrà dopo. Per ora, la coscienza
universale sta installando i suoi uffici. Ma sono proprio
i grafici attaccati alle pareti, i grafici dello sviluppo futuro
che mi preoccupano più dei risultati ottenuti. Questa persona
nuda, senza patria e indifferente ad ogni patria, non conosce le
leggi della città e l'odore della città, ma con il solo istinto individuale
percepisce la voce internazionale della coscienza universale.
Quest'uomo nuovo, quest'uomo disidrato, io non lo
riconosco. La vostra coscienza universale protegge una pianta
di serra: questo prodotto teorico, questo prodotto industriale,
ha con l'uomo lo stesso rapporto che un'arancia di California
118
avvolta nel cellofan e trasportata attraverso i continenti ha con
una arancia appesa all'albero. Sono tutte e due arance: ma l'una
ha il gusto della terra, cresce e vive sull'albero secondo la natura
delle cose: l'altra è solo un prodotto per il consumo. Voi
avete fatto dell'essere umano un prodotto per il consumo. Risulta
dalle statistiche (del resto truccate), si conta, si esporta, si
trasporta, si assicura, e se viene distrutto, si paga. Non posso
farci nulla, ma tutto questo non è per me una "persona". Quando
noi pensiamo ad una "persona", vediamo un padre con i figli,
con i figli intorno al tavolo nella stanza comune della fattoria;
ed egli distribuisce la minestra e il pane. Oppure in una
casa della periferia, non così bene come in campagna: o in un
appartamentino al terzo piano, e non così bene come nella casa
della periferia. Torna dal lavoro e domanda notizie della giornata:
o va in laboratorio e fa vedere al figlioletto come si fa
una tavola, come si passa la mano sulla tavola per verificare se
il lavoro è ben fatto. Noi difendiamo e rispettiamo questa "persona",
questa e non un'altra, questa e tutto ciò che le appartiene:
i figli, la casa, il lavoro, il campo. E noi diciamo allora che
questa persona ha diritto al pane sicuro per i suoi figli, all'inviolabilità
della sua casa, al rispetto del suo lavoro e al possesso
del suo campo. Il pane sicuro, vuol dire che un negro o un
asiatico o un semita non gli disputeranno il posto a cui ha diritto
nell'interno della città, e che un giorno o l'altro non sarà
obbligato, per vivere, ad essere il proletario e lo schiavo dello
straniero. La casa inviolabile, vuol dire che potrà pensare e dire
quello che vuole, sarà il padrone alla sua tavola e nella sua
casa, e sarà protetto se obbedirà agli editti del principe. Il negro,
l'asiatico e il semita non verranno davanti alla sua porta
per spiegargli quali dovevano essere le sue idee e per condurlo
in prigione. Il lavoro rispettato, vuol dire che egli potrà riunirsi
con gli uomini del suo mestiere, compagni o colleghi come
vorrà, ed avrà il diritto di dire che il suo lavoro è duro, che la
sedia fatta da lui vale tanto di pane, che egli ha il diritto di vivere
senza essere costretto a portare scarpe sfondate e vestiti
strappati, di avere una radio se la vuole, una casa se ha saputo
risparmiare per averla, una automobile se il lavoro gli rende
119
bene; quella parte infine di "lusso" che la civiltà delle macchine
gli consente. Il negro, l'asiatico e il semita non potranno
stabilire a Winnipeg o a Pretoria il prezzo della sua giornata o
la lista della sua tavola. Il possesso del campo, vuol dire che
egli ha il diritto di chiamarsi padrone nella casa costruita dal
nonno, padrone nella città che il nonno, assieme agli altri, ha
costruito; nessuno può cacciarlo dalla sua dimora, né dalla casa
del consiglio, e gli operai stranieri i cui nonni non erano lì
quando il campanile è stato costruito, i negri, gli asiatici e i
semiti che lavorano nelle miniere o che vendono merci all'angolo
delle strade, non saranno loro a decidere della sorte del
suo figlioletto. Noi chiamiamo tutto ciò diritti della persona, e
diciamo che è dovere del sovrano assicurare il rispetto di questi
diritti essenziali, di amministrare bene il suo paese, come
un padre di famiglia, come un padre amministra la sua famiglia.
Le leggi sono soltanto norme sagge, note a tutti, scritte
dietro parere dei competenti, attaccate ai muri, e sovrane. Questi
diritti, senza i quali non esiste la città, debbono essere difesi,
se necessario, con la forza e sempre con una protezione efficace.
Come si vede, anche noi parteggiamo per la difesa
della persona. Ma in questi termini e non come l'intende il tribunale.
Si tratta soltanto di mettersi d'accordo. L'uomo della
terra e della città, "uomo" da quando terra e città esistono, è
precisamente colui che Norimberga condanna e ripudia. La
nuova legge gli dice: "Tu sarai cittadino del mondo": anche tu
sarai impacchettato e disidrato; non ascolterai più il fremito
degli alberi e la voce delle campane, ma imparerai a udire la
voce della coscienza universale. Scuoti la terra dalle tue scarpe,
o contadino: questa terra non è più niente: sporca. dà fastidio,
impedisce di fare i bagagli. Tempi moderni sono venuti,
ascolta la voce dei tempi moderni. Il manovale polacco che
muta d'ingaggio dodici volte l'anno è come te, il rigattiere
ebreo appena giunto da Korotcha o da Zitomir è come te: essi
hanno i medesimi diritti tuoi sulla tua terra e sulla tua città:
contadino, rispetta il negro. Essi hanno tutti i medesimi diritti
tuoi e tu farai loro posto alla tua tavola, faranno parte del consiglio
dove ti insegneranno ciò che ancora tu non comprendi
120
bene; ciò che dice la coscienza universale. I loro figli saranno
signori, saranno giudici sopra i tuoi figli, governeranno la tua
città e compreranno il tuo campo, poiché la coscienza universale
dà loro tale diritto. Quanto a te, o contadino, se tu ti fermi
a parlare in conciliabolo con i camerati, se tu rimpiangi i tempi
in cui alle feste cittadine non si vedevano che ragazzi della
provincia, allora tu parli contro la coscienza universale e la
legge non ti protegge. Questa è in verità la condizione dell'uomo.
dopo l'annullamento delle patrie. I regimi che aprono
largamente le porte allo straniero si sostengono in virtù di una
determinata pressione. Si esige che quegli stranieri abbiano gli
stessi diritti degli abitanti del paese e ogni tentativo di discriminazione
viene solennemente condannato. Dopo di che si riconosce
regolare soltanto un modo di pensare puramente aritmetico.
Con un sistema simile quale paese non sarebbe dopo
un certo tempo, sottomesso da una conquista pacifica, sommerso
da una occupazione senza uniforme e infine offerto allo
straniero? Qui si tocca il punto finale. Le differenze nazionali
saranno a poco a poco eliminate. La legge internazionale si insedierà
tanto più facilmente, in quanto la legge indigena non
avrà più difensori. Le gerenze nazionali da noi descritte poco
fa assumono in tale prospettiva il loro vero significato: gli stati
non saranno più che circondari amministrativi di un solo impero.
E da un capo all'altro del mondo, in città tutte eguali perché
ricostruite dopo i bombardamenti, vivrà sotto leggi simili, un
popolo bastardo, razza di schiavi indefinibile e cupa, senza genialità,
senza istinto, senza voce. L'uomo disidrato regnerà in
un mondo igienico. Immensi bazar echeggianti di pick-up simboleggeranno
questa razza a prezzo unico. Marciapiedi mobili
percorreranno le vie, e trasporteranno ogni mattina a un lavoro
da schiavi la lunga fila di uomini senza volto che la sera riporteranno
indietro. Questa sarà la terra promessa. Coloro i
quali adoperano i marciapiedi mobili non sapranno che sia mai
esistita una condizione umana. Non sapranno ciò che erano le
nostre città, quando erano le nostre città; come noi non possiamo
immaginare quel che fossero Gand e Bruges al tempo
degli scabini. Si meraviglieranno che la terra sia stata bella e
121
che noi l'abbiamo appassionatamente amata. La coscienza universale
pulita, teorica, tagliata a forma di stella, illuminerà i
loro cieli. Ma sarà la terra promessa. E in alto regnerà la "persona",
quella per cui si é fatta questa guerra e che ha inventato
questa legge. Giacché, alla fine, si ha un bel dire; una "persona"
c'è. Non è i tedeschi del Volga, non i baltici, non i cinesi
non i malgasci, non gli annamiti, non i cechi, non i proletari,
beninteso. Noi sappiamo bene chi sia la "persona, umana". É
un termine senza un significato completo, anzi può dirsi che,
non significhi nulla, "come l'intende il tribunale", se non viene
applicato a un individuo apolide, nato in un sobborgo di Cracovia,
perseguitato sotto Hitler, deportato, non morto, e tuttavia
resuscitato nelle vesti di un patriota francese, belga o lussemburghese;
su di lui noi dobbiamo riversare tutta la nostra
deferenza e venerazione. La "persona" è, inoltre, munita abitualmente
di un passaporto internazionale, di un permesso di
esportazione, di una esenzione dalle tasse e del diritto di requisire
gli appartamenti. Aggiungiamo che la "persona" così definita
è depositaria in modo particolare della coscienza universale:
ne è per così dire il vaso di elezione. Possiede, a questo
riguardo, organi di una sensibilità squisita, di cui gli altri uomini
sono privi: così nel paese ove giunge, essa addita con sicurezza
i veri "patrioti" e scopre a grande distanza gli organismi
refrattari alle vibrazioni della coscienza universale. Questi
doni preziosi sono utilizzati al massimo davanti all'opinione
pubblica. Tutte le loro reazioni vibratili sono registrate accuratamente
e il totale di tali vibrazioni costituisce ciò che si
chiama, a un dato momento, l'indignazione o l'approvazione
della coscienza universale. Sono esse infine a formulare il
dogma che abbiamo già enunciato e che s'intitola: "Difesa
della persona". Ne risulta che la difesa della persona, "come
l'intende il tribunale", e' una specie di verità matematica, analoga
all'incirca alla regola del tre. Si può esprimere così : "Ogni
apolide nato a Cracovia, risiede in seno alla comunità universale,
e ogni atto che lo danneggi, ha un'eco profonda nella coscienza
umana. Di quanto la vostra definizione specifica si allontana
dal carattere apolide e dall'origine cracoviana, per quel
122
tanto vi allontanerete dalla comunità universale: ciò che vi lede
non ha più un'eco corrispondente nella coscienza umana. Se
siete risolutamente ostile agli individui apolidi originari di
Cracovia, non fate parte affatto della comunità universale, e si
può fare qualunque cosa contro di voi, senza che la coscienza
umana se ne senta minimamente ferita". Questi catecumeni
dell'umanità nuova hanno le loro abitudini, le quali sono sacre.
Non lavorano la terra, non producono nulla, non vogliono essere
schiavi. Non si mescolano agli uomini del marciapiede
mobile; li contano invece e li avviano verso i compiti loro assegnati.
Non fanno la guerra, ma amano insediarsi nelle botteghe
brillanti e illuminate dove, la sera, vendono carissime all'uomo
del marciapiede le cose che egli stesso ha fabbricato e
che hanno comprato da lui a poco prezzo. Formano un ordine:
hanno questo in comune con i nostri antichi cavalieri. E non è
giusto dopo tutto che siano tenuti a distanza dagli altri uomini,
poiché sono i più sensibili alla voce della coscienza universale
e ci offrono il modello a cui dobbiamo conformarci? I loro
gran sacerdoti vivono in capitali lontane. Essi venerano in loro
i rappresentanti di quelle famiglie illustri, celebri per il molto
denaro guadagnato e per la pubblicità fatta. E sono felici di
leggere sugli stemmi di questi eroi la cifra dei loro dividendi.
Ma questi potenti hanno grandi preoccupazioni. Meditano
sulla carta del mondo e decidono che il tal paese produrrà
arance e il tal altro cannoni. Chinati sui grafici, incanalano i
milioni di schiavi del marciapiede mobile e, nella loro saggezza,
stabiliscono il numero delle camicie che saranno autorizzati
a comprare nell'anno e la cifra delle calorie che saranno
date loro per vivere. Il lavoro degli altri uomini circola e la sua
rappresentazione grafica compare sui muri del loro gabinetto
come in quei quadri a tubature trasparenti su cui corrono ininterrottamente
linfe colorate. Sono i macchinisti dell'universo.
Chi si ribella a loro alza la voce contro gli dei. Partiscono e
decidono: e i loro servi, ai quadrivi, ricevono riconoscenti gli
ordini e indicano la direzione all'uomo del marciapiede mobile.
Così funziona il mondo senza frontiere, il mondo ove ciascuno
è a casa propria, il mondo il cui nome e' "terra promes123
sa". Ecco quanto è scritto nel verdetto di Norimberga. Ed oggi
gli stessi che hanno redatto il verdetto si rivolgono alla gioventù
tedesca: "Tedeschi, buoni tedeschi,", dicono, "non amate
la causa della libertà? Non siete pronti a difendere, con noi, il
mondo dalla barbarie bolscevica? Tedeschi, giovani tedeschi,
come sarete belli sui lunghi tanks Sherman simili a severi dei
della battaglia". E, fissi gli occhi rapiti su una Germania weimariana
e invincibile insieme, pacifica e armata fino ai denti,
accarezzano il sogno di truppe di prima linea della democrazia,
di truppe d'assalto della libertà, sentimentali e intrepide,
bionde e muscolose, savie come fanciulle, fidanzate eterne
della dichiarazione dei diritti e pronte a morire per il congresso,
per l'occidente, per l'Y.M.C.A.: armata gigantesca di eunuchi
che ritroverebbe miracolosamente, nella battaglia, il vigore
dei germani. È necessario sapere ciò che si vuole. Non ci batteremo
per le nuvole, e probabilmente non lo faranno nemmeno
i tedeschi. L'antidoto del bolscevismo ha avuto un nome
nella storia. Finiamo di pronunciare quel nome con spavento e
di guardare con orrore quella bandiera. Ogni idea ha in sé un
elemento di verità: domandiamoci su quale elemento quell'idea
fondava la sua potenza. Invece di proscrivere, cerchiamo
di comprendere. Se milioni di uomini si sono fatti uccidere per
quella bandiera che noi calpestiamo così vigliaccamente, non
vuol dire che essa portava un segreto di vita e di grandezza
impossibile ad essere ignorato? É assurdo rifiutarci di guardare
in faccia le parole, ed è anche pericolosissimo. Le rovine
ideologiche non sono come le rovine delle città: non si vedono,
e ,i viaggiatori non scuotono, seri, il capo passandovi accanto.
Esse sono più importanti, sono mortali. Le dottrine pazzamente
colpite da maledizione sono le sole a poter opporre
una diga all'inondazione comunista. Noi abbiamo fatto saltare
lo sbarramento e ci meravigliamo adesso che i flutti trascinino
via i muretti con i quali avevamo cercato di arginarli. Eppure,
basta guardare la carta geografica. Non si può sperare che
l'enorme marea, dall'Asia sino all'Elba, rispetterà a lungo il
fragile pontone d'occidente. Saremo sicuramente sommersi se
con un'architettura potente non riusciremo a fare della penisola
124
europea una cittadella imprendibile, una specie di Gibilterra
della razza bianca d'occidente. Ma bisogna abbordare compiti
simili con spirito giusto e ragionevole. Bisogna agire senza
passione e senza ipocrisia. Dobbiamo dimenticare la guerra e
le sue sofferenze, dimenticare la pretesa di chiamarci vincitori.
L'avvenire non si costruisce nell'odio e nella paura, né sull'umiliazione
altrui. Dobbiamo rivolgerci alla nuova Germania
con lealtà ed onestà. Il nostro primo compito è quello di rinunciare
alla falsificazione della storia che pretendiamo di imporre.
Non è vero che la Germania sia responsabile della guerra:
la responsabilità dei guerrafondai in Inghilterra e in Francia
pesa almeno quanto la responsabilità di Hitler. Non è vero che
il partito nazionalsocialista sia stato un'associazione di malfattori:
è stato un partito militante pari agli altri partiti al potere,
è stato obbligato a ricorrere alla forza per difendere l'efficacia
delle sue opere come, in circostanze drammatiche, fanno
tutti i partiti i quali si sentono chiamati a una grande missione.
Non è vero che i tedeschi siano stati "mostri": le nazioni che
non hanno esitato a pagare la vittoria con la vita di 2.650.000
civili tedeschi (la vita cioè di 2.650.000 operai, vecchi, donne
e bambini tedeschi) non hanno il diritto di fare un tale rimprovero.
Un'inchiesta disonesta, una gigantesca propaganda hanno
potuto per qualche tempo oscurare le coscienze. Ma verrà un
giorno in cui gli stessi nemici della Germania avranno interesse
a rimettere i fatti a posto: la Fortuna cieca prenderà per mano
la Verità e la farà assidere alla tavola del banchetto. Confesseremo
allora che non dovevamo dedurre, da errori occasionali
e quasi sempre individuali, la condanna dell'intero regime:
che i nemici della Germania hanno commesso anche loro,
nella condotta della guerra, atti passibili di condanna, e allo
stesso titolo; che a una vergognosa falsificazione della storia
noi abbiamo aggiunto la più vile e pericolosa impostura ideologica.
Cominciamo a vedere, oggi, quanto grande sia stato il
nostro errore. Tutti si affollano davanti a quel vuoto, a quella
buca desolata al centro dell'Europa; e noi guardiamo con terrore
il nostro operato stesso. L'Europa brancolante è simile al
Ciclope cieco. Tutti possono vedere questa mostruosa mutila125
zione geografica: ma c'è un altro vuoto non meno grave, un
altro abisso, ed è quello da noi creato estirpando brutalmente
dalla superficie della terra il solo sistema rivoluzionano valevole
in opposizione al marxismo. L'universo delle idee ha le
sue leggi e la sua geografia. È pericoloso radere bruscamente
al suolo una regione ideologica, quanto un paese. Noi abbiamo
abbattuto bruscamente un equilibrio ideologico stabilizzato dal
tempo, e necessario alla salute politica dell'Europa come l'esistenza
della Germania era necessaria alla sua difesa strategica.
Quel che abbiamo distrutto e condannato era, non soltanto per
i tedeschi ma per milioni di uomini in occidente, l'unica soluzione
possibile del dramma del mondo moderno, la sola maniera
di sfuggire alla schiavitù capitalistica senza sottostare
alla schiavitù sovietica. Quel che abbiamo distrutto era, nel
pensiero di quegli uomini, non la tirannia reazionaria e militare
da noi denunciata, ma l'immenso sforzo di liberazione dei
lavoratori. La loro bandiera rossa portante il simbolo della patria
era l'emblema della rivoluzione d'occidente. Noi diciamo
che erano schiavi, ed avevano invece lo sguardo di chi lavora
nella gioia. Lo sguardo dei lavoratori è una testimonianza: se
ricostruiscono Stalingrado cantando, i nostri giornali anticomunisti
mentono. Dal Baltico al Brennero, i lavoratori tedeschi
erano felici. E non i soli lavoratori tedeschi erano felici, ma in
tutto l'occidente, la nuova rivoluzione era un segnale e una
speranza immensa. Non era stata realizzata da per tutto ma in
tutti i paesi rappresentava una possibilità per l'avvenire, l'unica
possibilità per l'occidente, l'annuncio ai lavoratori di una vita
lieta e forte. Si sbagliavano, abbiamo detto, venivano ingannati.
Che ne sappiamo? La sola cosa certa è che oggi, nell'occidente
deserto, in nessun altro luogo essi trovano il contenuto
rivoluzionario apportato dai nuovi nazionalismi. Questa battaglia
è stata per loro la grandezza, la fraternità, il sangue versato,
la giustizia: sì , la giustizia. Così era nell'anima loro,
qualunque cosa dicano i tribunali. Non possiamo dimenticarlo,
se parliamo loro. Le parole contro cui ci ostiniamo, questi
blocchi giganteschi di volontà e di speranza. che abbiamo fatto
saltare come un pezzetto di continente, erano ancora ieri, per
126
milioni di uomini, l'appello irresistibile della nobiltà, del sacrificio:
rappresentavano la giustizia finalmente ritrovata per la
quale vale la pena di morire. Noi abbiamo creato un deserto
per i cuori. La nostra politica in Europa è riuscita a fare dell'entusiasmo
rivoluzionario un'esclusiva sovietica. Tra dieci
anni, tutta la gioventù del mondo sarà schierata sotto la bandiera
rossa: ci resta soltanto questo mezzo per protestare contro
l'ingiustizia. Torniamo alla giustizia e alla lealtà. Quante
esperienze ci occorreranno ancora per imparare che i trattati
giusti sono i soli durevoli, che la pace giusta e leale è la sola
pace? Nel 1918, i nostri uomini di stato hanno rivoluzionato la
geografia e si sono poi stupiti che un'altra guerra sia seguita.
Oggi, gli stessi pedanti si danno un gran da fare per distruggere
l'equilibrio ideologico europeo: dovrebbero capire che l'offesa
odierna è altrettanto grave e ne uscirà sicuramente un'altra
guerra. È indispensabile che esista in Europa una zona dinamica
di giustizia sociale atta a cristallizzare la volontà di resistenza
all'annessione marxista. Alcuni uomini hanno compreso
oggi come distruggere l'esercito e l'industria tedesche sia stato
un errore immenso: sono persuasi che la penisola europea ha
bisogno di un baluardo. Ma ha bisogno anche di un'anima. Il
grido di collera levato dagli uomini del nostro tempo contro
l'ingiustizia sociale, contro le porcherie e le menzogne, deve
avere la sua eco in occidente. Deve tornare tra noi la volontà
rivoluzionaria, la gioia della rivoluzione in cammino. La giustizia
sociale non è meno necessaria all'occidente del carbone e
dell'acciaio. Se agli operai delle città e delle campagne possiamo
offrire soltanto le abituali imposture democratiche, nessun
ragionamento al mondo impedirà loro di guardare, pieni di
speranza, alla terra dove si parla della libertà e della potenza
dal proletariato. Non abbiamo il diritto di dimenticare (e sarebbe
pazzesco dimenticarlo) che il sogno di un socialismo nazionale
è stato il sogno di milioni di uomini in Europa. Le verità
sono come le patrie: non si schiacciano con un colpo di
stivale. Che noi lo vogliamo o no, l'idea che fu la grande speranza
di ieri questa fraternità nella battaglia, è oggi la base
naturale di una comunità occidentale. Per il bene della nuova
127
Europa, per il nostro stesso, le volontà debbono dunque unirsi
contro il diktat ideologico di Norimberga, mortale per la pace
del mondo quanto il diktat politico di Versailles. Dobbiamo
restituire alla patria la corona e la spada. Dobbiamo ristabilire
e proclamare i principi semplici e naturali della saggezza politica.
Dobbiamo ricordare ai nocchieri delle nuvole che la sovranità
delle città e tutto ciò che è da essa inseparabile, il diritto
di riunirsi e il diritto di bandire, la precedenza della disciplina
nello stato, il dovere assoluto di obbedienza nei sudditi
del sovrano, sono le travi che sostengono ed hanno sempre sostenuto
le nazioni. Dobbiamo esigere il riconoscimento solenne
di questa verità su cui ogni potere poggia; colui che obbedisce
al principe, agli editti del principe, non può essere accusato.
Senza questo principio non esiste stato né governo. Non
dobbiamo aver paura degli stati forti. E non abbiamo il diritto
di esigere che la struttura di tali stati sia democratica, nel senso
inteso a Londra e a Washington, se gli stati preferiscono vivere
sotto leggi diverse. Se l'unità dell'occidente può raggiungersi
soltanto intorno a un blocco di stati socialisti autoritari, questa
soluzione non è meglio della guerra e dell'occupazione? Giacché,
in definitiva, si tratta di questo. Nell'Europa di oggi tali
stati sono l'unica garanzia della pace. È vero che nel momento
attuale la pace e la guerra non dipendono dagli stati europei:
ma essi possono diventare l'occasione della guerra, e dobbiamo
esigere da loro di non fornire tale occasione. Soltanto di
fronte a un blocco occidentale l'agitazione comunista sarebbe
impossibile come lo sarebbe l'agitazione democratica nell'U.
R.S.S.; e il comunismo sarebbe impossibile perché sarebbe
in atto il socialismo nazionale. Di fronte a questo blocco la
guerra può fermarsi. Abbiamo bisogno di una cortina di ferro
"intorno all'occidente". Il pericolo della guerra non è nell'esistenza
di stati potenti e di polarizzazioni diverse come gli Stati
Uniti e la Russia sovietica; è, al contrario, nell'esistenza di zone
deboli aperte alla concorrenza di quelle due grandi potenze.
In altri termini, il pericolo della guerra aumenta con le possibilità
di ingerenza; la guerra sarà determinata da agenti stranieri
i quali lavorano tra noi. Se, invece, potesse costituirsi un
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blocco occidentale, vivente di vita propria, rigidamente chiuso
alle influenze americana e comunista, questo blocco neutrale,
questa cittadella impermeabile sarebbe un fattore di pace e forse
di unione. Se l'Europa d'occidente potesse diventare un isola
vivente sotto le sue proprie leggi e dove non potessero prendere
piede ne' lo spirito democratico d'importazione americana,
né il comunismo d'importazione sovietica; se quest'isola fosse
ritenuta inaccessibile e mortale, se divenisse forte, chi oserebbe
attaccala? Infine, l'Europa occidentale non ha un interesse
strategico fondamentale (altre zone ne hanno assai di più): ha
soprattutto un interesse politico per i belligeranti, è per il momento
una no man's land che apparterrà al più svelto e al più
furbo. Se facessimo sparire la concorrenza, se riuscissimo a
liberarci delle coscienze (spesso interessate) le quali attirano le
bombe come la calamita il ferro, non sarebbero raggiunte per
tutti le condizioni migliori della pace? Se l'America domani
vuol fare la guerra, riflessioni simili non contano nulla: ma
allora l'America si sarà creata strane condizioni di guerra. Se ci
è permesso invece contare sul tempo, in che modo tali prospettive
sono più assurde delle altre? L'insularità dell'occidente
riposa insomma su una condizione fondamentale. Bisognerebbe
che gli americani fossero tanto intelligenti da comprendere
che è loro interesse armare l'Europa occidentale senza chiedere
in cambio nessuna garanzia democratica. È già molto poter dire
di loro: dateci aeroplani e carri armati, e poi non preoccupatevi
se metteremo alla porta sia gli agenti dell'America che
quelli di Mosca. Comprenderanno che è nel loro stretto interesse
(così come per i russi) il costituirsi di un'Europa occidentale,
antidemocratica e anticomunista a un tempo, forte e
gelosa della propria indipendenza? Comprenderanno che sarebbe
un grande segno di saggezza e l'inizio di una grande speranza
di pace escludere nello stesso modo gli ex agenti dell'Inghilterra
i quali oggi questuano i sussidi americani, e coloro i
quali ricevono ordini e sussidi dal Cominform? Se gli americani
vogliono cancellare il male fatto, lo cancellino nelle anime,
nel modo medesimo in cui cercano di ripararlo nelle città. Se
vogliono che l'occidente sia solido, bisogna che rimanga "oc129
cidente" e non il prolungamento dell'America, giacché la piattaforma
americana in Europa può essere soltanto una terra mal
difesa e, in caso di guerra, rapidamente evacuata. Ma l'impero
d'occidente può vivere e difendersi, o per lo meno, imporre la
sua neutralità. Queste cose cominciano adesso ad essere comprese,
sebbene non perfettamente. La signora Roosevelt si rivolge
con vera eloquenza alle donne tedesche e le elogia per il
loro coraggio. Si tratta di condoglianze, se si pensa ai bombardamenti
ordinati dal suo defunto marito. Quest'omaggio tardivo
c'informa tuttavia sul grave errore della politica americana:
"Colpisco e poi armo: condanno e poi rilascio". O biondi tedeschi,
perché non amate la banca Lazard? Mordete la terra con
le bocche sanguinanti pronunciando i dolci nomi di Oppenheim
e di Kohn. Ma non pensate che ci saranno molti volontari
nella nuova legione antibolscevica, dietro il generale De
Gaulle, o nell'ultima brigata SS dietro il maresciallo Montgomery.
I russi sono meno ingenui. Si sono sbarazzati dei concorrenti
pericolosi, e ci impongono con la mediazione dei partiti
comunisti un'intransigente condanna delle dottrine maledette.
Nello stesso tempo, chiamano a raccolta i generali tedeschi
per incaricarli di ricostituire un esercito nazionale, e mettono
il signor Wilhelm Pieck su una pedana per annunciare al
popolo tedesco la nascita di un nuovo partito "nazionale e socialista
insieme". Non sono stato io a mettere le parole in quest'ordine:
è stata la propaganda comunista a scoprire questa
formula. Dobbiamo adesso sapere se combatteremo il comunismo
con le sue stesse armi o se arriveremo sempre in ritardo di
una guerra o di un'idea. Non ho opinioni sulla terza guerra
mondiale, la quale del resto non dipende da noi. Ma credo a
una dura battaglia per il controllo dell'occidente. Il vincitore di
questa battaglia sarà, come una volta, quello che i franchi di
Germania isseranno sui loro scudi. Quanto a noi, abbiamo
sempre una fantasia brillante. I settimanali fanno inchieste per
chiederci che cosa faremo in caso dì occupazione da parte dei
russi. Noi siamo ottimisti. Non ci siamo ancora resi conto che,
andando così le cose, abbiamo probabilità altrettanto serie di
essere occupati da forze militari che già conosciamo. Guar130
diamo in faccia l'avvenire. Possiamo ancora salvare tutto costruendo
l'occidente; non siamo più nulla se contro di noi si
costituisce una amministrazione comunista dell'occidente. Il
nostro destino si decide in questo momento in Germania. Bisogna
scegliere se avere le SS con noi o contro di noi.