martedì 12 maggio 2009

Magris dal Danubio a Montenero di Bisaccia e Di Pietro!



Premettiamo che Magris (il Maggiani triestino, approposito, Maggiani, l'altro buono che riuscì a fare copia/incolla con le parole del Papa citandole "nazismo male assoluto, comunismo male necessario", facendo intendere che il comunismo avesse anche una valenza positiva, quando invece la Chiesa precisò: "Dunque, il comunismo è un male almeno doppiamente necessario: necessario come conseguenza di premesse erronee, di un’erronea concezione dell’uomo, e necessario come castigo intrinseco, storico, di tale conseguenza. Necessario in quanto «utile», cioè coerente con la logica di bene dell’economia divina. Utile per smascherare l’intima essenza di male di tutto il processo che lo ha generato. Così come — nella vita di un uomo — la sofferenza, quando è punizione del male, può essere «utile», perché smaschera la natura di male degli atti che l’hanno generata." ) ci è sempre stato sugli zebedei...

Ma che c’azzecca Magris con Di Pietro?

Dev’essere il sottile fascino del populismo in canottiera, l'attrazione fatale dell'uomo di lettere per l'uomo di poche letture, per i modi rudi da contadino, per il parlar chiaro («così mi capisce pure a mia nonna» direbbe Tonino) così lontano dalla stratosfera delle belle lettere. Ma a questo punto è materia per sociologi: Di Pietro e l’élite culturale, un connubio sorprendente. Perché, dopo le adesioni di filosofi, storici, editori e letterati, chi se lo aspettava anche l’outing di un raffinato scrittore in odore di Nobel come Claudio Magris, in sostegno di Antonio Di Pietro e del suo rumoroso battaglione Idv? Se ne vociferava, si raccontava di mail di propaganda spedite da Magris agli amici per far votare Antonio, ma ieri c’è stato il suggello ufficiale con una nota inviata dal fine germanista alle agenzie, sotto forma di appello per l’altro intellettuale mitteleuropeo carambolato nel partito dell’ex pm e candidato in Europa, Giorgio Pressburger.

Motivo dell’innamoramento dell’editorialista del Corriere per la causa di Tonino? A parte l’amicizia col danubiano [diremmo danubbbbreo, NdMinitrue] Pressburger («è un vero europeo» [eurobbbreo? NdMinistrue]), è che l’Idv gli sembra «un’opposizione al contempo moderata, aliena da ogni estremismo e ferma». Già qui, l’uso di quell’aggettivo «moderato», per Di Pietro (che fa opposizione dando agli avversari del magnaccia, del nazista, del fascista etc), è una licenza che solo un virtuoso delle lettere può concedersi. Percorsi intellettuali troppo sottili per essere compresi in qualche riga, ma che hanno tuttavia portato Magris dalle sponde del Danubio alle radure di Montenero di Bisaccia. Un salto impressionante. Come farà ad abbinare le letture di Roth, Musil, Michelstaedter, Schnitzler ai discorsi in italiano stentato di Di Pietro, è un mistero che Magris dovrà prima o poi rivelare. Lui e gli altri uomini di lettere finiti nella rete di Tonino.

Va detto che Magris non è a digiuno di politica. È stato anche senatore nella XII legislatura, con una lista tutta sua, Lista Magris, talmente magra che c’era solo lui. Ma almeno lì era lui a rappresentare se stesso. Ora lo rappresenteranno Leoluca Orlando, il sindacalista Zipponi e magari l’hostess Maruska. È la distanza siderale tra uomini di cultura come Magris (e gli altri fini dicitori) e il leader di Montenero di Bisaccia a colpire e interrogare anche fior di cervelli (il politologo Angelo Panebianco e il filosofo Aldo Schiavone ne facevano dell’accademia l’altra sera in tv da Gad Lerner). Difficile spiegare le ragioni di questo idillio, perché se è probabile che Di Pietro possa servire agli intellettuali (offrendo loro un seggio o almeno una ribalta), è improbabile che possa accadere l’inverso, visto che Tonino ha fama di leader che decide da sé e sopporta male gli indipendenti o i consiglieri (con l’eccezione di Travaglio).

L’outing dei raffinati intellettuali per Di Pietro però è soprattutto un colpo per il Pd, area da cui vengono quasi tutti i nuovi dipietristi con la libreria ricolma (il caso esemplare è quello del poeta Valerio Magrelli, che ha messo in versi la sua rottura col Pd riservandosi di decidere se votare Di Pietro...). Il Pd li ha traditi, la sinistra non esiste più: tanto vale buttarsi su Tonino. Poi dipende dai casi singoli. Ci sono quelli in cerca di poltrona dopo forzata astinenza, ed è il gruppo più nutrito. Ci sono l’editore Stefano Passigli, ex diessino a lungo senza incarichi, Pressburger, ex assessore ds a Spoleto poi caduto nell’oblio, lo storico comunista Nicola Tranfaglia, ex deputato Pdci con cui ha rotto a male parole, il filosofo Vattimo, ex un po’ di tutto... Ma ci sono altri cultori delle lettere che per la prima volta si buttano in politica, e lo fanno col politico meno intellettuale dell’arco costituzionale. Tra questi c’è la candidata Luisa Capelli, fondatrice dell’editrice Meltemi, raffinatissima, che pubblica saggi iper-specialistici di filosofia, da Kant a Lèvinas a Durkheim.

Dalla Critica della ragion pura alle critiche di Tonino: misteri della cultura superiore. Tutti la spiegano col fatto che Tonino è l’unico a fare opposizione, così ha detto Vattimo, così Pressburger, così Tranfaglia e così ora Magris. Lo votiamo o ci candidiamo con lui perché è contro Berlusconi. Concetti un po’ deboli per intellettuali di quel calibro. Insomma devono ancora dimostrare di non aver scelto come in quel bellissimo romanzo di Magris: Alla cieca.

domenica 10 maggio 2009

Rosy Bindi, Berlusconi, pedofilia!



Rosy Bindi: no all'immunità morale del premier. «Sotto accusa - dice la vicepresidente della Camera Rosy Bindi - non ci sono solo le scelte private di un marito, ma la connivenza morale e culturale di un Paese che non si indigna e non reagisce di fronte alla pretesa immunità morale del proprio presidente del Consiglio. E' certamente una vicenda privata, ma le motivazioni della signora Lario non sono solo private e devono fa riflettere. Chi ha un ruolo pubblico e di governo non può pensare di confondere senza alcun pudore sacro e profano con la certezza che tutto sarà archiviato come se niente fosse o magari con un incremento di popolarita».

Napoli (Pdl): la Bindi vuole l'Inquisizione. «La vicepresidente della Camera, Rosy Bindi, vorrebbe chiamare un tribunale di morale, diciamo pure una Santa Inquisizione, a pronunciarsi sulla vita privata del presidente del Consiglio e della signora Veronica Lario - afferma Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl - Bindi arriva ad accusare tutti gli italiani di "connivenza morale e culturale" per la loro mancata indignazione nei confronti del premier. Si tratta di una bestemmia, e di una grave bestemmia per una cattolica praticante come Rosy Bindi.
Gli italiani non sono, come lei, accecati dall'odio per l'uomo Silvio Berlusconi. Sono in gran parte cattolici, magari "non adulti" come Bindi, ma laicamente rispettosi della vita privata di ciascuno e di tutti, quindi anche del presidente del Consiglio. Soprattutto sono elettori in grado di giudicare i comportamenti non solo pubblici di ogni esponente politico, uomo o donna. Sapranno, quindi, giudicare la proposta di ripristinare la Santa Inquisizione tanto cara a Bindi».


Rosy Bindi, anche in questa circostanza, non smette di confermare l'adagio che la vuole "più bella che intelligente"... tirare fuori, con sdegno massimo, roboante indignazione, e flautulente protervia, nientepocodimenochè la pedofilia per la vicenda da rotocalco Berlusca/Lario la dice lunga...

Aggiungeremo solo che questi alti afflati morali cattolici o laici o cazzocomunisti, non sembra abbiano pervaso la Bindi quando, la scorsa legislatura, i suoi "compagni di coalizione" erano un assortimento di trans, pseudoguerriglieri no global, ex (mica tanto) terroristi dei bei e inimitabili anni di piombo (e come lei potesse "porgere l'altra guancia", quando le BR uccisero Bachelet, del quale la Bindi era assistente ci lascia sgomenti), capitanati dallo svenditore dell'IRI, il cui portavoce era il notorio chierichetto Sircana, beccato mentre andava a trans equi e solidali.

Mala tempora currunt.

mercoledì 6 maggio 2009

Minipax speak: Kabul, decine di vittime civili in raid aerei


Kabul - Decine di civili, inclusi donne e bambini, sono rimasti uccisi mentre cercavano riparo dai raid aerei compiuti tra lunedì e martedì nell'Afghanistan occidentale. La portavoce del Cicr, Jessica Barry, ha detto che una squadra della Croce rossa si è recata ieri nel luogo in cui hanno avuto luogo i raid aerei delle forze americane e ha potuto constatare la presenza di diversi cadaveri oltre che la distruzione di alcune case. E' la prima conferma internazionale di un incidente su cui gli Stati Uniti e le autorità afghane stanno ancora indagando.

Un volontario tra le vittime Tra le vittime dei raid aerei ci sono anche un volontario della Croce Rossa afghana e 13 membri della sua famiglia. Il comitato della Croce Rossa Internazionale (Cicr) ha confermato la morte di decine di civili, tra cui donne e bambini. Intanto il capo della polizia di Farah ha confermato il bilancio di almeno 30 morti riferito la notte scorsa: "Oltre trenta cadaveri di civili sono stati trasportati a bordo di due camion", ha detto Abdul Ghafar Watandar aggiungendo che una delegazione composta da rappresentanti dell’Onu, dell’esercito americano e del ministero dell’Interno afghano si sono recati sul posto.

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KABUL - Decine di case rase al suolo: in pratica, secondo quanto riferito dal portavoce della Croce Rossa Jessica Barry, un intero villaggio distrutto nella provincia di Farah, in Afghanistan. E, tra le macerie, decine di corpi, secondo le prime stime oltre 30, tra cui molte donne e bambini. E' questo lo scenario dopo diversi attacchi aerei compiuto dalle forze internazionali in Afghanistan, compiuti lunedì e martedì.

APERTE DUE INCHIESTE - Il presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, ha ordinato un’inchiesta sui bombardamenti aereo delle forze della coalizione nella provincia di Farah, costato la vita a moltissimi civili. Karzai è intanto giunto a Washington per un vertice alla Casa Bianca con il presidente degli Stati uniti, Barack Obama e con il presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta anche dal comando americano che, fino alla diffusione della notizia da parte della Croce Rosse, non aveva fatto riferimento ad alcun attacco.

cfr. Vittime civili dei bombardamenti USA:

When U.S. warplanes strafed [with AC-130 gunships] the farming village of Chowkar-Karez, 25 miles north of Kandahar on October 22-23rd,killing at least 93 civilians, a Pentagon official said, "the people there are dead because we wanted them dead." The reason? They sympathized with the Taliban1. When asked about the Chowkar incident, Rumsfeld replied, "I cannot deal with that particular village."2


A U.S. officer aboard the US aircraft carrier, Carl Vinson, described the use of 2,000 lb cluster bombs dropped by B-52 bombers: "A 2,000 lb. bomb, no matter where you drop it, is a significant emotional event for anyone within a square mile."3


Mantra of the U.S. mainstream corporate media : "the report cannot be independently verified"


"..shameful dependence on and uncritical acceptance of Pentagon handouts instead of substantial, critical coverage of the ground situation in Afghanistan. The US corporate media seems to be muting any talk of civilian casualties first by framing any such news with "Taliban claims that…." And then happily putting the matter to rest with Pentagon spokesman…" "
[Joel Lee, Hyderabad, Znet Inter Active]


"When people decry civilian deaths caused by the U.S. government, they're aiding propaganda efforts. In sharp contrast, when civilian deaths are caused by bombers who hate America, the perpetrators are evil and those deaths are tragedies.

When they put bombs in cars and kill people, they're uncivilized killers. When we put bombs on missiles and kill people, we're upholding civilized values. When they kill, they're terrorists. When we kill, we're striking against terror."4


giovedì 23 aprile 2009

Presidente Giorgio Napolitano, stia muto...



... che è meglio, invece di blaterare di "libertà, democrazia e indipendenza".

Anche le giovani promesse del partito si fecero guardiane dell’ortodossia. Al congresso del PCI del dicembre 1956 l’allora trentunenne delegato di Caserta, Giorgio Napolitano, replicò così ad Antonio Giolitti, la cui voce si era levata solitaria contro l’intervento sovietico. In Ungheria «non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni»; l’azione sovietica, «evitando che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per arrestare l’aggressione imperialista in Medio Oriente, oltre che impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

http://www.ildomenicale.it/articolo.asp?id_articolo=656

mercoledì 18 marzo 2009

Roberto Saviano, il salvatore della patria (ma non di Scampia)



Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione a Scampia, sbagliava. Se Saviano pensava che le sue paginette cambiassero la situazione del suo conto corrente, c'ha azzeccato. Se Saviano pensava che le cose che ha scritto "come lui nessuno mai", si vede che gli sono sfuggiti qualche centinaio di film, libri e articoli precedenti al suo best seller (best seller tra l'italiano medio o gli intellò, non certo a Scampia).

Risibili e probabilmente frutto di egocentrismo sono poi le sue sparate sull'"Oscar a Gomorra negato per colpa della camorra" etc... quando i Casalesi -parliamo di veraci napoletani, non di austeri siciliani- non avrebbero probabilmente aspettato altro che di ammirarsi sul grande schermo anche negli States, gloriandosi delle loro gesta.

Rispetto a chi specula sulla camorra e sulla mafia con filmetti o libercoli, almeno i mafiosi e i camorristi, nella loro crudeltà seppur ormai avant pop tra Beretta 92 e canzoni neomelodiche, hanno una loro grandezza. Seppur per i loro turpi scopi, loro la vita la rischiano veramente. Come la vita di chi sopravvive allo Zen e a Scampia, in una povertà morale a noi inimmaginabile, è molto lontana di chi -scortato o meno- calca, e non nel terrore, non i corridoi lastricati di immondizia e siringhe delle "Vele", ma la Hall of Fame di Hollywood e i salotti di Fazio.

Caro Roberto, ricordati del sarto

Una citazione rovina il ritmo, spezza l’incantesimo, intralcia la lettura. Saviano scrive con una penna che scivola veloce, senza pause e senza incertezze: racconta, narra, romanza. Non sapremo mai quanto di vero c’è in «Gomorra» e quanto sia puro artificio narrativo. Chissenefrega, in fondo. Romanzo, saggio, inchiesta, reportage: a un buon libro non si danno etichette. Il suo ha raccontato per la prima volta la camorra come nessun altro: ha trasformato un argomento che si trascinava stancamente sulle pagine dei giornali in un «soggetto» da stampa internazionale, poi da documentari e film. Ca-sa-le-si. Scandito, come mai prima. Quanti a Codroipo sapevano prima di Gomorra chi fossero e che cosa facessero? Saviano conosce la scrittura e la lettura: non può essere andato in ogni singolo posto raccontato nel suo libro, non ha potuto assistere a ogni scambio, traffico o fatto che descrive in prima persona. Ha preso spunto dall’attualità, dai documenti dei magistrati, dagli atti dei processi e può aver succhiato anche da articoli di giornale. Non c’è niente di male, di più: ha fatto bene. Perché chi vive ogni giorno quella realtà e la racconta in un trafiletto a pagina 15, in quelle trenta righe per un delitto che non si negano mai a un morto ammazzato o a un’operazione antimafia o a un sequestro di droga, trova una miniera di informazioni che messe insieme diventano un romanzo. C’ha messo la testa, Saviano. C’ha messo la penna. Quella che forse, un cronista non ha. Se ha copiato, se s’è ispirato, se ha usato il lavoro di altri per se stesso non ha sbagliato. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ora un processo stabilirà se c’è stato o meno plagio, se è vero o no che abbia copiato articoli di Simone Di Meo, un giornalista di Cronache di Napoli. Anche se l’avesse fatto nessuno tolga a Saviano i suoi numeri: vendere milioni di copie è un miracolo e convincere milioni di persone a leggere di Camorra è un miracolo al quadrato. Però cambia qualcosa. Cambia che Saviano sa quanto faticano i cronisti delle terre di mafia, sa che ci sono giornalisti che ogni giorno subiscono i ricatti e le intimidazioni che lui ha subito. Lui sa perché una storia così l’ha scritta in «Gomorra»: è quella del Sarto che cuce vestiti per conto terzi poi vede la notte degli Oscar e scopre che il suo vestito è finito addosso ad Angelina Jolie e lui, creatore di quella meraviglia non ha neanche un titolo nella coda della notte più magica della tv. Quel creatore di bellezza decide per reazione di diventare un autista di Camorra. Chi lavora ogni giorno per uno stipendio normale, ma rischia la vita per un articolo, è come il Sarto.
Saviano non può dimenticare. Lui ha avuto la protezione di un mondo grande, di editori, giornali, politici, magistrati. Gli altri no. Citare una come Rosaria Capacchione, la cronista del Mattino da anni minacciata dalla Camorra, è un atto di umanità oltre che di giustizia. Saviano ha avuto due anni per rendere a Di Meo l’onore: bastava un’intervista, una riga in un articolo, una citazione nel libro. Ha avuto palcoscenici, pagine di quotidiani e settimanali. Bastava dire la verità: «Ho scritto un romanzo basato su fatti veri e di questi fatti hanno scritto, oltre me, tizio, caio e sempronio». Prendere il lavoro di altri non è un furto, può essere un’ispirazione. Saviano e i savianisti hanno caricato di valore sociale «Gomorra». Se ce l’ha il libro, non può averla l’autore. Una citazione non costa niente. È giustizia, quella che Saviano avrebbe chiesto per sé. Quella che avrebbero chiesto tutti gli altri.

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».

Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.

In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

domenica 15 marzo 2009

Piero Pelù, concerto, "teatro civile", CGIL e cassaintegrati: ci mancava proprio un altro Beppe Grillo...




Sentivamo proprio la necessità di un altro Beppe Grillo, che si occupi, come fa Pelù nel suo utlimo tour concerto-teatro, di temi come Mussolini, la P2, Berlusconi... e siccome un artista alla domanda "che fare?" sulla disoccupazione deve dare una risposta, al posto di donare un pò di $$$ ai poveri disoccupati, prelevandoli dalle sue più che discrete royalties, che fa? Ma certo, gli "dà voce" portandoseli per i "15 minutes of fame" sul palco, courtesy della CGIL che glieli deporta sul palco. Eh, la kultura italiana, quali vertici tocca... ecco un altro che ha scoperto come in Italia i tribuni della plebe fanno più soldi che non gli strimpellatori... e come da foto, la CGIL non ha mai perso tempo nello strumentalizzare vivi e morti, infanti e vecchietti, tutti abili e arruolati per la "causa"...


ROMA - Dopo un lungo tour estivo che l’ha visto protagonista in tutte le più importanti arene e piazze italiane nell’estate 2008, Piero Pelù presenta per la prima volta un avventuroso e poliedrico spettacolo che unisce la sua musica al teatro. Collabora con lui firmando anche la regia Sergio Bini in arte BUSTRIC, autore, regista, attore a livello mondiale (www.bustric.com). La sceneggiatura dello spettacolo, basata sui temi delle 21 canzoni della scaletta, è scritta a quattro mani da Pelù e Bustric così come la scenografia che sarà ispirata al futurismo e a Calder. Uno spettacolo di grandi emozioni, atmosfere ed energia che metterà in rilievo le capacità vocali interpretative e vocali di Piero.Piero Pelù eseguirà sia le canzoni del repertorio Litfiba (alcune mai suonate dal vivo prima d’ora) sia quelle appartenenti al suo repertorio da solista, con nuovi arrangiamenti per lo spettacolo.Il “FENOMENI TOUR TEATRALE 2009” sarà anche luogo in cui concretizzare la solidarietà. In ogni data del tour infatti, saranno ospitati cinque lavoratori di aziende in difficoltà economiche, per offrire loro la possibilità di testimoniare un momento storico particolarmente difficile per il mondo del lavoro.

sabato 14 marzo 2009

Quando la pedofilia diventa spregiudicatezza chic? Ma ovviamente se ci sono di mezzo Sartre e Simone de Beauvoir...




Una notizia "oldie but goldie" sull'intellò preferito dai radicalchic, worldwide:

SARTRE E SIMONE ' MANGIABAMBINE'

Repubblica — 05 febbraio 1993 pagina 27 sezione: CULTURA

Parigi - Tutti conoscono la teoria degli "amori contingenti", che suppongono due attori principali e uno subalterno, concepita e messa in pratica da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Tuttavia finora ne era circolata un' unica versione - la loro - attraverso i loro scritti e le rispettive biografie. Oggi Bianca Lamblin, più nota sotto lo pseudonimo di Louise Védrine, narra la propria esperienza di questi amori triangolari ne Mémoires d' une jeune fille dérangée (il titolo parafrasa quello di una celebre opera della stessa Beauvoir) che uscirà la settimana prossima da Balland. Un terribile atto d' accusa: desterà di certo un immenso scalpore. Rompendo cinquant' anni di silenzio, l' autrice, che dichiara agire "non per desiderio di vendetta", ma per ristabilire la verità, afferma di essere stata vittima da minorenne "degli impulsi dongiovanneschi" di Sartre e dell' "ambivalente e losca protezione" della Beauvoir, accusando quest' ultima di aver svolto il ruolo di mezzana per procurare al suo compagno "carne fresca", ovvero giovani fanciulle da lei "pregustate" prima di rifilargliele. Recitavano insomma una versione volgare de Les liaisons dangereuses, dissimulando la loro perversità l' uno sotto l' apparenza del filosofo bonario,l' altra della donna austera. Ma veniamo ai fatti precisi. Ebrea polacca, nata a Lublino nel 1921, Bianca Bienenfeld (è il suo cognome da ragazza) emigra con la famiglia a Parigi quando è ancora in fasce. Sarà una bambina fragile e un' adolescente magrolina e anemica, ma molto sveglia e curiosa di tutto. Ha 16 anni quando la Beauvoir diventa la sua professoressa di filosofia al liceo Molière. Immediatamente è soggiogata dalla sua intelligenza e dal suo carattere volitivo, e l' idealizza. I loro rapporti derivano ben presto verso un' amicizia intima. Fuori di scuola maestra e allieva si ritrovano nei caffè, fanno lunghe passeggiate assieme. La prima spiega la propria concezione dell' amore, che condivide con Sartre: soprattutto niente matrimoni e niente figli - sono troppo ingombranti -, ma libertà totale per vivere ognuno le proprie avventure sentimentali e sessuali, a condizione di raccontarsi tutto e di non mentire mai. Sotto la sua influenza la discepola rinuncia ai propri pregiudizi in favore della castità e contro l' omosessualità. Una volta preparato psicologicamente il terreno, Simone passa all' attacco. Per festeggiare il suo successo all' esame di maturità invita Bianca per un' escursione nel Morvan. Così una notte esse si ritrovano in un piccolo villaggio, in una squallida stanza priva di elettricità. Quella notte avverranno i loro primi approcci fisici, ancora timidi, ma sufficienti per svegliare la sensualità dell' adolescente. Fino ad allora Bianca non ha conosciuto Sartre. Sarà Simone a suggerirle di incontrarlo in un caffè per sottoporgli certi quesiti filosofici. Lui l' accoglie cortesemente e risponde con precisione pedagogica. Si rivedranno durante le vacanze invernali, questa volta in compagnia del "Castoro", in un alberghetto del Mont d' Arbois: la coppia adulta condivide una stanza matrimoniale, la ragazzina dorme nel bagno adiacente. Da quel momento il filosofo, che ha 34 anni, mentre Bianca ne ha 17, comincia a farle una corte assidua. La chiama la sua ape, il suo toporagno, la sua scimmietta. La seduce con un frasario immaginifico, contrastante con la sua autorità di mentore. Un giorno la trascina in un albergo, lo stesso dove alloggia il Castoro, ben deciso a "consumare". Per la ragazza ancora vergine, che non si è mai mostrata nuda davanti a un uomo, sarà un' esperienza traumatizzante. La bruttezza di Sartre e la sua mancanza di sensibilità amorosa - nessun trasporto, nessun gesto spontaneo - la paralizzano. Lui le spiega l' anatomia e i meccanismi dell' atto sessuale come un docente di scienze naturali, prima di passare all' azione come se intendesse praticare un intervento chirurgico su una vittima passiva. Dopo questa prima prova disastrosa, Bianca rimarrà frigida per tutta la durata della loro breve relazione. "La mescolanza di brutalità, di cafonaggine, di freddezza fisica, di pedanteria e di rozzezza di Sartre", dichiarerà cinquant' anni dopo, "ha inibito a lungo in me qualsiasi possibilità di soddisfazione sessuale normale". Tant' è vero che dovrà andare in analisi da Lacan. Riuscirà a superare questo trauma solo grazie all' amore a alla pazienza del suo futuro marito, Bernard Lamblin, un brillante allievo di Sartre, e all' affetto che proverà per le sue due bambine. Ma resterà sempre fragile. Nel frattempo i suoi rapporti con Simone proseguono con alti e bassi. Nonostante sia lei a tenere le redini del "terzetto", il Castoro soffre di crisi di gelosia, che dissimula accuratamente. Passa allora alla riconquista della sua candida rivale, la quale ritrova nelle sue braccia un piacere mai provato in quelle di Sartre. Ben presto la guerra interrompe però queste ambigue relazioni triangolari. Sartre è mobilitato, poi fatto prigioniero. Separata dai suoi uomini - Jean-Paul, il compagno ufficiale, e il "piccolo Bost", amante di secondo grado - Simone gravita ora in un universo esclusivamente femminile, cercando di dividere il suo tempo fra le sue tre giovani predilette, Olga Kosakiewicz, Nathalie Sorokine e Bianca. Ma quest' ultima è troppo ossessionata dai rischi che può correre in quanto ebrea (sposando nel 1941 Bernard Lamblin, francese di razza ariana, riuscirà personalmente a sfuggire alle persecuzioni antisemite, ma soffrirà molto della morte di una parte della sua famiglia deportata ad Auschwitz). Ora il Castoro non capisce la sua angoscia, anzi la deride. "Vaticina come una Cassandra, esitando fra il campo di concentramento e il suicidio", scrive al riguardo in una lettera del 1940. A questo punto Bianca decide di rompere i ponti con lei e al tempo stesso di bruciare tutte le lettere di Sartre, almeno quelle che non ha imprudentemente affidato al Castoro. Gesto simbolico per consacrare la fine del "nauseabondo terzetto". Ciò nonostante, dopo la Liberazione, riprenderà contatto col Castoro. I loro rapporti sono in apparenza più sereni, ma inquinati dal rifiuto di evocare i malintesi del passato. Tuttavia, poco prima di morire, Simone spezzerà il silenzio per rivolgere all' amica un' ultima domanda: "Che ne pensi di tutta la nostra storia?". Dopo un attimo di esitazione questa le risponde: "Mi avete fatto molto male. Per causa vostra il mio equilibrio mentale rischiò di essere distrutto, la mia vita avvelenata. Ma senza di voi non sarei diventata quella che sono: mi avete iniziato alla filosofia, aperto più vasti orizzonti. Perciò bene e male si equivalgono". Ma quattro anni dopo la morte di Simone, avendo letto nel suo Diario di guerra e nelle sue Lettere a Sartre pubblicati postumi certe riflessioni ingiuriose al suo riguardo, si è ricreduta e ha deciso di replicare. "In definitiva Sartre e Simone de Beauvoir mi hanno fatto soltanto del male", è la conclusione amara e implacabile di questo libro di vendetta. - di ELENA GUICCIARDI

sabato 28 febbraio 2009

Grandi cambiamenti al Grinzane: da Giuliano Soria a Odifreddi


Cultura/ Grinzane Cavour, finanziamenti per 4,9 milioni di euro

La metà arrivano dalla Regione Piemonte

Grinzane/Patron Soria a maggiordomo: "Tu sei il mio schiavo"

Grinzane Cavour: ascoltati collaboratori Soria

Lo sfogo di Nitish "Dovevo mangiare il cibo scaduto"

19-02-2009


Continuano le indagini sul patron del Grinzane Cavour Giuliano Soria. Ieri, nel filone che riguarda la gestione dei fondi dell’associazione, sono stati ascoltati in procura diversi testimoni che hanno collaborato con il presidente. Al centro dell’attenzione la gestione dei fondi, le transazioni su conti correnti francesi e le consulenze esterne. Intanto, la Regione, per salvare il premio, starebbe pensando alla creazione di un gruppo di saggi, alla cui guida vi sarebbe la scrittice Dacia Maraini.Grinzane/ Patron Soria a maggiordomo: "Tu sei il mio schiavo"Il racconto nei verbali del giovane NitishTorino, 18 feb. (Apcom) - "Dovevo essere sempre disponibile, a qualsiasi ora, anche sabato e domenica. Non potevo mai uscire di casa. Nessun giorno di riposo e per le commissioni avevo i minuti contati. Se facevo un errore mi toglieva i soldi: 50 euro per un cappuccino che non gli piaceva, 30 euro per le pulizie non perfette. Il professore mi pagava sempre in nero, certe volte a rate. Altre volte non mi pagava per niente".È quanto ha dichiarato Nitish, 28 anni, giovane maggiordomo e collaboratore di Giuliano Soria ai Pm Valerio Longi e Stefano De Montis che indagano sulle attività illecite del patron del Grinzane Cavour, Giuliano Soria, e sull'accusa di violenza sessuale lanciata proprio dal ragazzo originario delle Isole Mauritius."Il professore mi obbligava a mangiare i rifiuti, il cibo scaduto e la carne rossa: Io sono induista e la mia religione non me lo permette - continua la testimonianza di Nitish - ma lui urlava 'tu sei mio schiavo, decido io quello che fai'". Il giovane maggiordomo racconta di aver conosciuto il professore un anno e quattro mesi fa, quando fu proprio Giuliano Soria a fargli il colloquio di assunzione. E quando arrivò la notizia che poteva lavorare nella casa di via Montebello era contento. Ora Nitish è preoccupato visto che la sua posizione in Italia non è regolarizzata, è clandestina. "Ho chiesto diverse volte al professore di mettermi a posto e lui mi ha detto di stare tranquillo che se ne sarebbe occupato. Ricordo bene la frase esatta: la legge sono io ...". Ma non l'ha mai fatto. Lo insultava invece chiamandolo "idiota, bastardo, schiavo, sporco negro".Cultura/ Grinzane Cavour, finanziamenti per 4,9 milioni di euroLa metà arrivano dalla Regione PiemonteTorino, 18 feb. (Apcom) - Man mano che le cifre salgono agli onori della cronaca, prende forma la realtà del Grinzane Cavour, diventato nel tempo un Premio letterario dalle dimensioni di un'industria, culturale, ma pur sempre un'industria. E' emerso un bilancio di 4,9 milioni di euro di finanziamenti pubblici entrati nelle casse della fondazione amministrata da Giuliano Soria, la metà dei quali concessi dalla Regione Piemonte per un totale di 2,3 milioni di euro. Una parte dei fondi del Grinzane arrivano poi da fondi governativi: tra gli sponsor figurano il ministero dei Beni culturali, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero della Salute.Il Grinzane ha esportato la sua attività anche in Liguria, Puglia e Molise; le tre Regioni hanno finanziato i vari progetti e sono intervenute anche Fondazioni bancarie come la fondazione Crt, le Casse di risparmio di Cuneo, Saluzzo, di Calabria e Lucania (Carical) e la Compagnia di San Paolo. E poi le Province di Cuneo, Torino e Verbano-Cusio-Ossola. Dal bilancio emergono altre voci: ristoranti 242.164 euro, alberghi 238mila euro, viaggi 285mila euro. Il catering assorbe poco più di 27mila euro.Lo sfogo di Nitish"Dovevo mangiare il cibo scaduto"I verbali del giovane di Mauritius: "Se facevo un errore mi toglieva i soldi"NICCOLÒ ZANCANTORINOIl professore mi obbligava a mangiare i rifiuti, il cibo scaduto, anche la carne rossa. Io sono induista, non posso. Ma lui urlava: “Tu sei il mio schiavo, decido io quello che fai”».È un ragazzo magro, bello, con la voce calma. Un viso perfetto di lineamenti sottili, la pelle ambrata. Originario di Mauritius, è in Italia dal 2006. Non sembra arrabbiato, non cerca vendette. Con l’avvocato Gianluca Vitale ha scelto la strada del massimo riserbo. Quattro mesi di silenzio assoluto. La denuncia, corredata di video e registrazioni audio, è stata depositata in Procura alla fine di settembre. Nitish, 28 anni, ex maggiordomo di casa Soria, è stato sentito per la prima volta all’inizio di ottobre. Quel giorno, davanti ai pm Valerio Longi e Stefano De Montis, ha messo a verbale la sua ricostruzione dei fatti. Da allora vive fra Milano e Torino, lavora saltuariamente, aspetta. Dice che avrebbe preferito che questa storia rimasse segreta: «Non cerco pubblicità, non mi interessano le interviste. Voglio solo giustizia, un lavoro serio, restare in Italia». Perché Nitish è preoccupato soprattutto per questo: è clandestino.«Ho conosciuto il professore un anno e quattro mesi fa. È stato lui a farmi il colloquio di assunzione. Su suggerimento di un amico, mi ero iscritto a un’agenzia. Quando mi ha detto che potevo lavorare nella casa di via Montebello, ero contento». Primo stipendio: 700 euro per otto ore di lavoro.Poi cosa è successo? «Dovevo essere sempre disponibile, a qualsiasi ora, anche sabato e domenica. Non potevo mai uscire di casa. Nessun giorno di riposo. Per le commissioni avevo i minuti prestabiliti. Se facevo un errore mi toglieva soldi: 50 euro per un cappuccino che non gli piaceva, 30 euro per le pulizie non perfette. Il professore mi pagava sempre in nero, certe volte a rate. Altre volte non mi pagava per niente».Nitish si sdoppia, si triplica, non si arrende. Cuoco, domestico, cameriere, badante dell’anziana madre di Giuliano Soria, archivista del Grinzane Cavour, lo vedono al Ristorante Letterario di Costigliole d’Asti, spesso fa anche l’autista: «Nei viaggi a Parigi, il professore mi faceva guidare per otto ore di seguito. Io avevo paura, perché non ho i documenti, non sono in regola».Questo è il tema centrale, il permesso di soggiorno: «Ho chiesto diverse volte al professore di mettermi a posto. Lui mi ha insultato, si è arrabbiato molto. Quando mi sgridava, urlava: “Idiota, bastardo, schiavo, sporco negro”. Certe volte mi faceva saltare il pranzo».Nitish va a chiedere il permesso di soggiorno ancora una volta, all’inizio di giugno. Era sconvolto, perché lo aveva appena fermato la polizia: «Allora il professore mi ha detto di stare tranquillo, che se ne sarebbe occupato. Ricordo bene la frase esatta: “La legge sono io...”».Questo è il contesto, secondo Nitish. Il clima in cui si sarebbero consumate le violenze sessuali. Mani addosso, scherzi pesanti. Nel video si vede qualcosa: un breve palpeggiamento. Il resto è nella denuncia: «Per tre volte il professore si è infilato nel mio lettino, io mi sono sempre difeso». Nitish dice che un po’ se lo aspettava: «Mi aveva messo in guardia il precedente maggiordomo peruviano».La Stampa 17 febbraio 2009


GRINZANE: SORIA SI FA ''DI LATO'', TRA I GARANTI LA REGISTA COMENCINI

(ASCA) - Torino, 27 feb - ''Spero che l'anima letteraria di questo premio possa aprirsi anche a una dimensione scientifica e filosofica'', ha detto Odifreddi indicando le iniziative gia' selezionate per quest'anno. E non a caso, la nascita del Grinzane matematica, a Roma il 21 marzo. Quindi il 20 giugno l'attesa conferma della manifestazione centrale, Il premio Grinzane, il Grinzane festival tra agosto e settembre, Grinzane Cinema di Stresa (slittato a novembre) e il Piemonte Noir (in autunno). Tra le attivita' estere resta il Grinzane France, senza una partecipazione diretta dell'associazione ha pero' precisato Odifreddi. Nel quadro delle nuove iniziative si inserisce anche il nuovo rapporto con la Regione che non siglera' almento per questo periodo transitorio una nuova convenzione, ma finanziera' i singoli progetti, non appena appunto sara' nominato il nuovo responsabile amministrativo.Quale sara' il ruolo di Giuliano Soria, nel frattempo? Soria resta un assest importante del premio hanno sottolinmeato l'assessore alla cultura della Regione Gianni Oliva e gli altri presenti. ''si tratta di irregimentarlo'' ha affermato Jorio: Il premio e' cresciuto esponenzialmente in questi anni, ora si tratta di regolamentare questa macchina da formula uno che corre nei circuiti ma anche per le strade cittadine''. ''Vogliamo lavorare perche' si preservi il marchio Grinzane - ha detto Oliva - che ha avuto grande valore nel promuovere non solo il territorio torinese.Soria - e' stato un patrimonio di relazioni da preservare, recuperare e spersonalizzare''.



27-02-2009
GRINZANE: LEPRI (PD) POLEMICO, SENTIVAMO MANCANZA PREMIO MATEMATICA
(ASCA) - Torino, 27 feb - Prime reazioni polemiche al nuovo corso del premio Grinzane che oggi ha presentato il nuovo comitato dei garanti. ''Fra i garanti suggeriti dalla Giunta regionale si nota la presenza di figure piu' conosciute per la vena polemica o la frequentazione di salotti televisivi che non per evidenti ed indiscussi meriti letterari - dice Stefano Lepri del Pd -. Ma tra le buone notizie - aggiunge ironicamente - c'e' l'annunciata prima edizione del Grinzane Matematica. Ne sentivamo la mancanza''.



Ci stupiamo di noi stessi ma concordiamo con l'esponente del PD...


Sicuramente il premio va in buone mani (sinistre, ovviamente), un vero parterre de roi della Kultura italiota: il matematico Odifreddi (Gauss si rivolterà nella tomba...), Maraini, la Comencini... un bel quadretto di famiglia della "meglio gioventù". A far da maestro cerimoniere lo "storico" Gianni Oliva, il quale, a forza di far marchette resistenzial-straginazifascistare rimasticando 5 libri per farne 1, si è guadagnato il suo posto al sole.

Nella foto, la Bresso sembra rivolgere un gesto eloquente ai contribuenti italiani, che hanno contribuito con 250.000 euro alle cene dei partecipanti al Grinzane: "Lavoratori??? Prrrr........."


venerdì 27 febbraio 2009

Betancourt peggio che Di Pietro!


l libro di tre ostaggi delle Farc

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo

Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

Alessandra Farkas
Corsera, 27 febbraio 2009


mercoledì 18 febbraio 2009

Walterloo!



"Berlusconi ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, va fatto un lavoro profondo nella società. Dire queste cose non è anti-berlusconismo, ma è esercizio della critica che in democrazia è un valore"

La chiarezza al potere! Yes we can!

Roma - E' un addio amaro, quello di Walter Veltroni. Nonostante dica di lasciare "sereno e senza sbattere la porta" il suo discorso è pieno di rammarico. "Sognavo un partito nuovo e aperto. Non ce l’ho fatta e chiedo scusa per questo. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione". Tutto ciò è accaduto per un motivo, precisa, "ho seguito un riflesso antico che io considero un valore: il tentativo di tenere tutti uniti. Anche se poi, come spesso succede, non ci si riesce". E sul futuro apre ai giovani: "Penso che il passaggio dei prossimi giorni si dovrà accompagnare all’avanzare di forze e energie nuove, ad esperienze legate ai territori e ai nostri amministratori". E soprattutto: "Al mio successore non chiedete con l’orologio in mano di ottenere dei risultati perché un grande progetto ha bisogno di anni e non si realizza in quattro mesi". Veltroni biasima proprio quella "sindrome di logoramento" che ha portato a "bruciare molte leadership nel centrosinistra. Liberiamoci dalla logica che ci ha portati in sei anni a cambiare sei o sette leadership, mentre Berlusconi, se vincesse o perdesse, è rimasto al suo posto. Questa logica ci ha fatto male perché ha trasmesso un’idea di precarietà". Agli avversari interni la richiesta finale: "Non fate agli altri quello che è stato fatto a me".