venerdì 27 aprile 2012

Via Poma, Busco assolto per l’omicidio di Simonetta


E ci credo, posto parte della requisitoria del PG: "L'assassino era atteso dalla vittima. Era un incontro malinconico perche' Busco sarebbe partito per le vacanze con i suoi amici e senza Simonetta. Lei si spoglia, magari in attesa di una gentilezza che non arriva per dare a questo incontro una parvenza d'amore che non puo' appartenere alla forma mentis di Raniero. Lui le si fionda addosso quando il reggiseno non e' stato ancora tolto. Le morde il capezzolo, lei si ritrae e, forse, gli urla tutto il suo disprezzo e, chissa', impugna un tagliacarte che stava sulla scrivania".

"Era un incontro MALINCONICO", "MAGARI in attesa di una gentilezza", "Le si FIONDA addosso" "FORSE gli urla tutto il suo disprezzo, e, CHISSA', impugna un tagliacarte"

Cos'è, il testo di una pessima fiction? E su una salva di "magari, forse, chissà", si condanna uno per omicidio?

venerdì 20 aprile 2012

Cthulhu non corre per le elezioni a Genova. Andrea Lombardi sì. Non scegliere IL MALE minore: al Comune vota Andrea Lombardi!‏‏






















Andrea Lombardi è nato a Genova nel 1973. A parte l’astronauta e il cerusico, ha fatto quasi tutti i lavori usuali nel mondo occidentale, e attualmente opera nel campo della sicurezza. Da sempre si interessa di storia, letteratura e musica. È convinto che il miglior Sindaco per Genova sia Cthulhu, ma sfortunatamente gli astri per adesso non lo consentono. È tuttavia altrettanto convinto che una chance Genova e i suoi giovani schiacciati da precariato e disoccupazione la abbiano ancora, se si ci rendesse finalmente conto della necessità di investire con intelligenza, meglio tardi che mai, in tecnologie e logistica avanzata (Genova è stata resa grande nei secoli dal commercio dei beni, non solo dalla loro produzione) e in cultura, turismo e ambiente (dall’Università ai Musei, alle proposte culturali alternative).


Non scegliere IL MALE minore: al Comune vota ANDREA LOMBARDI.


facebook.com/andrea.lombardi

domenica 29 gennaio 2012

Morto Oscar Luigi Scalfaro!


















Dopo Bocca, un 2012 che si annuncia ricco di soddisfazioni: è morto Oscar Luigi Scalfaro: una zitella beghina baciapile dei preti incartapecorita, boiarda di stato; la dice lunga sul disastro della Sinistra "alternativa" che se la siano presa come icona, specie negli ultimi anni.

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E' morto il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro

Nato a Novara il 9 settembre 1918, magistrato, fu deputato in tutte le legislature, anche nella Costituente, fino al 1992, anno dell'elezione a capo dello Stato. Il suo mandato coincise con Tangentopoli e con la peggior crisi vissuta dal Paese.

E' morto il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro

ROMA - E' morto a 93 anni il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. Un anno fa una brutta caduta in casa fece peggiorare le sue condizioni fisiche e psicologiche. Nato a Novara il 9 settembre 1918, magistrato, fu deputato in tutte le legislature, anche nella Costituente, fino al 1992, anno dell'elezione a capo dello Stato. Il suo mandato coincise con Tangentopoli e con la peggior crisi vissuta dal Paese. Si dimise il 15 maggio 1999.


La verità sul partigiano Oscar Luigi Scalfaro



Caro Granzotto, nei ludi cartacei celebrativi la figura di Oriana Fallaci, giornalista che stimo ma non ammiro per i suoi trascorsi di esponente di punta del radicalismo chic antiamericano solo in tarda età riscattati dalla veemenza con la quale ha denunciato lo scontro di civiltà e messo in guardia contro il pericolo islamico, è stato posto l'accento sulla sua partecipazione alla lotta partigiana. Alla quale la giornalista, al tempo poco più che bimba, avrebbe partecipato nella funzione di «osservatrice». A ben vedere di partigiani doc, quelli col Tomphson sotto il braccio, se ne conterebbero pochissimi. Il grosso è rappresentato da «staffette», «vedette», «vivandiere», «portaordini» ed altre attività irrilevanti, fino a quella che può vantare il presidente onorario della Repubblica e della Associazione Nazionale Partigiani Oscar Luigi Scalfaro. Se non sbaglio lei scrisse che il contributo di Scalfaro alla guerra di Liberazione si limiterebbe ad aver messo temporaneamente a disposizione di una banda partigiana dei locali della Azione Cattolica di Novara. Le chiedo: date le premesse, mio padre titolare di una autofficina che ai primi del 1944 riparò, con pecetta di gomma e mastice, il pneumatico di un motofurgone che poi si seppe era stato utilizzato da un gruppo di partigiani per trasferirsi sulle alture sopra Arezzo, ha diritto a dirsi partigiano anche lui?


Pieno diritto, caro Bellin. Può anche inoltrare domanda per una medaglia. Come lei saprà, un mese circa addietro, ovvero sessantacinque anni dopo i sedicenti fatti, il Presidente Napolitano ne appuntò una «al merito per la lotta antifascista» sul gonfalone della città di Bari. Pertanto dica pure a suo padre di farsi sotto: non è mai troppo tardi per entrare nel pantheon degli eroici combattenti per la libertà. Visto che siamo in argomento vorrei rettificare una mia inesattezza. Scrissi, è vero, che l'unico gesto di Oscar Luigi Scalfaro riconducibile alla Resistenza fu quello di ospitare un drappello di partigiani in un locale della Azione Cattolica. Non è così o quanto meno non solo così. Grazie a Pierangelo Maurizio e Giorgio Mulè, autori di un servizio televisivo andato in onda su Kosmos, Rete 4, ho appreso che di ben altro pondo fu il suo contributo alla lotta antifascista. L'onorario presidente ha rivelato infatti che subito dopo la fine della guerra si ritrovò ad essere «consulente tecnico-giuridico» dei «tribunali militari dei partigiani». Per la verità non erano tribunali, ma anticamere di mattatoi: l'imputato non aveva diritto alla difesa, non poteva nemmeno prendere la parola. Giorgio Bocca assicura che con giudizio sommario - il dibattimento durava in media una decina di minuti - furono mandati a morte tra i 12 e i 15mila «nemici del popolo». Secondo Giorgio Pisanò furono non meno di 40mila. Ecco dunque qual è l'apporto di Scalfaro alla lotta di Liberazione: l'aver dato il proprio contributo tecnico e giuridico a quella bella prova di giustizia partigiana. Una giustizia così schifosa, così ripugnante da indurre il Comando Alleato ad ordinare (comandavano loro, gli Alleati, non i «liberatori» del Cln) che quelle corti cessassero l'attività e venissero sostituite con regolari Corte d'Assise.
Il reclutamento di quanti avrebbero dovuto comporle - tutti volontari - andò però a rilento: per ancora sei mesi la Corte avrebbe applicato infatti il Codice di guerra che prevedeva la pena di morte ed erano pochi i magistrati disposti a seguitare, seppure con tutti i crismi della legalità, la mattanza. Si ricorse così agli incentivi, sottoforma di consistenti scatti di carriera. Difficile credere che ciò influenzò la scelta di Oscar Luigi Scalfaro: troppo saldo è il suo senso morale e civile per decidere in base al personale tornaconto. Probabilmente giocò, nella sua scelta, la fruttuosa esperienza coi tribunali del popolo. Fatto sta che si ritrovò Pubblico ministero presso la Corte Straordinaria di Assise di Novara. E in quel ruolo chiese ed ottenne la pena capitale - fucilazione - per sei disgraziati colpevoli di «collaborazione con il tedesco invasore». Sei. Che all'alba del giorno venuto - 28 giugno 1945 - andò ad abbracciare, uno per uno. In quanto, racconta, ci aveva un magone grosso così. Avrebbe avuto tre buoni motivi per non farselo venire: rifiutando di far parte di quella Corte, non richiedendo la pena di morte o trovando un cavillo - figurarsi se mancava - per protrarre la sentenza in attesa che di lì a qualche settimana decadesse il Codice di guerra. Ma lui, niente. Al muro, tutti e sei. Diverso tempo dopo la figlia di uno dei condannati a morte gli scrisse chiedendogli: ma mio padre era davvero colpevole? E Scalfaro le rispose: «Stia tranquilla, perch´ suo padre dal Paradiso pregherà per lei». Capito caro Bellin? Roba che ti vien voglia di passare coi talebani.
Paolo Granzotto

Se il censore Scalfaro guida le neofemministe



La gente non sta più nella pelle. Sorge infatti il sole sul «sabato di L&G», dove L&G vuol dire Libertà & Giustizia, la chicchissima e doviziosa lobby (con l’incasso della patrimoniale pagata, a prossimo governo della sinistra, dai suoi soci e aderenti, si tireranno su un tre-quattro punti del Pil) che ha montato l’ambaradam per reclamare «la dignità delle donne».


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E le dimissioni del Cavaliere, calpestatore, oltre che della suddetta dignità, anche dei valori sinceramente democratici. Molti calcheranno il palco del Palasharp, ma i riflettori saranno tutti puntati non, come si potrebbe pensare, su Roberto Saviano, personaggio un po' logoro e inflazionato, ma su quella vecchia gloria, su quel Grande Revenant di Oscar Luigi Scalfaro. Il quale ha già mandato a dire che la sua sarà una testimonianza di freschezza affinché «la democrazia vinca sull’anti-democrazia e sulla distruzione dei valori fondamentali su cui è risorta la libertà in Italia alla caduta della dittatura fascista con la guerra di liberazione».
Un concetto mai udito prima, una novità, una ventata di giovinezza intellettuale questo inedito richiamo al fascismo e alla guerra di liberazione. Quando si dice agilità di pensiero è al suo, suo di Scalfaro, che è obbligo riferirsi. L’emerito, dunque, sarà il madonno pellegrino di questo «sabato di L&G» e non potevano certo scegliere un testimonial migliore, più azzeccato. Sulla difesa della dignità della donna, dà dei numeri persino alla Concita De Gregorio. Egli infatti fu protagonista di un bel gesto, dalle donne assai apprezzato. Fu quando in un assolato mattino dell’estate romana, scorse al tavolino del Caffè Doney di via Veneto una signora in abito che la lasciava sbracciata. Scalfaro le si fece sotto e dopo averle sibilato: «Si componga, svergognata!» le mollò chi dice uno sberlone e chi uno scapaccione. Si fece poi notare, sempre in tema di dignità della donna, al tempo dei referendum sul divorzio. Ch’egli vedeva in forma di cloaca dove avrebbero sguazzato le donne senza virtù che inseguendo solo l’immondo piacere mordevano il freno del vincolo matrimoniale.
Come garante della correttezza istituzionale, poi, Scalfaro si rese famoso col suo tonante «Non ci sto!» alla richiesta di render noto dove erano andate a finire le paccate di denaro, contante e frusciante, che in qualità di ministro dell’Interno riceveva dai Servizi ogni mese. E che proprio per l’ambigua, forse anche equivoca natura del malloppo i suoi predecessori o avevano rifiutato o avevano messo a bilancio. Lui no, lui li intascò tutti, dalla prima all’ultima lira così com’erano: cash. Quando gliene chiesero conto, era già intronizzato al Quirinale, s’arrabbiò pure. E con il «non ci sto!» mandò tutti a quel paese. Sul senso della giustizia, che nella griffe del comitato organizzatore fa pendant con la libertà, non ne parliamo. Oscar Luigi Scalfaro se ne fece paladino fino alla morte. Di Enrico Vezzalini, di Arturo Missiato e altri tre imputati per i quali chiese - in veste di pubblico ministero «volontario» alla Corte d’assise straordinaria - la condanna alla pena capitale. Dura lex sed lex, si giustificò. Sì, però di lì a qualche mese le Corti d’assise straordinarie (e il codice di guerra che contemplava appunto la pena di morte) sarebbero decadute. Un cavillo per ottenere il rinvio della sentenza l’avrebbe trovato anche uno studente del primo anno di giurisprudenza. Scalfaro no. Pollice verso e avanti un altro.
Questo è dunque il campione che con la sua alta statura morale darà l’impronta civile e democratica alla sarabanda in programma oggi. Questo il pifferaio che farà danzare la rumba all’elegante e tremendamente «impegnato nel sociale» popolo del Palasharp. Ci sarà un sacco di bella gente, come alla prima della Scala. Poi, una volta salvata la dignità della donna, testimoniata la solidarietà alla procura milanese, rivendicati una dozzina di diritti umani condivisibili e non negoziabili come quello di sbirciare dal buco della serratura, tutti a Celerina o alla Santa: dicono che lassù c’è ancora una neve stupenda e che laggiù si possa fare quasi il bagno.
Paolo Granzotto

martedì 24 gennaio 2012

Provocazione del viceministro Martone "Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati"

 
 
 
 
 
 
Dal sito di Martone: "Il mio habitat è l’Università, dove ho incontrato Maestri, colleghi e studenti" habitat? e che sei, un pitecantropo, un lemming, un coguaro?

"Sono un grafomane che sfoga le proprie inquietudini scrivendo sui giornali, da Il Riformista a Il Sole 24 ore, e sulle riviste, da Zero a Formiche e Aspenia".

"un grafomane che sfoga le proprie inquietudini"? ma neanche una ragazzina dodicenne scriverebbe 'sto capolavoro d'insulsaggine...
A Misciel, lo sfigato mi sa che sei tu...
http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/24/news/martone_laureati-28671973/

martedì 10 gennaio 2012

CANTO LXXII: Agli "intellettuali" firmatari dell'appello contro la "strumentalizzazione" da parte di Casapound di Ezra Pound...


... il quale secondo questi brillanti spiriti* "conosceva solo superficialmente" il Fascismo. Leggendo quanto segue, mi sembra invece che conoscesse il Fascismo meglio di tanti Fascisti.

* Nanni Balestrini, Massimo Bacigalupo, Sebastiano Grasso, Enrico Ghezzi, Piero Sanavio... ma si stuferanno mai di firmare appelli... da Pol Pot all'"armiamo le masse", a Calabresi assassino... per poi ritrattare, e ri-ritrattare...

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INTRODUZIONE AL CANTO LXXII

Ed è sulla base di questa fede [della risurrezione dell'Italia] che si innestano le immagini di resurrezione nel famoso Canto 72 in lingua italiana, scritto nel dicembre 1944 in occasione della morte di Marinetti e soprattutto del bombardamento del Tempio Malatestiano.

Tornano gli spiriti di Marinetti, di Ezzelino da Romano, si scoperchiano i sarcofagi di Galla Placidia a Ravenna, dove riposa anche Gemisto, il filosofo neoplatonico che credeva nella palingenesi e chi sa se le dottrine di Gemisto (egli stesso si riteneva un'incarnazione di Platone) non abbiano ispirato il tono di rinascita del Canto. Lo stesso tempio ristrutturato nel '400 rappresenta la rinascenza dell'ideale classico e ora, bombardato, si rianima e dappertutto sui sepolcri spuntano vessilli di vittoria. Nel Canto 72 a Marinetti che vuol tornare (risorgere) per lottare ancora, Pound risponde...

CANTO LXXII
Purché si cominci a ricordare la guerra di merda
certi fatti risorgeranno. Nel principio, Dio,
il grande esteta, dopo aver creato cielo e mondo,
dopo il tramonto volcanico, dopo aver dipinto
la roccia con licheni a modo nipponico,
cacò il gra usuraio Satana-Gerione, prototipo
dei padroni di Churchill. E mi viene ora a cantar
in gergo rozzo (non a (h)antar 'oscano) ché
dopo la sua morte mi venne Filippo Tomaso dicando:
"Bè, sono morto,
ma non voglio andare in Paradiso, voglio combattere ancora.
Voglio il tuo corpo, con che potrei ancora combattere".
Ed io risposi: "Già vecchio il mio corpo, Tomaso
e poi, dove andrei? Ne ho bisogno io del corpo.
Ma ti darò posto nel Canto, ti darò la parola, a te;
ma se vuoi ancora combattere, va; piglia qualche giovinotto
pigiate hualche ziovinozz' imbelle ed imbecille
per fargli un po' di coraggio, per dargli un po' di cervello
per dare all'Italia ancor' un eroe fra tanti;
così puoi rinascere, così diventare pantera,
così puoi conoscere la bi-nascita, e morir una seconda volta
non morir viejo a letto,
anzi morir a suon di battaglia
per aver Paradiso.
Purgatorio già hai fatto
dopo il tradimento, nei giorni di Settembre Ventunesimo,
nei giorni del crollo.
Vai! Vai a farti di nuovo eroe.
Lascia a me la parola.
Lascia a me ch'io mi spieghi,
ch'io faccia il canto della guerra eterna
fra luce e fango.
Addio, Marinetti!
Tornaci a parlar quando ti sembra".
"PRESENTE"
e, dopo quel grido forte, mesto aggiunse:
"In molto seguii vuota vanitade,
spettacolo amai più che saggezza
ne conobbi i savi antichi e mai non lessi
parola di Confucio né di Mencio.
Io cantai la guerra, tu hai voluta pace,
orbi ambedue!
Che all'interno io mancai, tu all'odierno".
E parlava a me
in parte solamente né al vicino
una parte di se con se dialogava
e non di se il centro; e da grigia
la sua ombra si fè più grigia
finché un altro tono della gamma
uscì dalla diafana del cavo vuoto:
"Vomon le nari spiriti di fiamma"
Ed io:
"Venisti tu Torquato Dazzi a ninna-nannarmi i versi
che traducesti vent'anni or sono per svegliar Mussato?
Tu con Marinetti fai il paio
ambi in eccesso amaste, lui l'avvenire
e tu il passato.
Sovra-voler produce sovra-effetto
purtroppo troppo, egli distrugger volle
ed or vediamo le sue rovine più che nel suo voler".
Ma il primo spirito impaziente
come chi porta notizia urgente
e non sopporta affare di minor urgenza
riprese, ed io riconobbi la voce di Marinetti
come sentita Lungotevere, in Piazza Adriana:
"Vai! Vai!
Da Macalè sul lembo estremo
del gobi, bianco nella sabbia, un teschio
CANTA
e non par stanco, ma canta, canta:
-Alamein! Alamein!
Noi torneremo!
N O I T O R N E R E M O !-"
"Lo credo", diss'io,
e mi pare che di codesta risposta ebbe pace.
Ma l'altro spirito tornò al suo ritornello
con:
"poco minor d'un toro"...
(che è verso dell'Eccerinus
tradotto dal latino).
Egli non pose fine al verso.
Perché tutta l'aria tremò, e tutta l'ombra
con sconquasso
e come tuono che la pioggia ingombra
saettava frasi senza senso. Finché con scrocchio
come nello scafo sommerso quando il raggio lo trova
che precorre forse la morte
ed in ogni caso gran pena,
udii in stridio crepitar':
"Calunnia Guelfa, e sempre la loro arma
fu la calunnia, ed è, e non da ieri.
Furia la guerra antica in Romagna
lo sterco sale sino a Bologna
con stupro e fuoco, e dove il cavallo bagna
son marocchini ed altra genia
che nominar è vergogna,
sì che il sepolto polvere s'affasca
nel profondo, e muove, e spira,
e, per cacciar lo straniero, agogna
a tornar vivo.
Di sporco vidi io parecchio ai miei tempi,
la storia dà esempi a serie sporca
di chi tradì città o una provincia
ma quel mezzo feto
tutta l'Italia vendé e l'Impero!
Rimini arsa e Forlì distrutta,
chi vedrà più il sepolcro di Gemisto
che tanto savio fu, se pur fu greco?
Giù son gli archi e combusti i muri
del letto arcano della divina Ixotta..."
"Ma chi sei?" clamai
contra la furia della sua tempesta,
"Sei tu Sigismundo?"
Ma egli non m'ascoltòfuriando:
"Più presto sarà monda la Sede
da un Borgia che non da un Pacelli.
Figlio d'usuraio fu Sisto
e tutta la lor combutta
di Pietro negator' degni seguaci,
d'usura grassi e di ottimi contratti!
Ch'or' vengon' a muggirVi che Farinacci
ha mani rozze, perché è mangia foglia.
Ha una mano rozza, ma l'altra ha dato
così avendo onore cogli eroi,
tanti ne sono: Tellera, Maletti,
Miele, de Carolis e Lorenzini
Guido Piacenza, Orsi e pedrieri
fiol di banchiere fu Clemente, e nato
d'usuraio il Decimo Leone..."
"Chi sei?" clamai
"Io son quell'Ezzelino che non credé
che il mondo fu creato da un ebreo.
Se d'altro scatto io fossi reo
poco t'importa ora.
Mi tradì chi il tuo amico ha tradotto
cioè Mussato, che ha scritto
ch'io son fiol d'Orco,
e se tu credi a simile patocchia
ogni carota può ben farti ciuco.
Il bello Adonide morì d'un porco
a far pianger' la Ciprigna bella.
Se feci giocattolo della ragione
direi che un toro da macello,
o dal zoologo, vale un piccione;
chi delle favole prende piacere e gioia
dirà che l'animale non fa la religione.
Un solo falso fa più al mondo boia
che i miei scatti: tutti! Ragna, ragnaccia!
Cavami quella belva dal suo buco
se non è questa:
Bestia umana ama la pastoia?
Se mai l'imperatore quel dono fece,
Bisanzio fu madre del trambusto,
lo fece senza forma e contra legge,
scindendo sé dal sé e dallo giusto;
né Cesare se stesso mise in schegge,
né Pietro pietra fu prima che Augusto
tutta la virtù ebbe e funzione.
Chi dà in legge è solo il possidente,
e'l caso ghibellin ben seppe il fiorentino".
E come onde che vengon da più di un trasmittente
sentii allora
le voci fuse e con frasi rotte
e molti uccelli fecer' contrappunto
nel mattino estivo,
fra il cui cigolar
in tono soave:
"Placidia fui, sotto l'oro dormivo".
Suonava come note di ben tesa corda.
"Malinconia di donna e la dolcezza"...
Ma io ebbi la pelle convulsa
fra le mie spalle,
e il mi polso preso
in sì ferreo laccio
che muover non potei
né mano né spalla, e ad afferrare il polso
io vidi un pugno
e non vidi avambraccio
che mi tenne come chiodo in muro;
mi crede insulso chi non ha fatto la prova.
E poi la voce che prima furiava,
mi disse feroce, dico feroce, ma non ostile
anzi era paterna quasi, come chi spiega
in mezzo di battaglia che deve fare un giovin' poco esperto:
"La voglia è antica, ma la mano è nuova.
Bada! Bada a me, prima ch'io torni
nella notte.
Dove il teschio canta
torneranno i fanti, torneranno le bandiere".

da http://www.francocenerelli.com/antologia/pound.htm

Foto: LIFE

Carl Mydans: Ezra Pound, 1940

LIFE original caption: Journalist and writer Ezra Pound, composing profascist commentaries on stationary emblazoned with Mussolini’s motto “Liberty is a Duty, Not a Right.”

lunedì 9 gennaio 2012

Dai Canti postumi di Ezra Pound


Così mise su una segheria; e lo richiamarono

per combattere in Africa;

e finita quella guerra iniziò un piccolo commercio

e lo mandarono a combattere in Grecia e Albania:

ed erano cinquemila in una piega delle colline

completamente circondati;

e per sei mesi con piedi congelati

e provviste con una fune sulla rupe

o da un albanese, con cui scambiavamo riso per alimenti;

e "c'erano dottori in prima linea" davvero?

c'erano quattro miglia di mulattiera per i feriti:

e quando i barellieri arrivavano in prima linea

gli davano fucili:

che non avevano mai toccato un fucile:

dove la terra puzzava di sangue e puzzerà per cinque autunni

e il resto propaganda; e nessuna lettera arrivava da casa

ma un aeroplano portò dopo un mese un giornale;

che diceva del bombardamento di Genova;

la casa dove viveva con i figli

e nessuna notizia per tre mesi dopo

e per avere la razione di famiglia, quando fu sospesa;

alla fine la ottenne dando una mancia all'usciere

"queste cose ti scoraggiano, professore"

insomma l'umanità non è canaglia

Filippo di Stefano

formiche vengono in casa cercando acqua

da Canti postumi, Ezra Pound.

sabato 7 gennaio 2012

Acca Larentia 1978-2012: Bigonzetti, Ciavatta, Recchioni: Presenti!



La madre di Franco Bigonzetti, assassinato con Francesco Ciavatta dal piombo dei terroristi comunisti il 7 gennaio 1978. Una terza vittima sarà Stefano Recchioni, ucciso da un probo servo dello stato, poi Generale dei CC. Una quarta vittima sarà il padre di Ciavatta, che si suiciderà per la disperazione qualche mese dopo.

domenica 25 dicembre 2011

Grazie del regalo di Natale!!! Morto Giorgio Bocca, fascista tra i fascisti!!!!


LUTTO

E' morto a Milano Giorgio Bocca
"""partigiano""" (per le virgolette, vedi sotto, NdMinitrue), giornalista e scrittore

L'ex combattente di Giustizia e Libertà e fondatore di Repubblica si è spento nella sua casa milanese all'età di 91 anni. Il cordoglio del mondo della cultura e della politica. De Benedetti: "Il suo impegno civile rimarrà una delle più profonde caratteristiche dei nostri giornali"


http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/12/25/news/morte_giorgio_bocca-27198140/
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CAMERATA GIORGIO BOCCA PRESENTE!

[…] E Giorgio Bocca, oggi così mangiafascisti? Leggetelo il 14 agosto 1942 sul giornale della federazione fascista di Cuneo: “...sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavi-tù” (1). E, per restare tra i giovani di allora leggete di Gianni Granzotto, dal 1940 al ‘43, gli articoli sul Lavoro di Genova e su Critica fascista e imparerete perché la guerra nazifascista poneva “per noi non soltanto un’alternativa di vittoria, ma una ragione di vita o di morte”. All’appello bellico non mancava di rispondere l’ex direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini, che nel gennaio 1942 vaticinava su Augustea: “Sarà, sotto l’egida dell’Asse invincibile, la nuova Europa del Diritto, della Giustizia, della Libertà, dell’Amore. L’Europa dell’Avvenire... Solo con la solidarietà e la fraternità fra i diversi popoli si può realizzare un ordine duraturo e fecondo; che è poi l’obiettivo di quel blocco di Paesi che fa capo al Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappo-ne”. Proficuo lavoro quello di chi raccoglierà in volume le centi-naia e centinaia di articoli apologetici del conflitto, scritti da quan-ti lo hanno poi dissacrato e bestemmiato soltanto perché non con-cluso con quella vittoria che avrebbe avvantaggiato la loro buona sorte pubblica e privata. Di nomi ne abbiamo una bisaccia. Ma valga in questa sede uno ancora, e di taluno che oggi rumina popu-lismo, antifascismo, filocomunismo in ogni ora del giorno, cioè del democristiano ministro del lavoro onorevole Carlo Donat Cat-tin, che allora prestava servizio permanente presso il GUF di Tori-no, e che, in un numero speciale intitolato Giovinezza e datato 18 dicembre 1942, scriveva: “La vena del nostro destino batte più for-te. Prima di affrontarlo, ci confessiamo. [...] In ciascuno di noi vi-bra una salda coscienza, e plasmato il senso del dovere e del co-mando, è vivo l’entusiasmo per uno scopo chiaro e netto: la Patria fascista. Con questo spirito le imperfezioni contingenti non conta-no più, sono superate in partenza. Per la guerra siamo maturi, e il suo invito ci trova con la baionetta in canna... La guerra non ci ha traditi... La guerra è incominciata da poco, ed è nostra. Il cuore te-so al Sovrano, sotto la guida del Duce, noi siamo pronti a combat-tere, noi abbiamo la certezza della Vittoria”. Anche Donat Cattin, anche Giovanni Spadolini, anche Giorgio Bocca, anche Vittorio Gorresio, anche Ricciardetto, anche tutti gli altri hanno vinto la guerra. Soltanto gli iscritti al MSI l’hanno perduta. (2) (1) L’articolo citato, apparso su “La Provincia Granda”, proseguiva così: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli e-brei?”. Bocca si distinse anche nel 1943, accusando di disfattismo un in-dustriale, Paolo Berardi, il quale aveva incautamente espresso l’opinione che l’Italia stesse ormai perdendo la guerra, e, dopo averlo aggredito fisi-camente e denunciato, riportò tronfiamente l’accaduto nell’articolo La sberla... e la bestia, pubblicato su “la Provincia Granda” dell’8 gennaio 1943. A poco vale la giustificazione addotta da Bocca, chiamante in cau-sa la sua tenera età di ventitré anni. Già da anni vi erano coetanei di Boc-ca che sfidavano l’altrui piombo da una parte o dall’altra della barricata. (2) N. Tripodi, op. cit., p. 188-189

Documenti dell’odio giudaico.
«I ‘Protocolli’ dei Savi anziani di Sion»

Sono i «Protocolli dei Savi anziani di Sion» un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo Ebreo intende giungere al dominio del mondo. La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana. Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione.

Il povero «gojm» o «gentile» così il testo chiama i non Ebrei, leggendo quei «Protocolli» rimane al tempo stesso stupito ed atterrito. Anche se è in grado di sceverare da ciò che ha effettivo valore tutto quello che può essere enfasi ieratica o presunzione propria di chi si crede prediletto da Dio, il lettore ariano rimane impressionato dinanzi ad un’opera così macchinosa e gigantesca, così ammalata di criminalità con tanta tenacia e spaventosa perseveranza condotta attraverso ai secoli da esseri che si sono sempre tenuti nell’ombra ed al riparo di propizi paraventi.

Il testo, dopo aver enunciato il principio che diritto è uguale a forza, descrive i mezzi ed indica i risultati a cui il popolo Ebreo è già arrivato e quali mete dovrà ancora raggiungere per possedere il monopolio della forza, cioè del diritto, cioè del dominio del mondo.

In questo intento il popolo eletto, sparsosi per volontà di Dio in tutte le parti del mondo, ha lottato e lavorato per allontanare i «gentili» sempre più da una visione realistica della vita, per gettarli in braccia all’utopia, per indebolire la forza dei loro governi e per carpire nel frattempo le loro sostanze per mezzo della speculazione. Lungo tempo è durata la preparazione consistente nella formazione di un reticolo capillare, unito negli intenti e potente nella finanza; quindi ha avuto inizio l’opera di dissolvimento.

I primi ostacoli da abbattere erano le due forze dell’aristocrazia e del clero. Gli ebrei preparano la rivoluzione francese; l’aristocrazia cade nelle loro mani per mezzo del denaro, il clero viene combattuto e discreditato per mezzo della critica e della stampa. Il malgoverno da essi prodotto stanca e disgusta il popolo. Gli ebrei lanciano allora il grido: «Libertà, eguaglianza, fratellanza». La massa illusa e piena di speranza abbatte le solide istituzioni e prepara il campo a quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’oro, divengono i dominatori.

Dice il testo: «Abbiamo trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito» e più oltre «l’abuso di potere da parte dei singoli farà crollare tutte le istituzioni». Un gran passo è già stato fatto, ma altre forze sono ancora da abbattere: la famiglia e la religione. Menti ebraiche preparano allora e confezionano per i veramente ingenui «gentili» un’altra più affascinante utopia: il collettivismo. Cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano.

Dice il testo: «Lasceremo che cavalchino il corsiero delle vane speranze di poter distruggere l’individualità umana». Quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, quando i popoli saranno esasperati dal fallimento di queste teorie e delle forme di governo che ne sono la conseguenza, allora, con la forza del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa, unita nella persona del monarca del sangue di Davide, imperniata sulla divisione gerarchica delle caste.

Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati però degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli.

Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia immutabile, della realtà. Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un’utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei).

L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei.

A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? È certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo.

Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù” (Giorgio Bocca, La Provincia granda – Sentinella d’Italia, Foglio d’ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo, il 14 agosto 1942).

http://www.camelotdestraideale.it/2010/05/08/giorgio-bocca-fascista-e-antisemita-provincia-granda/

Merry Xmas folks!!!

mercoledì 14 dicembre 2011

Nota di Franco G. Freda sui senegalesi uccisi a Firenze e le accuse a Casapound




Nota di Franco G. Freda sui fatti di Firenze

E’ nota la nostra distanza dall’ottimismo sociale di Casa Pound. Noi non crediamo che i bisognosi siano meritevoli di attenzione a prescindere, che una cura sincera per i problemi connessi con la povertà possa innescare il circolo ‘virtuoso’, di rigenerazione, che vorremmo. Molto spesso quei bisognosi sono infatti i primi a coltivare i cliché dell’antifascismo, a levare lo scudo ottuso del moralismo ideologico (oggi! oggi che tutto va a rotoli e il marcio salta fuori pure dalle acquasantiere…), a esprimere, insomma, i segni della passione degenerata che Nietzsche chiamava ressentiment.
Ma l’affronto di queste ore contro Casa Pound è grave. Non è possibile continuare a veder imperversare la menzogna antifascista, che tutto nasconde, anche l’oggettiva costanza di questo movimento nel suo impegno sociale, la sana complessità dei suoi riferimenti, la vastità degli orizzonti cui guarda, che non si fermano certo ai ‘santini’ retorici. In questo sistema fatto solo di convenienze, di scambi puttanizi, di favori personali ‘io lo faccio a te e tu lo ricambi a me’, in questa Napoli assoluta (intendo per l’immondizia a cielo aperto), si è persa la voglia di studiarsi un argomento prima di descriverlo, di darsi da fare per raccogliere gli elementi utili a ritrarre il più sinceramente possibile persone e fenomeni. Un movimento che non sia incasellabile in modo partigiano dev’essere subito sforbiciato qua e là, perché torni a star dentro ai casellari di comodo. Un letto di Procuste, altro che giornalismo all’inglese (dopo Murdoch, d’altronde…). E non è follia, questa, tentare ancora di nascondere il marcio che inquina l’aria, di stravolgere la verità, di abbarbicarsi, ancora, sul fronte della Resistenza che fu? Non è follia?
Omicida? Suicida?


Avellino, 14 dicembre 2011